II.

Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio.

«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito

da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui,

senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti,

aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali erano state

in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza,

allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di tante gare,

alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno

e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava

occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di

quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli

stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze e

di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza, ne

ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti

n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere

a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli

stessero alla sinistra».

Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e

le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà

maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata e

indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore;

una volontà secondata dall'_ardire_ e dalla _costanza_. Egli è uno di

quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto _volere

è potere_, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti

pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le cose

in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno, a

soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè due passioni

principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno indirizzo e

norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato amore

d'indipendenza.

Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità di

lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È piuttosto

una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa bensì dalla

tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da altro, da un senso di

disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle tante prepotenze,

di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli aveva acceso

dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora lo sdegno, quello

sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi, e quando non gli

fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto divenir principio

di tutt'altro volere e di tutt'altra vita.

Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella

dilettazione istintiva e continuata e coerente del male che suole

esser propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito,

«era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci,

di capricci superbi»; ma non sempre era od era stata tale. «Accadde

qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente,

si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il

prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o,

se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai

luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto

e terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e aborrito

era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia, ma

quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que'

tempi, aspettarlo da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica».

Quando una società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini,

soverchiatori in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile

che gli orgogliosi, i forti, i violenti non si sforzino di essere

piuttosto tra' primi che tra' secondi, e non riescano, anche se non

isprovveduti di qualche virtù, malvagi affatto. L'Innominato diventò

tiranno; un pochino, e forse molto, per gusto proprio; ma più per non

essere tiranneggiato da altri: e seguì a lui ciò che di solito segue

a chi si pone sullo sdrucciolo del mal fare, dove un passo ne tira

un altro, e bisogna andar sino in fondo.[89] Il male è un terribile

_consequenziario_, e le colpe hanno come una tendenza a innanellarsi

l'una nell'altra e formare una strana catena, che più s'allunga e più

si fa tenace. La sterminata catena delle colpe sue l'Innominato può

scorrere con lo sguardo tutta intera, anello per anello, «indietro

indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di

scelleratezza in scelleratezza»: la peccaminosa sua vita si svolge come

un sorite insino al giorno in cui egli s'avvede che le premesse son

false. In quel giorno il ravvedimento si compie.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 23 / 72 题