Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento
da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale
è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte;
direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta
la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o
architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii
pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co'
proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte
sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia
la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde
la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura
povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le
tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino
ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di
Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta
sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo
la _Commedia_, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi
il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia
più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un
uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte,
l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori,
che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i
genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche
quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo,
premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò
nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente,
attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per
questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur
conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè,
per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni
del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e
delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima
dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù
di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla
complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme
dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la
terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità
che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata,
entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così
del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità
di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di
sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe
dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente
esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie
inclinazioni.
Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire
una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo
fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le
vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di
un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema
nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che
la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza
ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte
l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo
notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti
che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza;
sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa.
L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena
a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro
la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a
raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè
ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli
di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato,
avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è
veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero
corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero
dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà
la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un
lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una
vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e
se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature
drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad
intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della
vita.
La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed
elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono,
fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non
ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si
potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità
la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente
dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare
può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi
ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo
sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto
di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli
abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa
da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato
meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta,
è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella
infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po'
attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella
infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri
particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico
quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare
un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i _Paralipomeni
della Batracomiomachia_ non sono se non satira), come non si riesce ad
immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè
di un romanzo (salvo che fosse il _romanzo di un'anima_).
Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta,
determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica,
dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita.
Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe
riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il
Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il
Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima
metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato
altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più
dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato
suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene
il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria
inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de'
sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante
l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa,
e torrete di mezzo al tempo stesso la _Divina Commedia_. Il tema e
l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.
Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto,
dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno
con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni
preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto
variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente
l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere
fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo
poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale
per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo
domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra.
Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che
l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato
in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può
essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come
altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista
in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai,
godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi
d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia
le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e
però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben
s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far
rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al
quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait
faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve
dire del Byron. Anche l'autore del _Don Giovanni_ giudicò la vita uno
stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo
tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior
possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema,
nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo
dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di
tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla
subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de
Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui,
pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della
_Ginestra_, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno
rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia,
l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che,
sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli
preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo,
la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, può il
pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico,
romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo
nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e
delirante nel Baudelaire.
Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai
più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza,
la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men
virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella
poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta
ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di
parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il
lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia
dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e
sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non
consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza
sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è
intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un
po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti;
e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di
sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire
che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non
si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue
poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo
fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far
del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile;
e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta
formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da
dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia
di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo
fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un
esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con
l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta
e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure
esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed
essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce un
tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar
modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata,
fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia
del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi,
che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja;
abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei
sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione
e senza lasciare quella impressione di _grigio su grigio_ di cui un
critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli
arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò
che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che
se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un
sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in
più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si
sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con la
_Wehmuth_ e la _Sehnsucht_ dei Tedeschi, e poco allignano in Italia;
ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma
quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia
di popolo richiedano.
Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici
costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di
doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e
forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto
cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed
elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba
propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino
nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile
fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni
e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e
psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de'
loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da
un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna
assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio.
Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una
distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole
riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo i
tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo
onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile.
La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona
che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la
forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta
vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie
idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un
uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere
anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso,
sicuramente morboso, dell'_egotismo_, per cui l'uomo fatto estraneo
a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria,
e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e
si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile,
nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi
esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale
ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo
grado erroneo ed ingiusto.
Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che
dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi,
poi in attinenza col pensiero e col sentimento.
Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono
superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza,
è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano
il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il
tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza
loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura
vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o
si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero
primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire
in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e
i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è
più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie
tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche
da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto
si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di
quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non
faccia palese e certa testimonianza.
Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua?
Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già notato)
non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce
e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che
anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello
Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi
che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione
assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un
dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si
può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista.
Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine
manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè
alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia
sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465].
È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non
soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora
l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa
tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del
Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che
per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il
gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica
qualsiasi colore.
Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino
dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che
quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione,
a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per
gli altri è una _festa degli occhi_, doveva essere per lui un tormento;
e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli
teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a
compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non
la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi
possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle
percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro;
e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante
la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion
dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e
miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali
nè uditivi.
Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto
un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non
vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente
le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante
ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con
le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così
detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il
contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il
Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo
da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta
ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come
s'è già notato, da opere di scultura[468].
Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une
douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera
critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati,
e spande intorno la _divina luce_, l'_alma luce_, l'_etereo lume_,
e colora il cielo delle rose della _tacita aurora_ e delle porpore
del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando _i tremoli rai_,
brilla sui campi, e fa rosseggiare il _tetto del villanello industre_,
e _naufrago uscendo_ dalle nuvole antiche l'_atro polo di vaga iri_
dipinge, e
folgorando intorno
Con sue fiamme possenti
Di lucidi torrenti
innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna
l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le _purpuree faci delle
rotanti sfere_, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi
occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la _notturna lampa_
tralucente dai balconi, e le _ardenti lucerne_, e contemplavano da
lunge
il baglior della funerea lava
Che di lontan per l'ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo
spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso
di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi
in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata
del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non
gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni
in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a
far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di
salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa
spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe
vinto dal fato, ma non domo,
Quando nell'alto lato
L'amaro ferro intride
E maligno alle nere ombre sorride;
e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba;
e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli
che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa
bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in
tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio
e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e
ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto
spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e
contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse
dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto
di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti
moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di
espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto
un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la
vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni
e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità
deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli.
La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi
ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento
di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una
soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non
ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare
immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla.
La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata.
Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni
vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e
specifiche. La _superba visione_, l'_angelica forma_, è vestita del
_colore della bruna viola_, offre all'altrui sguardo _niveo collo, man
leggiadrissima_, lascia indovinare il _seno ascoso e desiato_, e appar
da ultimo viva e salda,
inchino il fianco
Sovra nitide pelli, e circonfusa
D'arcana voluttà,
in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel
pittore, o per lo scultore.
Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il
sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi
a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose,
si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli;
e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione
e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi
desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà
modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di
ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che
altrove, nella canzone _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito
nel monumento sepolcrale della medesima_. Un altro poeta avrebbe forse
tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire
davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma
ricorda quel _dolce sguardo_, che fece tremare ognuno in cui s'affisò;
quel labbro, da cui, come da _urna piena_, traboccava il piacere;
quel collo cinto
Già di desio; quell'amorosa mano
Che spesso, ove fu pôrta,
Sentì gelida far la man che strinse;
E il seno, onde la gente
Visibilmente di pallor si tinse.
Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle
sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di
sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la
fanciulla del _basso rilievo antico sepolcrale_[471].
Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato
proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre
singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non
descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire
al descrivere. Così, per esempio, nella _Vita solitaria_, la scena del
lago
Di taciturne piante incoronato,
si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela
veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne'
versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel
riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed
accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che
s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo,
non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto
negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo
obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non
sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il
poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il
poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie
dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge:
Lingua mortal non dice
Ciò ch'io provava in seno.
Così, finalmente, l'_erme contrade_ che si stendono intorno a Roma
non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella _Ginestra_,
quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al
passeggiero. In quella stessa _Ginestra_ sono, del resto, le più
compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472].
Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà
parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma
tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto
della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso
al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion
necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua.
Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando
traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del
mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e
di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono
a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio
sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii
sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con
l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto
quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici
di una poesia tutta giovanile quale il _Primo amore_ (lo scalpitar
dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della _Quiete
dopo la tempesta_ e del _Sabato del villaggio_; e qua e là certe
descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel
frammento, giovanile ancor esso, che comincia _Spento il diurno raggio
in occidente_, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella
_Ginestra_; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo
la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al
Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e
mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non
potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e
come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che
il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli,
come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che
il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu
quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo
suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare
un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma
o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e
inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è
tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo
dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che
acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri _sibilanti selve, etra
sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora_, ecc. ecc.;
e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le
immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel
suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai
pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che
per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia
che si tacciano sonnolente (_tacita selva, taciturne piante_), sin che
susurrino al vento (_l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De'
faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; —
susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva_).
