L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e non
desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento o
subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della vita è
il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè disgiunto
dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del Leopardi,
quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle poesie e
delle prose[136]: e questo pensiero bisogna aver presente per ben
intendere la estetica di lui.
Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto
la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è
la felicità; perocchè niuna cosa è felice»[137]. «Nessuna cosa credo
sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i
viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur
questo e qualunque altro discorso»[138]. Il poeta credette alcun tempo
che della infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli
uomini stessi[139]; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che
la infelicità nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità
di natura[140]. La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto
altro che il riso[141]. La felicità è impossibile anche per un momento
solo; tale il concetto del _Dialogo di Malambruno e di Farfarello_.
Non è possibile non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per
fatto della natura; tale il concetto del _Dialogo della natura e di un
Islandese_. La infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale
il concetto del _Dialogo della natura e di un'anima_. E la vita è così
fatta che non si potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse
ogni poco interrotta dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla,
fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena,
e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte»[142]. Ciò
nondimeno, dicendo che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti
ai piaceri e ai dispiaceri sono occupati dalla noja[143]; e che la vita
allora riesce veramente cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par
quasi di ricuperarla[144]; e che il solo modo che gli uomini abbiano
di gustare quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di
rinunziare alla felicità[145]; il poeta viene a riconoscere che sono
nella vita alcuni piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio
d'affanno e il diletto non altro che un uscire di pena[146]), e che la
vita può essere, sia pure in qualche menoma parte, goduta, e che una
qualche felicità, sia pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar
luogo.
E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita _inutile miseria_ e spoglia
di qualsiasi frutto[147], pure enumera alcuni beni ond'essa vita è
consolata: primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le
dolci illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci
s'apre naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui.
L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa ed
estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia
notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol dirsi,
platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la veste
corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi da
molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della bellezza già
faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria[148]. _Beltade
onnipossente è maestra d'alto affetto_[149]; sembra rivelare _alto
mistero d'ignorati Elisi_[150]; però che un _caro sguardo_ è tra le
cose mortali la più degna del cielo[151], e la bellezza è, fra noi,
come una _viva immagine_ del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi,
immensi pensieri e sensi.
Beltà grandeggia, e pare,
Quale splendor vibrato
Da natura immortal su queste arene,
Di sovrumani fati,
Di fortunati regni e d'aurei mondi
Segno e sicura spene
Dare al mortale stato[152].
E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819
scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita
_se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza_[153],
giudicasse spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può
essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò egli
si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo i poeti,
e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel medesimo
modo. Udiamo Alfredo De Musset:
Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même:
La beauté sur la terre, est la chose suprême.
C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté.
Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté;
Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème:
Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté[154].
E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct
du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un
aperçu, comme une _correspondance_ du ciel... Ainsi le principe de la
poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une
beauté supérieure...»[155]. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice
la bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro
scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile.
Qual altro scopo è più grande e più _utile_?
Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato che nella
bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è perturbata
da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto e del
sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per lui la più
alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre. Ma qui
è subito necessaria un'avvertenza, molto importante a ciò che dovrà
esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi vagheggia nella
donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi il riflesso, e come
la individuazione, di una bellezza più alta, che il poeta ateo chiama
divina; di una vera e propria idea di bellezza, che sarebbe senz'altro
una delle idee di Platone, se il poeta non la dicesse talora figlia
della propria mente. Se come Dante fosse stato credente, il Leopardi,
come Dante, avrebbe detto essere la donna adorata
una cosa venuta
Dal cielo in terra a miracol mostrare.
Rileggansi quei noti versi dell'_Aspasia_:
Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà!
Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l'amorosa idea.
Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima.
Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi inchina ed ama.
Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un
idealista, a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un
idealista Alfredo De Vigny.
E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'_acerbo
indegno mistero delle cose_,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira[156].
s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è
brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella
natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset, nella
poesia testè citata, loda il Leopardi di _casto amore per l'aspra
verità_, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam
veduto come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero;
e qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta,
egli pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta,
quello deprime[157]. Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il
verde alle cose, dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior
contrario del bello, soggiunge nella _Comparazione delle sentenze di
Bruto minore e di Teofrasto_[158]. Altrove, alquanto più remissivo,
scriveva: «Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può
spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello
è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad
ogni altra cosa»[159].
Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di darne
una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una
che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno di
scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali
condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico
per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza
e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato
nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che,
fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si
può dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale
in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti _Del bello_, di
Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808. In
questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma così
scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva desiderabile
_un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del sig.
Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento_: e
il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena. La
estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820,
per opera dei romantici[160].
Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire
che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero
è _ben altra cosa che la natura_[161], potrebbe darsi che il bello
fosse la natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva
al Giordani: «Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»[162];
e questo ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a
riconoscere nel mondo la scena ove si esercita
il brutto
Poter che ascoso a comun danno impera,
e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì
che disse poco essere il bello che la natura ci offre[163]. E il
bello non è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile
s'intende ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso
notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant, con lo
Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello _Spettatore
Fiorentino_ che il poeta ebbe un tratto in animo di pubblicare, doveva
esser formato tutto d'idee negative e riuscire un giornale affatto
inutile[164]. Ma qui, per una inversione di ragionamento che trova la
sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del poeta (in
altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe più
difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita
tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita,
una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza
che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli
uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno
e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e che
solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando qualche
diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi non
sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio alcuno,
è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti, si
studiano di farla più lunga[165]; e solo meritano gratitudine coloro
che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I
travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e non
dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi hanno
questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio; la qual
cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono
dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive.
Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o
trenta versi della poesia _A Carlo Pepoli_, e un passo di lettera al
Giordani, ov'è affermato che il dilettevole è _utile sopra tutti gli
utili_[166], e il già citato preambolo allo _Spettatore Fiorentino_,
ove occorrono queste parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di
ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene
rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia
più utile che l'utile»[167].
Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile che
tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta
_discipline secchissime_[168]; ma le arti in genere saranno da avere
in assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme
tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire
ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura.
Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto, come il
fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora, aveva
chiamate _care arti divine_[169].
Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il
bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e
dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non la
conoscenza, la _vista impura_[170] di esso. L'artista vive per rivelar
la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè a
questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello che
tutto giorno ci sforziamo d'imitare»[171]. Non è però che il Leopardi
voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo punto,
egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte lo deve
pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio, ma sopra
tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il brutto, _imitato
dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare_[172]. Ma
insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa su l'occhio,
e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova importanza
ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel e nella
fantasia e nell'arte dei romantici.
Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono poco
disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla
nelle sole finzioni[173]. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo
pessimista quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale
il Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e
circospezione, di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro
credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo
discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che
_ufficio delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile_[174];
e vedremo ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi
ebbe sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione
e motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata
debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si compiaccia
più della finzione che della realtà, com'è in più particolar modo
provato dalle _Operette morali_, dove le _posizioni_ e i temi sono,
pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili; e come
è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione che una
volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè, durante la veglia,
le donne che aveva vagheggiate nel sogno[175].
Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi vuole
che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra[176].
Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange
i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza
perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che
non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono
le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la
facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come
lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò
la vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla
dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità
propriamente persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in
cui l'anima, soggiogata dal _possente errore_ e dagli ameni inganni,
deliziosamente si abbandona, ignara dell'_acerbo indegno mistero delle
cose_, inconscia quasi di sè.
Era quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s'apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo e gli sorride in vista
Di paradiso[177].
O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so[178].
Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il
verno[179]; e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e
scura, e non si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo
alla terra[180]. Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza,
perchè chiusa alle care illusioni; e da aborrir sono i vecchi,
che la giovinezza già per sè fuggitiva si studiano di spegner nei
giovani[181]. Però Consalvo è lieto di morire in sul fior dell'età.
«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle
_care illusioni_», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al
Brighenti[182]. E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani:
«Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo
modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o
di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e
compongono tutta la nostra vita»[183]. In questa opinione durò egli
poi lungamente, salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in
tanto, e salvo ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse
nello stesso disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello
Carlo fu in ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che
il primo scriveva al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge:
«In conclusione si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte
per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il
mondo: _le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être
habité_»[184].
Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero
leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono nell'animo
umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio alla vita,
e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani testè
ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al mondo in
nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni,
perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della
natura; la quale _expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala
perrumpet furtim_ FASTIDIA _victrix_»[185]. E così in molte altre
occasioni lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di
felici ombre, e perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare
e di trasfigurare agli uomini la parte maggiore della infelicità
loro[186]; ma una lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di
un discepolo del Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a
cui giudizio essa natura fu _madre in parto ed in voler matrigna_, e di
tutt'altro curante che del male nostro o del bene, e tale insomma che,
discordando affatto dalle nostre _vaghe immagini_, e chiusa ad ogni
pietà, ci danna irreparabilmente al dolore[187].
Essendo che la natura, secondo si ragiona nel _Dialogo della natura
e di un'anima_, è una specie di essere medio, intermediario fra il
destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero
da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero alcun
che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto
sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile
intendere come dal _brutto_