Ancor che triste, e che l'affanno duri![494]

Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo

lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto

riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee

analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo

aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera

più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi;

ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre

lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto

sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il

poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese

ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_,

nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_;

per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene

più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo

del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza;

la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente

notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore,

delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate

che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto,

senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune

delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la

fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è

dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni;

unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella

canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta.

Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_:

Come da nudi sassi

Dello scabro Apennino

A un campo verde che lontan sorrida

Volge gli occhi bramosi il pellegrino.

Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_:

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all'orizzonte.

Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta

è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone

_Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono,

tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi

non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre

personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del

Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria

distesa, vera e propria, non vi si trova.

L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa

di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco

poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a

sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a

mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a

quella bellissima immagine:

O cara luna, al cui tranquillo raggio

Danzan le lepri nelle selve,

appicca questo strascico inopportuno:

e duolsi

Alla mattina il cacciator, che trova

L'orme intricate e false, e dai covili

Error vario lo svia.

Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene,

l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso

dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri

più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo

il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni

frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto

inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile,

contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia,

tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in

altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei

moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_,

contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del

dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere

e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la

miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la

natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e

il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna,

mentre Roma precipita:

Cognati petti il vincitor calpesta,

Fremono i poggi, dalle somme vette

Roma antica ruina;

Tu sì placida sei?

Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte

dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a

un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone

al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo

dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.

E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così

volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e

dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli

antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati;

dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della

immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in

contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del

Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima,

prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide

delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e

rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle

ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che

l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in

una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se

non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi

si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà

ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce

mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e

dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono

insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e

rara.

L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli

epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici,

che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta

più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici

e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione

rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono

elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta

misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di

semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente

nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e

per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli

epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli

psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono

appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza,

come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_,

_eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo

suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico,

della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente

alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte,

l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed

usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo

Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che

ignoto al nostro poeta.

Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del

Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica,

anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri

principali.

Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e

di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del

Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni

distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo

stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un

deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai

vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in

quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e

poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un

deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un

perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose

del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino

più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498].

Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa.

Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo

punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana

quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le

diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida

e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma

eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti

dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno

scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non

vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente

nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente

dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento

che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di

periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono

la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza;

doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi

stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile

organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò

che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente

buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo

ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi

considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella

cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della

chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500].

Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi

voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_.

Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci,

dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni,

egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli

introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui

seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie

forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al

Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come

fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma

i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser

letti, bisognasse adoperarla»[502].

Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]:

notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa

«geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così

somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in

fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità

morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte

quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di

lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova

la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che

contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza

che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di

chi favelli di sè.

Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior

luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre

due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e

più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e

ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro

la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la

poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere

prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile,

avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia

intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in

prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta

eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore,

poeta pessimo[507].

Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito,

parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba

senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia

una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il

Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa

vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così

piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente

di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un

suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio

è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci

dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi

del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo

per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano

fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni

altra letteratura[508].

I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una

seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni,

ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente

senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il

Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente

come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e

diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi,

e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta

da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri

chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E,

per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia

generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico,

e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de'

suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado

dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo

tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di

farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo

trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo

magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del

Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à

un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso

che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando

non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza

creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose.

Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a

taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per

questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco

le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile,

credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è

virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano

insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce

che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere

ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica

comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel

comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il

Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo

intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola,

della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla

natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede,

dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della

elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi

è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere

nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata

alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle

sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte

parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso,

magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo

e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo

sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre

impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi

dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del

polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e

il tumulto della bufera.

Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito

dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile,

soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo

gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da

quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i

grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale

in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile,

senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e

nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere

rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il

vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e

l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto,

l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella

disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano

quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono

di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone

equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi,

ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben

guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più

copiosa fonte della sua poesia.

Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi

di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un

po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto)

come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire

che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli

stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora,

che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella

poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in

grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di

sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai

l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle

impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così

è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro

le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente

era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi

dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per

non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione.

Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte

emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti

retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente

dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e

spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori

dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla

imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso,

altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte

l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e

più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane

uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni

letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di

straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è

poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di

lui: poeti eguali a lui non ci sono.

AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando

giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le

carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto

ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi

commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune

proposte per la pubblicazione delle inedite.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 51 / 72 题