Dell'onda alpina il poeta noterà l'_inudito fragore_, e della lava, il
suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano
e nella quiete dei campi sonerà _arguto carme d'agresti Pani_. La
fanciulla della _Vita solitaria_,
Che all'opre di sua man la notte aggiunge,
è quasi tutta nell'_arguto suo canto_; e nel suo _perpetuo canto_
è quasi il più della Silvia, e nella _gioconda voce_ il più della
gloria. L'artigiano che _a tarda notte_ riede _al suo povero ostello_;
l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'_umido cielo_; il
carrettiere, sotto _l'estremo albor della fuggente luce_; il _faticoso
agricoltore_ smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun
col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I _nuovi
nati_ miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che
non gli aspetti degli animali: il _canto de' colorati augelli_, e
in ispecie quello del passero solitario, ond'_erra l'armonia_ per
la valle; l'usato _verso_ della gallina: lo scalpitar dei cavalli
impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto
Della rana rimota alla campagna.
Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e
discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un
sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli;
un stridere del carro che riprende il cammino; il _lieto rumore_, che
fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle _tranquille
opre de' servi_: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo;
la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che
viene; un _tonar di ferree canne_
Che rimbomba lontan di villa in villa;
il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non
ascolta il Leopardi, se nemmeno il _romorio De' crepitanti pasticcini_
lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli
s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore
di suono; onde il _calpestio de' barbari cavalli_ sta a significare
le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè
nell'armi, in un _fragorio_
Che n'andò per la terra e l'Oceáno;
la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime
in uno _sconsolato grido_; e al _grido_ degli avi, e al _suono_ dei
popoli antichi, si contrappone il _suono_ dell'età presente. Il poeta
dirà _sera delle umane cose_ e _infelice scena del mondo_, metafore
suggerite da immagini visive; ma dirà pure _suono della vita_, e
_ascoltare il flutto dell'ore putri e lente_. Affacciandoglisi al
pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia
al suon della funebre squilla.
Al canto che conduce
La gente morta al sempiterno obblio.
Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale
del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale.
Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono
rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto
vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui _molle_ è uno de' più
frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto
_amaro_. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità
di epiteti generici: _primavera odorata, odorate piagge, odorati
colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore
della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti
di fiori, fumo de' sigari odorato_. La immagine di Aspasia è nella
fantasia del poeta associata col ricordo del profumo _de' novelli
fiori_ onde erano, certo giorno, _tutti odorati_ gli appartamenti
della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci
magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la
povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio
credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi.
Leggiamo, gli è vero, nei _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_:
«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè
giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che
qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto;
e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto
pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto
ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma
popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare
l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle
parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della
iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia
olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo
anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie.
I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non
pervertite.
Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi;
ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore
di cui fanno ricordo la _Vita solitaria_ e il _Risorgimento_; e se il
muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno,
ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti
di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra
certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie
volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di
moto. Egli dirà che la primavera _esulta per li campi_ e il nembo _per
l'aere_; che il tuono erra _per l'atre nubi e le montagne_; che l'aura,
e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle.
L'amore è una _formidabil possa_ che tutto avvolge. Lo spirito erra pel
delizioso mare della musica come
Ardito notator per l'Oceáno.
Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di
moto:
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove, a noi sul capo
Tonando il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne
tessè l'_Elogio_, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille
giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non
istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al
tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve;
e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la _plebe
delle minori belve_. Vede, sui campi di battaglia, _fluttuar_ fanti e
cavalli[477]: vede
intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute.
Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale
_sterminatore_. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a
significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà _l'onda
e il turbo degli affetti_; dirà che, _violento irrompe nel Tartaro_ chi
si dà volontario la morte. L'italica virtù giace _divelta nella tracia
polve_;
dalle somme vette
Roma antica ruina.
Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e
vivissime:
Prima divelte in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle;
Ma se spezzar la fronte
Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
Dare al vento precipiti le membra.....
Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato _A un vincitore nel
pallone_. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478].
Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che
nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come
taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino
assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero
assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri
poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse
altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove
si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a
suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli
di altri poeti. Leggasi il canto che appunto _Alla primavera_ s
intitola; leggasi il _Passero solitario_: ben si sente in que' versi la
primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle
sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si
muovono dentro.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della
dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e
di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe)
esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della
diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de
Lisle, come _La Bernica_ e _L'aurore_. Più che un visuale, il Leopardi
fu un uditivo.
Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte
leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza
con l'intelletto e col sentimento.
Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io
non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello
scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia),
sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e
la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio
sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che
ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo
allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile
terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre
settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da
sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal
mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione,
dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia
psicologica che all'arte del nostro poeta.
Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel
Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come
istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e
consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti
interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della
inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un
fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle
cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il
salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata
si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove
vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da
fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che
inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente
esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una
finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si
contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile.
È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita
della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito
di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression
metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga
e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche,
si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione
repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi
un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati
elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che
nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione
di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro,
e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che
gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo
picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle
coerenti forme dell'arte.
Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione
divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola
una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio
e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a
pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e
spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo
del componimento futuro; poi, _formato in due minuti il disegno e la
distribuzione_ di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in
ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli
cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il _momento_
favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è
rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi
ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani,
gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista
vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a
dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro
di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano
l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta,
che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè,
vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una
idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti
pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così
è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile
sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una
specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se
non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in
ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier
diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere;
ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva,
la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere,
elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano
la sostanza dell'arte sua[481].
Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando
dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco
da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che
nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter
fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere
forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come
afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica,
o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai
suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a
schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra
di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa
faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa
io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè
leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi
e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere
ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la
facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se
non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di
cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e
per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella
seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di
tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da
Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e
si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella;
il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le _Ricordanze_, la
_Quiete dopo la tempesta_, il _Sabato del villaggio_, e, in parte, il
_Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_.
Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo
meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati
o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso
che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo
tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non
solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero
quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano
tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali
io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano
un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono
tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad
esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I
titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e
per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati
in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un
elenco non breve di alcuni de' suoi _castelli in aria_: «Voi riderete
di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite
non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una
quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più,
e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza
molte parole»[486].
Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien
faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est
à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans
mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487].
Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto
il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui,
aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole
e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel
comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più
sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna
alla _sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere_, di cui era
sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488].
Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale
tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu
piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non
lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i
racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare
ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si
ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che
altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva
con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo
infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso.
Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente,
senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti
poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della
inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè
il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e
che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si
conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure
si pensava»[489].
La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso
che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe,
il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse
dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta
altrui[490]; ma certamente ancora non _si propose_ mai di far versi,
nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se
l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe
tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo
uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre
è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici,
e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e
chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima
deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così
in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con
altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di
soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle
regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia
nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua
che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò
diceva il Leopardi che la _smania violentissima di comporre_ non gliela
davano altri che la natura e le passioni[491].
Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo
del nostro poeta l'organismo poetico.
Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle
proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe
indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il
poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello
che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri
potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo
schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia
di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che
assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da
fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si
allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del
lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere.
Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga;
nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri
poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere
versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per
inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta
presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come
una creatura vivente:
Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;
sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo
conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in
movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza
immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare
ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che
ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla
ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità
affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine
di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così
tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si
propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori
e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e
provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e
complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel
poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto
della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro
e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche
piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii
e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente,
l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del
dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto
e d'ogni inganno
Ove s'appoggia la mortal natura.
Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per
isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi
una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un
tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta
fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie
leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò
appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di
una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in
quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno
come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione
del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può
vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare
dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso;
ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella _Ginestra_; la
qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse
per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la
suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si
svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà
il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del
poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla
contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura
indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse
la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493],
bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi,
e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la
cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della _Ginestra_
non la cede a nessuno.
Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo
fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il
sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva
meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che
ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando
cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non
però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di
soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di
piangere sopra sè stesso quando scriveva i _Tristi_; nè Dante aspettò
nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando
s'accinse a scrivere il _Paradiso perduto_, aveva il Milton racquistata
la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio,
con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo
suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte;
e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli
vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un
amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse
lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto
intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì
l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo
dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose,