IV.

Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di pensieri

e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito dare

addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare, un

essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima;

ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva

cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri,

ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo

divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più andare

avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi

al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel

momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno

spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto

d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di

memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava

così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce

l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva

dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta

con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato e

invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai di

nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna

un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto un

nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di ciò

che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano, gli

mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia

più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne'

capelli, battendo i denti, tremando».

Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta, non

può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà che se

ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta e

inflessibile come prima.

Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il

vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il

pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo. Le

nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non

s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi,

detestano l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di

simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti,

non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre: non

può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro di

una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione,

alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal tempra

che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione

della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele,

gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non gli

offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la vita.

Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria, col

consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro.

Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno

e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi

principii a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in

quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita

passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni,

l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto,

natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione;

ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo

orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò che

volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una regola

nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di tutti

e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che già

sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo schiavo

in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza di servitù e

per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza fine? dovrà,

egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo in un

carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare dovrà esser

questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito vinto

e impotente di vinto e impotente signore?

Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato

assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso lo zelo

del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma già

tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli

stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si

accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non ancor

preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come sempre,

alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la superbia

non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare i numi, si

volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo nuovo Farinata _ha

lo inferno in gran dispitto_ già prima d'entrarvi.

L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la

cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui

non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non è

uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar segno

di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti,

coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e tutte

vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto

ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare un

eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità

del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia

il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e

violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono

essere appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar

Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè stesso

col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e

le dirò: andate, andate». La sua diventa _una rabbia di pentimento_:

l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non soffre

ritardo.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 25 / 72 题