Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo
lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto
riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee
analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo
aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera
più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi;
ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre
lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto
sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il
poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese
ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_,
nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_;
per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene
più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo
del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza;
la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente
notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore,
delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate
che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto,
senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune
delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la
fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è
dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni;
unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella
canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta.
Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_:
Come da nudi sassi
Dello scabro Apennino
A un campo verde che lontan sorrida
Volge gli occhi bramosi il pellegrino.
Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_:
Come vapore in nuvoletta accolto
Sotto forme fugaci all'orizzonte.
Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta
è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone
_Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono,
tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi
non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre
personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del
Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria
distesa, vera e propria, non vi si trova.
L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa
di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco
poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a
sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a
mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a
quella bellissima immagine:
O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve,
appicca questo strascico inopportuno:
e duolsi
Alla mattina il cacciator, che trova
L'orme intricate e false, e dai covili
Error vario lo svia.
Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene,
l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso
dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri
più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo
il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni
frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto
inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile,
contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia,
tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in
altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei
moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_,
contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del
dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere
e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la
miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la
natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e
il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna,
mentre Roma precipita:
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
Tu sì placida sei?
Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte
dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a
un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone
al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo
dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.
E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così
volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e
dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli
antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati;
dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della
immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in
contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del
Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima,
prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide
delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e
rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle
ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che
l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in
una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se
non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi
si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà
ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce
mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e
dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono
insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e
rara.
L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli
epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici,
che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta
più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici
e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione
rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono
elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta
misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di
semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente
nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e
per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli
epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli
psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono
appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza,
come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_,
_eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo
suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico,
della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente
alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte,
l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed
usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo
Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che
ignoto al nostro poeta.
Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del
Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica,
anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri
principali.
Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e
di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del
Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni
distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo
stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un
deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai
vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in
quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e
poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un
deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un
perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose
del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino
più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498].
Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa.
Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo
punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana
quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le
diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida
e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma
eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti
dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno
scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non
vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente
nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente
dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento
che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di
periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono
la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza;
doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi
stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile
organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò
che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente
buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo
ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi
considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella
cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della
chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500].
Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi
voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_.
Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci,
dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni,
egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli
introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui
seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie
forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al
Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come
fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma
i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser
letti, bisognasse adoperarla»[502].
Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]:
notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa
«geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così
somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in
fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità
morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte
quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di
lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova
la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che
contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza
che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di
chi favelli di sè.
Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior
luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre
due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e
più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e
ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro
la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la
poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere
prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile,
avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia
intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in
prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta
eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore,
poeta pessimo[507].
Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito,
parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba
senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia
una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il
Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa
vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così
piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente
di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un
suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio
è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci
dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi
del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo
per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano
fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni
altra letteratura[508].
I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una
seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni,
ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente
senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il
Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente
come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e
diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi,
e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta
da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri
chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E,
per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia
generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico,
e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de'
suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado
dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo
tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di
farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo
trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo
magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del
Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à
un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso
che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando
non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza
creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose.
Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a
taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per
questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco
le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile,
credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è
virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano
insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce
che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere
ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica
comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel
comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il
Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo
intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola,
della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla
natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede,
dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della
elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi
è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere
nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata
alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle
sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte
parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso,
magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo
e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo
sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre
impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi
dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del
polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e
il tumulto della bufera.
Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito
dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile,
soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo
gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da
quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i
grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale
in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile,
senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e
nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere
rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il
vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e
l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto,
l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella
disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano
quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono
di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone
equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi,
ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben
guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più
copiosa fonte della sua poesia.
Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi
di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un
po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto)
come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire
che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli
stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora,
che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella
poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in
grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di
sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai
l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle
impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così
è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro
le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente
era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi
dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per
non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione.
Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte
emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti
retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente
dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e
spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori
dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla
imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso,
altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte
l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e
più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane
uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni
letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di
straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è
poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di
lui: poeti eguali a lui non ci sono.
AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando
giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le
carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto
ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi
commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune
proposte per la pubblicazione delle inedite.