Palpiti della morte e dell'amore

si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si

vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie

l'amplesso: nel _Consalvo_ la morte stringe il nodo che sciorrà subito

dopo.

Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba

inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi,

affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore

Nasce il piacer maggiore

Che per lo mar dell'essere si trova;

la morte

Ogni gran male annulla.

Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non

può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano

conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la

vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di

morire:

Tanto alla morte inclina

D'amor la disciplina.

Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe

coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno,

e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor

loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il

Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo

che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la

terra

senza quella

Nova, sola, infinita

Felicità che il suo pensier figura;

e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella

desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a

tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose

tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa

dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di

asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua

adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo

(per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i

fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire

un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora

dell'amore e l'ora della morte fann'uno.

Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne

fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi,

e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio.

Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone

scrisse: _Tota philosophorum vita commentatio mortis est_. Seneca,

in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: _Nihil

mihi videtur turpius quam optare mortem_; ma in altra scrittura

persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: _Felicissimis

mors optanda est_. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo

pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta

ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che

nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il

fardello della vita[345].

Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente

e più intenso. _Infelix ego homo_, esclama San Paolo, _quis me

liberabit de corpore mortis hujus?_ e in altra occasione: _Mihi enim

vivere Christum est, et mori lucrum_: parole ripetute poi da infiniti.

E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del

martirio?

Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non

dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli

dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.

Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci

quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei

moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente

parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale

avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però

i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla

morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come

dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile

da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi

desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua

più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile

nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente

considerata, non meriti d'esser vissuta.

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor. . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, nè di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

. . . . . . . . . . . . . . .

Al gener nostro il fato

Non donò che il morire[346].

Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la

finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo

medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio

della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817

egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel

luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in

breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi

morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi,

ne' versi _Ad Angelo Mai_ scriveva:

Morte domanda

Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.

Nella _Vita solitaria_ il poeta si augura pronta morte, e accenna al

ferro liberatore. Nelle _Ricordanze_ parla e riparla della _invocata

morte_:

E già nel primo giovanil tumulto

Di contenti, d'angosce e di desio,

Morte chiamai più volte, e lungamente

Mi sedetti colà su la fontana

Pensoso di cessar dentro quell'acque

La speme e il dolor mio.

Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la

legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il _fallo del cieco

dispensator de' casi_. Se

È funesto a chi nasce il dì natale[349],

ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo

sani di ogni dolore[350].

Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire

scrisse:

J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,

Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;

Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....

Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:

Giammai d'allor che in pria

Questa vita che sia per prova intesi,

Timor di morte non mi stringe il petto.

Oggi mi pare un gioco

Quella che il mondo inetto,

Talor lodando, ognora abborre e trema,

Necessitade estrema;

E se periglio appar, con un sorriso

Le sue minacce a contemplar m'affiso[352].

Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e

così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo

alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse

un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno:

immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme

realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto

parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti

di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno,

può giudicarla un bene e come un bene desiderarla.

Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il

desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece

credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli

non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e

però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì

fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi:

E tu cui già dal cominciar degli anni

Sempre onorata invoco,

Bella Morte, pietosa

Tu sola al mondo dei terreni affanni

Se celebrata mai

Fosti da me, s'al tuo divino stato

L'onte del volgo ingrato

Ricompensar tentai,

Non tardar più, t'inchina

A' disusati preghi,

Chiudi alla luce omai

Questi occhi tristi, o dell'età reina[354].

Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta

pessimista, il Leconte de Lisle:

. . . Divine mort, où tout rentre et s'efface,

Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,

Et rends-nous le repos que la vie a troublé.

Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di

amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua

e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà

di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli

innamorati. Nella canzone _All'Italia_ la morte è detta _passo

lacrimoso e duro_; e _abisso orrido immenso_ la dice l'errante pastore

dell'Asia. Nella _Palinodia_ vecchiezza e morte son giudicate _miserie

estreme_. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli

uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella

morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre

canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della

natura[355].

Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte:

il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in

lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par

che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili

sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata

generosa ai mortali:

Ahi perchè dopo

Le travagliose strade almen la meta

Non ci prescriver lieta? anzi colei

Che per certo futura

Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,

Colei che i nostri danni

Ebber solo conforto,

Velar di neri panni,

Cinger d'ombra sì trista,

E spaventoso in vista

Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]

Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per

opera sua

Bellissima fanciulla

Dolce a veder.

Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste

immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa

dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e

in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la

natura:

Come potesti

Far necessario in noi

Tanto dolor, che sopravviva amando

Al mortale il mortal?

A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non

già, la cui dipartita fa l'uomo _scemo di sè stesso_[357]. Il poeta

sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei _sudori

estremi_ che travagliarono la _cara e tenerella salma_ della donna

adorata[358], spasima pel _chiuso morbo_ che uccise la Silvia[359].

La canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_

incomincia:

Io so ben che non vale

Beltà nè giovanezza incontro a morte,

E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.

La morte è per sè stessa benefica;

ma sconsolata arriva

La morte ai giovanetti, e duro è il fato

Di quella speme che sotterra è spenta[360].

Ad _Amore e Morte_ il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:

Muor giovane colui che al cielo è caro;

ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non

può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.

Mai non veder la luce

Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo

Che reina bellezza si dispiega

Nelle membra e nel volto,

Ed incomincia il mondo

Verso lei di lontano ad atterrarsi;

In sul fiorir d'ogni speranza, e molto

Prima che incontro alla festosa fronte

I lugubri suoi lampi il ver baleni;

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all'orizzonte,

Dileguarsi così quasi non sorta,

E cangiar con gli oscuri

Silenzi della tomba i dì futuri.

Questo se all'intelletto

Appar felice, invade

D'alta pietade ai più costanti il petto[361].

Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il

miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze

innanzi tempo recise:

Quando sovvienmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura[363].

Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa,

similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di

morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte

e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la

Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle

due belle cose del mondo.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 46 / 72 题