I.

Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le

quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato

pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni, nel

colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento

sottile e profondo della umana natura, del quale porgono così larga

testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che

in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto

sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo;

che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli

espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine

desiderato un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci[85].

Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da quel

tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica

supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di

chi si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza

a discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli,

e non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un

libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di

quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più vivo

di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o stando per

dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici, realistici,

naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi, o di

qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque credenti

o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti essi; io non

credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle un tantino, e

di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza.

Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono accader

nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare, il

volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto, in modo

risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello seguito

prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono

anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono, a

cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo

ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero proprio

così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di tutti.

Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace;

chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori

si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio. Quanti

furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa Chiara

da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire una voce

dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto, da un'unica

parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da quella via

di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi! Giovanni

Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi istitutore

dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso, mentre

gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca, gran

peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto il cilicio

che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie morta, nauseò

le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al mondo, diventò

il _giullare di Dio_. Di Corrado, fratello del duca Lodovico d'Assia,

e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra che fosse uomo oltre

ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco mancò che non ammazzasse di

propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo di Magonza. Un giorno,

trovandosi egli nel suo castello di Tenneberg, in compagnia di molti

seguaci, i quali tutti, dal più al meno, eran con lui di un animo e

di un procedere, una donna di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e

avendola egli trattata assai duramente, con rinfacciarle la sozzura

ond'era lorda, quella non rispose se non dipingendo la miseria e

l'orrore della propria vita. Scosso dalle parole della peccatrice,

il superbo riprenditore passò la notte in angosciosa vigilia, fatto

subitamente conscio di sè, ripensando il passato e l'avvenire,

considerando quant'egli fosse più malvagio e più vile di lei, e più di

lei immeritevole di perdono. La mattina di poi seppe che molti de' suoi

seguaci e ajutatori avevano pur passata la notte a quel modo; e allora,

fatto proponimento di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme,

al santuario di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei

loro peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè

si può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma

tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino[86].

Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo _lui_, cresciuto a

un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva

sorgere questo nuovo _lui_? Come può dentro ad un uomo nascerne, per

così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce al

primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna che va a tôrre

Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato il cuore

all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione dell'Innominato

è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione più ovvia e più

semplice che ne possa dar quella fede che immagina un intervento della

Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali o umani, di

cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione, il principio,

lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che meglio appaga la

mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel suo romanzo, e, con

certe modalità, la mente ancora dello stesso Manzoni; ma non è, di

certo, la sola che se ne possa dare; e non è a creder che, rifiutata

questa, il fatto della subita conversione appaja, o inaccettabile,

o inesplicabile, mentre può escogitarsene un'altra, che il Manzoni

stesso deve avere, per lo meno, intravveduta, e che forse avrebbe

potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò sufficiente, ma quasi

sufficiente. Il mio assunto è questo: che il Manzoni delineò e colorì

il carattere, narrò la storia del suo personaggio per modo, che il

fatto del costui ravvedimento si può intendere come l'esito naturale

di tutto un processo psichico naturale; come una peripezia che non

contraddice, ma si conforma alle leggi psicologiche, ed in ispecie a

quelle che governano la formazione, la consistenza, le variazioni del

carattere; come un fenomeno insomma che può avere del mirabile, ma che

ad esser chiarito non abbisogna punto della ipotesi del miracolo[87].

Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte

illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della

persona morale umana. L'_Io_, quell'_Io_ che fu creduto un tempo

indivisibile e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi

delle immagini, delle idee, degli affetti, come il punto matematico

nel centro della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi,

e sfaldarsi in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica,

più persone morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie,

incalzarsi a vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con

certa regola di ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo

dell'altra, e un uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto

sotto l'influenza della suggestione, o sotto quella del magnete,

l'uomo trasmutarsi d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso;

detestare quanto aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato;

pensare, volere, operare ciò che in condizione propria e normale non

avrebbe mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo,

un organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso

di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella

congegnatura rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato.

Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa,

se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere, è

cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando si pensi

che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle forze

interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano

occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino allora

sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi produca un

mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di operare di un uomo

senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi, cioè, una vera

sostituzione di elementi fondamentali nuovi a elementi fondamentali

vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine di facoltà maestre,

di passioni maestre, di tendenze maestre entro cui, per così dire, la

vita dello spirito si scomparte e s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via

insino allora battuta, e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra,

o divergente da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la

via nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già

lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di

prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato in

santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo la cotta d'armi;

serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto dissimile da quello

ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e muovere alla conquista

del cielo con, in parte almeno, i procedimenti usati nella espugnazione

delle città. Fanfulla frate e Fanfulla guerriero sono sempre in

sostanza lo stesso Fanfulla[88].

Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle grandi

crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che ho

ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua

alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli umani

pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione

di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento grande d'arti

o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole di Origene,

quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva, con segni

e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni e repentini

travolgimenti.

A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura io

non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato

fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole religiosa.

Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono, e prima e

dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere com'ei ci passi,

e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della prima, ma della

seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento, egli appare sì un

uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra a primo aspetto; anzi,

nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima; e non può non rimanere,

perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò di provare) nasce, per

molta parte, da quelle stesse qualità e forme del suo carattere che in

passato fecero di lui un superbo, un prepotente, un malvagio.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 22 / 72 题