IL SENTIMENTO DELLA NATURA NEL LEOPARDI.

Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo

Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un sentimento

che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze, le

vicende, la salute dell'uomo.

Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri,

il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»; nessun

altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi la

odiava»[257]. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul conto del

Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche in ciò,

probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e l'altro

eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima

vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come tante altre

cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova punto ch'egli

l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente torto di parlare

di _odio ingenito_; e anche più torto hanno coloro che tiran fuori la

testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi non ebbe vero

sentimento della natura.

Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro da

cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui sguardo,

o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto _le cittadine

infauste mura_ e l'umano consorzio; quando scriveva la _Vita solitaria_

e il _Passero solitario_; il Leopardi amò la campagna e amò la natura.

Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei colli

e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra; ma

quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti. «Quando

io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica

cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente,

mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi parrebbe di far

peccato mortale a non curarmene.....»[258]. Di sì fatto amore non è

capace chi non sappia vivere in solitudine; e chi della solitudine

si piace non è quasi possibile che non inclini a quell'amore. Ho già

ricordato un luogo del _Parini_ ove il poeta dice di non intendere

come chiunque vive in città grande, eccetto se non trapassi il più

del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze della

natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine. sublime

o leggiadra»[259]. Chi legge con qualche attenzione alcune poesie del

Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di famigliarità e

di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza stretta, dalla lunga

consuetudine.

Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti

dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo

curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di

accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore

frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice;

alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili,

che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura;

e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che essi, o

non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi quante volte

non lamentò di dover consumare l'_età verde_, l'_unico fior della

vita_, nel _natio borgo selvaggio_,

intra una gente

Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso

Argomento di riso e di trastullo,

Son dottrina e saper![260]

quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la

città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere

e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto!

L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, è

quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando l'uomo,

conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle passioni,

ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, desidera

la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la

fantasia[261].

Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, in

solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un

intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica

contemplazione, che non esclude la visione degli aspetti parziali e

particolari, ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli

altri[262]. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta

al Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno

si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto

anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza

di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere

addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza,

e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria

tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune

immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi

a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura,

la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento

dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di

ritornare subito dopo, com'è seguìto, m'agghiacciai dallo spavento, non

arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni

e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose

un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così

beato, non ostante i miei travagli»[263].

La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento

della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono

rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si

associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può

essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti;

sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti e

di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza

e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne

godono sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in

genere, sono quelli che ne godono intellettualmente.

Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura,

mostrando quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi

di mezzo, poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di

sentimento assai più moderno che antico; e come le vicende della

civiltà l'abbiano condotto a quella condizione e a quel grado in cui

lo vediamo al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de'

maggiori poeti s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual

fosse propriamente il sentimento della natura. Perciò, tralasciando

ogni altra considerazione generale, vengo a dire del sentimento del

Leopardi in particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il

temperamento e il carattere.

Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura quale

semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto conoscente e

appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la natura nel modo

ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che viene associando le

impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni e i ricordi

proprii, o interpretando la natura secondo sè stesso. Il modo del

suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si assimila molto al

romantico, quale fu descritto da madama di Staël: «Un nouveau genre

de poésie existe dans les ouvrages en prose de J.-J. Rousseau et de

Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation de la nature dans ses

rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver à l'homme. Les

anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, chaque arbre,

avaient écarté les sensations simples et directes, pour y substituer

des chimères brillantes; mais la Providence a mis une telle relation

entre les objets physiques et l'être moral de l'homme, qu'on ne

peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en même temps à la

connaissance de l'autre»[264]. Questo giudizio è giusto. L'uomo non

potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non dopo averne

espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto ebbe a

notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere stata quella

che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura come i moderni

la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che l'uomo il quale solo

vede la natura attraverso i proprii affetti, non la conosce gran che

meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le proprie immaginazioni;

e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo del sentimento

che dall'antropomorfismo del mito. Il sentimento che abbiam detto

romantico, allora tocca l'estremo suo grado quando l'uomo si sente

quasi confuso con la natura, non sa più da essa discernersi. Chiedeva

il Byron: Non sono le montagne e l'onde e i cieli una parte di me e

dell'anima mia, com'io di loro?

Are not the mountains, waves and skies, a part

Of me and of my soul, as I of them?

Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del

solitario luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del

mondo, inconscio quasi di sè[265].

Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia

all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura un'anima

amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal male. Parlando di

sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato ad amare, ho amato,

e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva»[266].

Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle _Ricordanze_, e si

vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la comunione e la

confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, passava le

sere contemplando le _vaghe stelle dell'Orsa_,

ed ascoltando il canto

Della rana rimota alla campagna;

e distraeva l'occhio dalle _luci_ del cielo, che tante _fole_ gli

creavano nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante _appo le

siepi e in sull'aiuole_, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano

al vento

I viali odorati ed i cipressi

Là nella selva.

Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai

più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a

diciannov'anni, dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli

studii, anche quello della natura:

Quando in dispregio ogni piacer, nè grato

M'era degli astri il riso, o dell'aurora

Queta il silenzio o il verdeggiar del prato[267];

ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando

lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, a cui

si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda di

felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due

amori:

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti

E quinci il mar da lunge, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Ciò ch'io sentiva in seno[268].

Il _Passero solitario_, l'_Infinito_, la _Vita solitaria_, composizioni

tutte della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile

del 1818, l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un

sentimento medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la

primavera, la quale

Brilla nell'aria e per li campi esulta;

è l'allegrezza delle creature festeggianti il _lor tempo migliore_.

Nell'altre due la contemplazione della natura suscita un pensier

panteistico, provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare

dell'essere:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo, ove per poco

Il cor non si spaura[269].

E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare

in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che

I suoi tremuli rai fra le cadenti

Stille saetta,

egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose:

E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo

Degli augelli sussurro, e l'aura fresca,

E le ridenti piagge benedico.

La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di

giorni in cui ell'era verso lui assai _più cortese_; e a quella pietà

egli si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo

all'antica madre e in lei s'addormenta.

Talor m'assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d'un lago

Di taciturne piante incoronato.

Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,

La sua tranquilla imago il Sol dipinge,

Ed erba o foglia non si crolla al vento,

E non onda incresparsi, e non cicala

Strider, nè batter penna augello in ramo,

Nè farfalla ronzar, nè voce o moto

Da presso nè da lunge odi nè vedi.

Tien quelle rive altissima quiete;

Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio

Sedendo immoto, e già mi par che sciolte

Giaccian le membra mie, nè spirto o senso

Più le commova, e lor quiete antica

Co' silenzi del loco si confonda[270].

Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi figli

può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo:

Ainsi, nature! abri de toute créature!

O mère universelle! indulgente nature!

Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,

Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,

Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,

Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271]

La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto

spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè _approvvigionarsi_

d'immagini vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze

dell'Alpi e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo

Chateaubriand, il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande

paesaggio romantico, quale lo amava l'autore della _Nuova Eloisa_,

il paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di

torrenti, di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui;

e del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre

regioni d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo

gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione

classica[272]. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in

qualche verso. Le _sibilanti selve_, l'_atro bosco_, sono indicati con

un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate,

colorite, minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in

tanti poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non

s'incontrano in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un

forte e puro sentimento della natura[273]. Il Leopardi non va erborando

come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, non

è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de Lisle.

Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento

diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di aspetti

specifici[274]. Se si tolgono que' pochi versi della _Vita solitaria_,

ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'_Inno

ai Patriarchi_, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle

nuvole, e alcuni della _Ginestra_, ove il poeta fa apparire un istante

l'_arida schiena_ dello _sterminator Vesevo_ e i campi _dell'impietrata

lava_, non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un

pittore possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena

di paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello

spettacolo naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno,

astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo

doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi

a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (_un

paysage quelconque est un état de l'âme_)[275].

Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi di

ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come

uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella _Vita

solitaria_ e nell'_Infinito_ fa cenno di piante, ma non dice che

piante sieno; e se nell'_Ultimo canto di Saffo_ ricorda il murmure

de' _faggi_, e nelle _Ricordanze_ i _cipressi_, e nella _Ginestra_

l'arbusto da cui il componimento s'intitola, sono, questi, esempii

assai rari di designazione specificata e concreta. Certo, il Leopardi

non ebbe col mondo vegetale la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare

un esempio, il Lenau. Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino

più di due o tre nomi di fiori. Quanto diverso, per citare un altro

esempio, dal Keats, il quale diceva che il diletto più intenso della

vita egli aveva provato osservando crescere i fiori!

Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di luogo. Le

lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella _Vita solitaria_;

la gallina della _Quiete dopo la tempesta_, che, cessata la pioggia,

torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della canzone

_A un vincitor nel pallone_; la rondinella vigile del _Risorgimento_;

la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al covil

cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della _Ginestra_;

mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato.

Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con manifesto

compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola appunto

_Elogio degli uccelli_. Di questo maggiore interessamento del Leopardi

per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che egli, mentre

riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, espressa negli

ultimi versi del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_,

stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per questo da

credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di universa

fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco d'Assisi,

lo Schopenhauer, lo Shelley (_cor cordium!_). Nè quello interessamento

giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere in qualche modo a

riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò alla rondine, della

_Mort du loup_ del De Vigny, della _Mort du lion_ e di tant'altri del

Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta mai in modo esplicito quel

fanatico desiderio, comune a molti poeti, di potersi trasformare in

uccello, in fiore, in nuvola, ecc.[276].

Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non

ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che

egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte

assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di

poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi

soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare

all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante

in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò

nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai

portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano

in sentimenti. La mite scena idilliaca di _ridenti piagge_, che il

poeta benedice nella _Vita solitaria_, era già apparsa nel _Passero

solitario_:

e intanto il guardo

Steso nell'aria aprica

Mi fere il sol che tra lontani monti

Dopo il giorno sereno

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 39 / 72 题