V.

Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre a

nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa

molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e propizia di

quella.

Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche dopo la

battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno scampanio

festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta fuori del

letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede di molta

gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso lo

sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con

un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito

superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo

maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo che cagione

di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella festa è il

cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle quali, parte

esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza di

_quella canaglia_ e il rodimento proprio, e, più confusamente, dal

contrasto fra la condizion di _quell'uomo_, verso cui tutti corrono, e

la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono; parte esprime

la speranza che _quell'uomo_ possa dire anche a lui una di quelle

parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa notte

che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima il terror

della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a quell'influsso

di suggestione che sempre muove potente dall'operare delle moltitudini.

Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene, ancor egli ci andrà,

dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli che la rassicureranno.

Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di visitare il cardinale

s'integran l'un l'altro.

E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia _portato per forza

da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato

disegno_. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà reprimere

in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba; ma sarà

come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni, come l'ultima

ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha ereditata la

volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa suprema

battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal Borromeo,

il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze di stima

sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si tratti di

educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto s'avvede,

e parla della _sicurezza d'animo_, della _volontà impetuosa_, della

_imperturbata costanza_ dell'Innominato come di qualità e d'energie, da

cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già venne in passato,

e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di quelle, e l'Innominato

stesso più grande assai nella virtù di quanto sia stato mai nella

colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare quella volontà che

già da sè stessa si volge al bene, e non tenta nemmen di deprimere

quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon piacere naturalmente.

La conversione dell'Innominato s'ha da compiere in grazia di quella

volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto che manifesta la

conversione compiuta, scioglie in lui ogni avanzo di malvagia passione;

non iscioglie quella volontà rettificata, quell'orgoglio purificato.

L'Innominato può farsi _cortese ed umile_ con Don Abbondio, prima

quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare

la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti alla

porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e confuso

chieder perdono a Lucia, e ajutarla, _con una gentilezza quasi timida_,

a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo sia svigorito,

che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar su al castello,

egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi bravi di non

muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano l'espressione

e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar sulla mula,

risalito egli stesso a cavallo per accompagnare i suoi protetti e

tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo: il suo sguardo ha

ripreso _la solita espressione d'impero_, e Don Abbondio avverte tra

sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno di quella faccia lì.

Al cardinale e ai commensali egli si mostra _ammansato senza debolezza,

umiliato senza abbassamento_.

Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui lo fa,

mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo. Ai bravi

non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per quanto vari e

tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci,

non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce

del loro signore come la manifestazione d'una volontà con la quale

non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era

mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro

passò neppur per la mente, che per esser lui convertito si potesse

prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano

in lui un santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta

e con la spada in pugno». E che della spada avrebbe ancora, a un buon

bisogno, saputo servirsi, e' lo mostra al calar delle bande alemanne,

quando s'appressa pericolo di invasione e di guerra.

Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse

opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre

somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per

altri, molto diversa da quella[91]; e perchè Don Abbondio, ch'è, per

così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne

predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di sempre.

Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle stesse

energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione gli

elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno mutati:

la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza. Volendo

parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto segno del vero,

si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto a struttura e a

proporzioni, immutato; che solo vi si adora un nuovo Iddio. In altri

casi, profondamente diversi da quello che abbiamo sin qui esaminato,

com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 26 / 72 题