emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia
dato sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie
conformazioni del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe
impresa disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene
avvolgendo. Pongasi mente a que' versi della canzone _Alla sua donna_
ove il poeta invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna
idealizzata, ma propriamente l'idea della donna[188]: che dice il
poeta?
Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Abbiamo qui, al modo stesso che nell'_Aspasia_, l'archetipo, da cui
riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e
sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso,
che forse è quella una delle idee di Platone[189], e da ultimo esce in
questo saluto:
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.
Da questa poesia all'_Aspasia_ corsero all'incirca dieci anni[190]:
onde si vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè
accidentale, nè passeggiero.
Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno
dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi
nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina che la
volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi nelle
cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è nella
cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica;
e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo officio
manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si piace di
affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva Platone:
onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose, l'arte
il modo platonico[191]. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono a
trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo) con
Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non la
manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi
accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come
disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non sono.
Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le illusioni
allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e colore dal
sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che il Leopardi
riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si stanca di dire
le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di non arrivare «a
comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti
vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»[192]. E al Jacopssen nel
giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination de
procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit
capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce bonheur dans
l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le temps où il m'était
permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte d'effroi que mon
imagination devient stérile, et me refuse tous les secours qu'elle
me prêtait autrefois»[193]. Il che non era poi tanto vero, se nel
febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi assicuro
che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al mio buon
tempo antico»[194]; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava dei
poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano di genio,
d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello Carlo scriveva
indignate parole[195]. Dal _caro immaginare_ derivava egli l'una
parte (derivando l'altra dal _dolce rimembrare_) delle maggiori e più
schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una volta:
dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago[196],
egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando, che di
nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini che gli creava
la fantasia. Di qui una conseguenza importante: facoltà creatrice
dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta, per eccellenza la
fantasia.
Te punge e move
Studio de' carmi e di ritrar parlando
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che, più benigna
Di natura e del ciel, fecondamente
A noi la vaga fantasia produce,
E il nostro proprio error. Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca
Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d'anni; a cui serbare eterna
La gioventù del cor diedero i fati;
Che nella ferma e nella stanca etade,
Così come solea nell'età verde,
In suo chiuso pensier natura abbella,
Morte, deserto avviva[197].
In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam dire
la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello,
e più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la
natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è
una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti
essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici della
natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte che li trae
fuori del _peggiore dei mondi possibili_, e li trasporta in ispirito
nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi dei
pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller e allo
Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè un inganno[198]
è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la vita ci offra.
L'arte non fa, come comunemente si predica, della realtà una finzione;
ma fa, per contrario, della finzione una realtà. Il Baumgarten,
discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome di estetica da
lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo
dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava superba,
perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte, cioè,
che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello esistente;
e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire doveva essere
Dante, quando formava il concetto di un'arte che, essendo a Dio quasi
nipote, e però figlia della natura, questa
quanto puote
Segue, come il maestro fa il discente[199].
Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti
si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno
consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla
natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima,
considerata quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la
seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente
parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più
eterocosmica, quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e
del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi
dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la disperata
miseria dell'una e dell'altro[200].
Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva più
fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere che
altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione
che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente fra
contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno. Quando
scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello Carlo: «Ho bisogno
d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita»[201], gli è probabile
ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor della vita, sopra l'arte;
ma quando, dimenticate oramai le Termopile, e dimenticato Simonide,
nel luglio del 1828, alludendo al conte Andrea Broglio, morto ancor
egli in Grecia, scriveva al padre: «Io non sapeva che il suo fanatismo
l'avesse portato ad andare ad esporre la vita per causa e patria non
sua»[202] gli è probabile ch'ei portasse tutt'altro giudizio; sebbene
fosse l'anno appunto in cui si rallegrava d'esser tornato, in materia
d'immaginazioni, al suo buon tempo antico.
Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se
officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la
nostra sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo
un mondo di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e
restaurando nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì
disfacendo; perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè
la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge,
e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le
illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua poesia
essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli stesso
che sembra rivelare _alto mistero d'ignorati Elisi_? La domanda par
ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si può rispondere;
e la contraddizione non è così acuta come può a prima giunta sembrare.
Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista
può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi
in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina, produrre
una poesia dove non appajano se non immagini dilettose e serene, non
respirino se non sentimenti dolci o vivificanti, e la stessa natura sia
ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per così dire, dell'ombre
consuete del suo proprio pensiero: nè si può asserire che una poesia
così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma bisogna pur riconoscere che
le altre arti, e in più special modo la musica, possono servire a cotal
dissimulazione del vero assai meglio e assai più che non l'arte della
parola. La parola ha significazione troppo determinata e precisa, e più
che ogni altro segno di cui possa giovarsi lo spirito umano a palesare
sè stesso è legata al vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur
egli poeta, mentire un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con
cui, da altra banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale.
Non v'è frase musicale che propriamente affermi o impugni alcun che;
non v'è per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato
o presunto), o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il
poeta pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza,
non vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga
testimonianza di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di
riuscire oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre
del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro, un
documento di pensier pessimistico.
Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi in
particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non senza
ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua anima,
ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di lui; e
qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più conferisca
all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione sul
bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si cura
che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare
che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo in
formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio suo
fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano
dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si
disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che
viva, e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile,
divenga sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime
dolore universale tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i
sofferenti, conformemente all'antico adagio _solamen miseris socios
habuisse malorum_[203]. Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che
noi siam membri di un solo corpo quanto la comunanza e universalità
del dolore; e veramente la morale non può trovare altra base che sia
più vera e più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi,
quando nella _Ginestra_ prese a esortar gli uomini a stringersi in
lega contro l'avversa natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire
dal pessimismo un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per
condizioni di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare,
non tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi.
Se il vero è amaro per sè, _condito in molli versi_ tornerà meno
amaro. Se non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha
irreparabilmente disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva,
e non la men nobile, e non la meno benefica: quella della bellezza. I
suoi versi sono, chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero;
ma poche volte al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che
così intensamente li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino
onnipossente della bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è
tanta bellezza, non può non essere godimento. Anche una volta l'arte
trionfa della natura; l'uomo, del suo destino. Che importa se i
pensieri son tristi, se il vero piange e sospira?
Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt.
Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera
di molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a
realizzarla nell'opera d'arte. Scrivendo il _Werther_ egli guarì del
male onde Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto
i proprii dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la
disperazione della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti
coloro, che, soffrendo dello stesso suo male, leggeranno con puro
animo que' versi, ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza
li avvolgerà del suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le
loro ferite, trasmuterà per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in
dolce, tenera, appassionata letizia.
L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la
concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse
una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange,
ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere;
ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe
vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato
e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna, nè
l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia
che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia
d'amore[204], in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già
recato alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di
cosa affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri.
Il Leopardi non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire
che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique».
Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio
perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere
che il genio altro non sia se non una _lunga pazienza_. Il genio è per
sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare, nutrire,
corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto lunga, non
può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di cosa stupenda,
incomprensibile e che trascenda la umana natura; e ciò ch'ei ne dice,
ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer, il quale lo
ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi anch'egli quasi
prossimo alla pazzia[205]. Il genio consiste, secondo il Leopardi,
in una maggiore _intensione di vita_, ed è contraddistinto da una
particolare _finezza d'intelletto_ e _vivacità d'immaginazione_, le
quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e, sopraffatto
_dalla grandezza delle proprie facoltà_, incontri continuamente _mille
dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire_; sia poco
atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente
infelice[206]. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente
della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in
un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile,
nemico della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla
passione, _emancipato_ (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo
Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del
genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue
il genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra
fosse giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici,
in uno istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i
filosofi nel tratto di molti secoli», dic'egli nella _Comparazione
delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto_[207]. Il Carlyle,
rifacendo uno del poeta e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano
il sacro mistero dell'universo, quello che il Goethe chiama secreto
aperto»[208].
Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico
del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che
chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico
suo godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini
differenze grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge
breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce
in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto
il cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri
esempii che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio
estetico di un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema
solare, l'orbita di Nettuno all'orbita di Mercurio.
Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo
estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal
grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica
e psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed
intenso, secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra
rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno
luogo a inclinazioni e dottrine diverse[209]. Suppongansi due uomini,
di cui l'uno abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai
validi, pronti ed acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli,
tardi ed ottusi; l'uno, vigoroso e vigile senso morale; l'altro,
rilassato e neghittoso; l'uno sia più ricco di fantasia che di ragione;
l'altro, più di ragione che di fantasia: i loro campi estetici saranno
necessariamente diversi, diversa in ciascuno la natura e la misura del
godimento, diverse, in ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire
ideando. Fra la estensione del campo estetico e la estensione del
godimento estetico passa (è quasi superfluo il notarlo) strettissima
relazione; ma a un campo d'impressioni assai esteso può corrispondere
un debole grado di godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni
più ristretto può corrispondere un grado di godimento molto più
intenso. Estensione ed intensione non sono sempre in ragione diretta
fra di loro; ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa,
sebbene in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare
tutte le arti, e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte
moderatamente: un artista di professione può non gustare che l'arte
propria, ma di quella godere intensissimamente. Da altra banda può
avvenire che l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e
reazione dell'una sull'altra produca come una generale elevazione di
potenza. In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere
la intensione; e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili
di corrispondenza diretta fra la estensione del campo estetico e la
intensione del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante
e dell'artista in uno.
Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò
più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui
è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto
validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione.
Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni
derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo sforzo, ecc., e
di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti nell'arte sua.
Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto le
arti figurative e l'architettura. Nella canzone _Sopra il monumento
di Dante_ egli parla con calore delle _care arti divine_, ricorda con
isdegno l'_opre divine_ degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù
oltre l'Alpi, invita il _guasto legnaggio_ a mirare, insieme con le
ruine che fan testimonio dell'antica grandezza,
E le carte e le tele e i marmi e i templi;
ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in
Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo
suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a
questo riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza
e la magnificenza di Roma destarono in lui assai più sgomento che
ammirazione. «Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini
di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione
di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola l'ho
veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre io
era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla
sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza
di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero
dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste
fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili,
sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi che
contengano uomini»[210]. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di
me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio
non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo il menomo
piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e
t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta a noia dopo il
primo giorno»[211]. Bada a dire un gran male dei Romani, così maschi
come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur gli avevano fatto
accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui spettacolo sembra
che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione dell'animo suo e
all'indole della sua coltura; di quelle ruine che inspirarono tanti
grandi poeti, il Leopardi non fiata[212]. E similmente non fiata nè
di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive celiando al
fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci
volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere o
alla Venere capitolina»[213].
Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che altri
la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto
a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e
alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi
mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo
intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva
all'amico se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla
_Storia della scultura_) poteva tornargli utile[214]. Quelle parole
al fratello Carlo non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non
possono significare in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che
forse significherebbero in bocca d'uom più maturo; e del resto provano
che il poeta non aveva omesso d'andare a _girare_ intorno ai capilavori
dell'arte antica. E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata
più la scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de'
suoi più vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova,
e uno de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un
mese quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò
di Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando
aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire dal
mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente
era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare intimamente
e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo, appena un mese
avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se n'è morto»[215].
Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà facilmente
supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi
l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte greca,
valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità; ma valse
di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme.
Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò del
Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola, se
non in quel fuggevole accenno delle _Ricordanze_ alle _dipinte mura_,
ai _figurati armenti_ e al _sol che nasce su romita campagna_; alcune
delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere
di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone
_Sopra il monumento di Dante_[216] abbiamo le due: _Sopra un basso
rilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in
atto di partire, accomiatandosi dai suoi_; e _Sopra il ritratto di
una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_.
Notisi che in queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza
femminile, ch'è per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le
arti che, dopo la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto,
e in seguito vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova
modo di associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa
virtù rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a
questo proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza
dell'opera d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in
noi la prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi
la seconda; ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza
della persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo
un qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso
interno, fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non
concedevano al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato
capace; e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar
ricercando ciò che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione
e tormento. Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non
sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita.
Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo io
ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città,
mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato
_quasi inutile_»[217]. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe,
nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della _Ginestra_,
fu, in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un
appassionato e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei:
e da quadri e da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi,
trasse argomenti a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il
Leopardi amò presso a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente
vagheggiandole nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli
pensava con angoscia al tempo in cui