Sotto il sole

Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].

Ecco il sereno

Rompe là da ponente, alla montagna,

Sgombrasi la campagna,

E chiaro nella valle il fiume appare.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Ecco il sol che ritorna, ecco sorride

Per li poggi e le ville[278].

La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento:

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la luna, e di lontan rivela

Serena ogni montagna[279].

C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà

nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice

il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento

è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti

delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso,

ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura quella

preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi

scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci

alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei

pochi versi dell'_Infinito_, composti dal poeta nell'anno ventunesimo

di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto

l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva

a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie,

spaurita, di quello che il Pascal diceva _silence éternel des espaces

infinis_. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del

tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo

curioso cenno, che si riferisce agl'_Idillii_: «Galline che tornano

spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario.

Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani

che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell

infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così

accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per

la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il

dileguare di tutte le cose[281]; e il _tacito infinito andar del tempo_

è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del

tutto è infinita.

L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte

idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e

tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e

ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un

arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle

cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria.

E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e

l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per

entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore

e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per

forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze

secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza

meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio

adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il sole, scoprendo

troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti

quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita,

nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo

segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo

opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana,

che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul

senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo,

parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita,

insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a

quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima

nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma

ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e

confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo

spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità

vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna

si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale

e più pubblica (_immensi lux publica mundi_, disse Ovidio), e sembra

aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator

delle opere (_vivo cuncta calore fovens_), dar retta a noi. Quand'egli

appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna

regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che

di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio

di lei (_amica silentia lunae_), atta ad intenderci, disposta ad

ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica,

la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò

sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di

tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido

volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che

il sole non ha[282].

Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo

che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la

luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto

della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione

d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del

nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose,

affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono

indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello

Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di

lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce

bellezza. _Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa,

intatta, vereconda_, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca.

Lo _spectral moon_ dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto;

sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e

la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come

agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente

bella, _for ever beautiful_. Non mai stanco di contemplarla, egli la

vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli

sereni,

Dominatrice dell'etereo campo[283],

questa _flebile umana sede_; vede il bianco suo raggio (_Il

biancheggiar della recente luna_), al cui mite splendore _danzan le

lepri nelle selve_, posar queto, per entro la notte _chiara e senza

vento_, sui _tetti e in mezzo agli orti_, e scoprire alla vista _lieti

colli e spaziosi campi_. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena

l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con

lei:

O graziosa luna, io mi rammento

Che or volge l'anno, sovra questo colle

Io venia pien d'angoscia a rimirarti:

. . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . chè travagliosa

Era mia vita: ed è, nè cangia stile,

O mia diletta luna[284].

Loderà egli sempre il _vezzoso_ suo raggio, e lunge dagli _abitati

lochi_ e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica:

Me spesso rivedrai solingo e muto

Errar pe' boschi e per le verdi rive,

O seder sovra l'erbe, assai contento

Se core e lena a sospirar m'avanza[285].

Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di

Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato:

L'amica luna con l'argenteo raggio

Placidamente mi percuote il ciglio,

E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!

Quanta più che nei versi del Pindemonte:

Steso sul verde margo

D'obblio soave ogn'altro loco io spargo.

Quai care ivi memorie

Trovo de' miei prim'anni,

Quai trovo antiche storie

De' miei giocondi affanni![287]

Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune

stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza

con lo sguardo amico[288].

E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene

avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte,

apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289];

e Saffo saluta, per l'ultima volta, il

verecondo raggio

Della cadente luna[290].

Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli

alla _eterna peregrina_, alla _giovinetta immortale_, alla _vergine

luna_ (_fanciulla_, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina

ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a

che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito infinito andar del tempo[291].

Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta,

riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del

come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la

vita, prese argomento dalla _giovinetta immortale_, dalla compagna

e consolatrice antica, e il _Tramonto della luna_ fu il penultimo, e

forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato.

V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto

dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma

chiaramente; ed è quella che s'intitola _Il risorgimento_. Il giovane,

non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che

facevalo, non _turbato_, ma _tristo_, e _vedovo d'ogni dolcezza_, morto

al dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile,

nell'april degli anni, a chi trascini

dell'età decrepita

L'avanzo ignudo e vile.

La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita,

chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e

solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non

gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine,

il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo

raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due

pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto

ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla

vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella

solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure

si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente

raccesa la _luce de' giorni e degli affetti giovanili_, incontanente

corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori.

Siete pur voi quell'unica

Luce de' giorni miei?

Gli affetti ch'io perdei

Nella novella età?

Se al ciel, s'ai verdi margini,

Ovunque il guardo mira,

Tutto un dolor mi spira,

Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivere

La piaggia, il bosco, il monte,

Parla al mio core il fonte,

Meco favella il mar.

Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva

diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine.

Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non

era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza

che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla

fantasia sopra

Il bel che raro e scarso e fuggitivo

Appar nel mondo[292]:

anzi poteva con Saffo esclamare:

Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella

Sei tu, rorida terra;

e giudicar _vezzose_ le forme, anzi _infinita_ la beltà della sempre

verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu

un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu

un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che

di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e

serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde

parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico.

Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci

sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza

quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di

simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora

all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra

che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa

simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure

insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta

che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva

mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario

poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere

è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana

gioja è frutto del passato timore,

onde si scosse

E paventò la morte

Chi la vita aborria.

Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza,

dopo la quale

Abbandonata, oscura

Resta la vita;

e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole,

il quale tra lontani monti

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non

mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente

insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser

suo, alle sue deboli forze.

Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il

Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno

durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo,

dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo

lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui

serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso,

per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da

quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico,

del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo,

scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della

natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia

insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il

pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato

d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta:

E quando miro in ciel arder le stelle,

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo,

provata:

Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente; ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.

Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto

possa dire: _Indugiati, o istante: tu sei così bello!_

Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto

la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel

seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura,

già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice di

libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata

da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di

tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è

malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo

i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una

selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele.

Nè scolorò le stelle umana cura[297].

Ma da natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben si cura[298].

Dalle mie vaghe immagini

So ben ch'ella discorda:

So che natura è sorda,

Che miserar non sa.

Che non del ben sollecita

Fu, ma dell'esser solo;

Purchè ci serbi al duolo,

Or d'altro a lei non cal[299].

Non ha natura al seme

Dell'uom più stima o cura

Ch'alla formica.

Così, dell'uomo ignara e dell'etadi

Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].

La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa

della natura è in tutto simile a quella del _rapito amante_, il

quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una

scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non

è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno

fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori

gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli

è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero

dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni

soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido

straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto:

O natura, o natura,

Perchè non rendi poi

Quel che prometti allor? perchè di tanto

Inganni i figli tuoi?[301]

Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e

delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne'

versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col

volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto

all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque alla

_madre temuta e pianta_

che delusa

Fosse ancor della vita

La speme giovanil; piena d'affanni

L'onda degli anni: ai mali unico schermo

La morte[302].

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 40 / 72 题