La morte è

Bellissima fanciulla,

Dolce a veder, non quale

La si dipinge la codarda gente;

ed è genio divino e benefico che

ogni gran dolore.

Ogni gran male annulla,

e sol esso pietoso _dei terreni affanni_. Onde il morire non è dolore,

ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle _Ricordanze_[325], e

come più espressamente dirà nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle

sue mummie_[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la _gentilezza del

morire_, al morir non ripugna, ma piega _addormentato il volto_ nel

_virgineo seno_ della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico

fine dell'essere[328].

Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono

una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua

loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo

alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare

somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con

nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori.

Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni

più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte

alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'_Alceste_ di Euripide essa

appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con

un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente

sorella del Sonno quando scriveva il verso:

Omnibus obscuras injicit illa manus;

nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca,

quando l'armava di avidi denti.

Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia

concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata

o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza,

assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e

la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una

figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di

sentimenti la spiega?

Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo

e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli

uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono

la immortalità in dono dai numi.

Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,

dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il

contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine,

ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo

si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il

frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e

conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica

d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo,

poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece

signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali,

e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita

ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè

belle, nè decorose.

A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse

rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il

sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce

e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la

redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva

purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo,

come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal

sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala

in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani

non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di

pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le

iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi

di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche _concilia

martyrum_. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus

appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba

è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di

_dies natalis_. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello

_De bono mortis_?

Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla

speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le

figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte

apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a

piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo;

munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a

capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure,

con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere,

li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero

e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e

ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di

nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo

com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo,

che nel tedesco _Heldenbuch_ si vede il pagano Belligan (e secondo la

comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un

idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni

antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo,

ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata

dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono

spontaneo delle campane.

La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia

la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima

che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia

e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano

insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse

muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza

l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:

Thou my shade

Inseparable, must with me along;

For Death from Sin no power can separate[330].

La morte è un'ombra sparuta (_meagre shadow_; non già _scarnata forma_,

come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso

carcame (_this mau, this wast unhide-bound corps_, che il Maffei molto

liberamente tradusse: _Quest'arido carcame e il ventre vuoto_). Ella è

armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando

le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù

ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono due _cani

infernali_.

A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro

argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a

quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di

quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come

ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e

deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la

ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza

del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non

hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo,

checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i

popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano,

che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e

per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331].

Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba

del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar

della morte.

Morte villana, di pietà nemica,

Di dolor madre antica,

esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel

titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della

dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far

palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima

lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e

raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone _Morte, poich'io

non truovo a cui mi doglia_, Dante aveva scongiurata la morte di non

uccidere la donna che _con seco ne portava il suo cuore_, e l'ammoniva

che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il

suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto

come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva:

Partissi quella dispietata e rea,

Pallida in vista, orribile e superba,

Chè 'l lume di beltate spento avea[334].

Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare

nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro;

e già Guido Cavalcanti l'aveva detta _gentile_. Dante, immaginando

morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere

villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or

vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo

colore». E in verso

Morte, assai dolce ti tegno:

Tu dei omai esser cosa gentile,

Poi che tu se' ne la mia donna stata,

E dei aver pietate e non disdegno.

Vedi che sì desideroso vegno

D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.

Vieni, chè 'l cor te chiede[335].

Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il

dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella,

e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336].

Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu

anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la

morte _sora corporale_. In certe novelline popolari sparse su tutta

la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così

chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo,

e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione

del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar

manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337].

Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, va in cerca di un

compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli

lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia

morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè

ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e

questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta

tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto:

_aequo pulsat pede_. Questo concetto è espresso in un gran numero di

proverbii.

Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri

che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e

gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di

grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua

natura, _ab origine_, bella e gentile, assai più di quanto la potessero

immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i

martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose

donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina

una morte al cui _divino stato_ non bisogna nè illeggiadrimento,

nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta _regina degli

spaventi_; e il La Rochefoucauld avvertì: _Le soleil ni la mort ne

peuvent se regarder fixement_; e nel mistero del Byron, Caino non osa

mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed

atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata

dal Leopardi.

Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta,

bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore,

bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e

benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune

tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe

non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto

piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il

Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia

e la morte _piaceri della vita_ (_gioia di morte_, disse una volta

Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non

avrebbe il Leopardi esclamato:

Bella Morte, pietosa

Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]?

Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide

l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono,

pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro

largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le

ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal

terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte,

tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in

loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le

donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più

che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza.

Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si

strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo

di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol

morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso

di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte.

Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e

di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere

nel cuor del Leopardi. Pel poeta della _Ginestra_ la morte non è un

intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il

dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un

confronto fra la poesia del Leopardi intitolata _Il sogno_ e il canto o

capitolo secondo del _Trionfo della Morte_, da cui quella è inspirata.

In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in

immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in

cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga

gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga

storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta

quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si

trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo

del _Trionfo della Morte_. La notte stessa che seguì al suo salire in

cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme

orientali, gli porge la _già tanto desiata mano_, se lo fa sedere

a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso

colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta?

Viva son io, e tu se' morto ancora,

Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga

Per levarti di terra l'ultim'ora.

Ed egli: È sì gran pena il morire?

Rispose: Mentre al vulgo dietro vai

Ed a l'opinion sua cieca e dura,

Esser felice non pô' tu già mai.

La morte è fin d'una pregion oscura

Agli animi gentili; agli altri è noja

Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.

Duole, sì, l'_affanno_ della morte, _ma più la tema de l'eterno danno_;

chè la morte non è se non un _sospir breve_; e a lei fu mansueta la

morte; ed ella, a quel passo più lieta

Che qual d'esilio al dolce albergo riede.

Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna

pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo

amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di

togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella

eternità.

Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi

nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che

prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,

e quale

Degl'infelici è la sembianza.

Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se

viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede

alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella

un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma

súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:

Son morta, e mi vedesti

L'ultima volta, or son più lune.

E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o

di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la

rimembranza ora che loro è _tolto il futuro_, quella non cela il

sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando

d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli

ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo

all'amore:

E tu d'amore, o sfortunato, indarno

Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.

Nostre misere menti e nostre salme

Son disgiunte in eterno. A me non vivi.

E mai più non vivrai: già ruppe il fato

La fè che mi giurasti.

E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.

Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi

da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la

quale _ruppe il nodo antico alla sua lingua_, e gli ottiene da Elvira

la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente

fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice

della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama:

Due cose belle ha il mondo:

Amore e morte.

Nel _Sogno_ la morte pon fine all'amore: nel _Consalvo_ la morte fa

manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 45 / 72 题