Ogni beltate di natura o d'arte

diverrebbe inanime e muta al suo spirito[218].

Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile e

vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella posta

per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza e

alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al Leopardi

lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello

Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto nè con

altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo;

il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino,

ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana... Insomma,

credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto

concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al primo

momento...»[219].

Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar

più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura

fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per ora

altre parti del nostro argomento.

Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio,

più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la

sensazione. Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle

immaginazioni; ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il

senso di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il

senso della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con

accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con Bruto una

vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla sorella Paolina

scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità, la grandezza

d'animo sono non solamente le uniche consolazioni de' nostri mali, ma

anche i soli beni possibili in questa vita»[220]. Era opinione sua «che

la condizione dei buoni sia migliore di quella de' cattivi, perchè le

grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente»[221]. Ed

è notissima quella stanza dei _Paralipomeni della Batracomiomachia_, i

quali son pure composizione degli ultimi anni del poeta, morto oramai a

ogni altra fede, a ogni altro amore:

Bella virtù, qualor di te s'avvede,

Come per lieto avvenimento esulta

Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede

Se in topi anche sii tu nutrita e culta.

Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,

O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,

Sempre si prostra: e non pur vera e salda,

Ma imaginata ancor, di te si scalda[222].

Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella

bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi

talvolta confuse con la sensitività e la pietà[223], identificata,

quasi alla maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica.

Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente

la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne:

basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e

sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile

del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere

ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei

astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con

parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando

a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno

della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi

forzato di tener dietro a quella poesia»[224]. Passati da quel tempo

quasi vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture,

al Pepoli di poter diventare _canuto amante_ della poesia, cioè di

seguitare ad amarla da vecchio come l'amava da giovane.

Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il _Bruto

Minore_, l'_Infinito_, il _Canto notturno di un pastore errante

dell'Asia_, la _Ginestra_, lasciano nell'anima una impression di

sublime che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose,

come il _Cantico del gallo silvestre_. Sublime il concetto che il

poeta ha del perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la

vita come un conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno

asserito che chi ha il senso del sublime non può avere il senso del

ridicolo. Lo Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò

che il Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente

il ridicolo e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci,

ma non fanno ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può

negare, il quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle

sue operette morali, come la _Scommessa di Prometeo_ e il _Copernico_.

Certo, per questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo

Heine. Può essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non

conobbe, come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che

si rivolge contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto

conoscesse l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del

comico nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e

conseguente dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento

che convenga all'uomo superiore[225].

Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga, si

restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione con

l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico e

morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo

e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale

della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento

estetico.

Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi

infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente

vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni,

e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che

si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano,

perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri,

e perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più

agevolmente e più a lungo far rivivere nella memoria[226]. Dalla stessa

sua complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano

a disprezzare i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i

piaceri superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza

organica, e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario

indirizzo alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue

manifestazioni.

Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor

di dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti,

sono i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il

possibile piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel

tanto, e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente.

E da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli,

che ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla

opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera

l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare gli

elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire

che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio

credere, su tutti gli altri.

Nel terzo e quarto capitolo del _Parini_ il Leopardi considera ed

enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere

estetico. Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella

sensitività, che, non solamente vengono a mancare con gli anni in

ciascun uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta,

dalla scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre

traversie della vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio

di noi, perchè «ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande

immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun

che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia

tutto favola»[227]. Chi vive in città grande difficilmente potrà

ricevere dalla natura o dalle arti «alcun sentimento tenero o generoso,

alcun'immagine sublime o leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto

contrarie a quello stato dell'animo che ci fa capaci di tali diletti,

quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi,

lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti,

della falsità perpetua, delle cure misere, e dell'ozio più misero,

che vi regnano»[228]. Ancora, per essere capace di quel godimento,

l'animo dev'essere riposato, sgombro di male passioni e di basse

preoccupazioni, e sopra tutto aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad

osservare più di una volta che anche agli animi meglio disposti da

natura a ricevere que' sentimenti teneri e generosi, quelle immagini

sublimi e leggiadre, «intervengono moltissimi tempi di freddezza,

noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità, e disposizione tale,

che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi,

e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti

allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli»[229]. Di ciò ebbe

a fare esperienza lo stesso poeta, e ne lasciò documento così nelle

lettere come nei versi, e più di proposito nel _Risorgimento_.

A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime

considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi è

in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale,

quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per lui, ciò

che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la scuola

realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente;

ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene

poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola

hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer

e col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della

fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma

se ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone

l'individuato e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico

tutte le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso;

tale cioè, secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che,

preso quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce

in noi più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un

pessimista anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi

l'estetica e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care

illusioni hanno un doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti

non hanno altro fine che di mitigare l'umana infelicità.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 34 / 72 题