X.

Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano farne

que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei censori

soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti

non esservi nelle opere loro nulla _contro la santa fede cattolica, nè

contro prencipi, nè contro buoni costumi_.

Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente,

l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del primo come dei

detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono grandi; e se talvolta

l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene solo perchè fissando

io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno dei due, l'altro

lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. Supponiamo

che per decreto di un nuovo fato il Manzoni e l'Hugo non fossero più

entrambi concessi alla gloria di questa povera umanità, ma l'uno di

essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere da noi prescelto: io, per

la mia parte, come cittadino di questa patria italiana, non potrei

non dire: _Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni_; ma, come cittadino

del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo al proposito

nostro.

L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento

nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere come

un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come vestigia

di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento lavoro

dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere

l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento

e dell'assuefazione; e si può quasi dire che ogni antico istinto

è perduto in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non

infelicemente; se non che, qualche volta par che si sformi e degradi

nel ciclope: il Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche

volta, pende verso l'asceta.

L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, come

fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si schermisce

quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro di sè, ed ebbe

per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni parola; questi

sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii e sentenze; _di

maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti_, il

costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e non propongo

nulla[82]. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion di

sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò d'essere, e

così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità brancolante

nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore di mondi; ed

accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia inaudita e

favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si stimano idonei,

a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò _uomo inconcludente_,

e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta sgarbato.

L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, e

mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci

e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte

dall'alto; e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla

sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente

sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato e

onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e solo con

mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi che poi

germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte le umane

miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti:

Je hais l'oppression d'une haine profonde,

e che scrisse questo mirabile verso:

Fais en priant le tour des misères du monde,

fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè

abbracciava oppressi ed oppressori ad un tempo.

L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle far del

filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar vasto e

magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica

rimase sempre, come fu detto, _une métaphysique rudimentaire_. Come

il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che

mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna

pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma molte

ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente in

fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero si muove

attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di cui sono

pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa tra la

virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti il

Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo sopra le

unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico.

In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso;

trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia

dei contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova

èra del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore

e non da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e

lascia, morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un

vivo; il Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso;

fugge l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore,

deve esprimersi non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità,

e che una delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar

l'attenzione sopra fatti morali che non si potrebbero osservare senza

ripugnanza[83]; non s'impaccia col grottesco, bastandogli il brutto;

ha la sobrietà, anche letteraria, in conto di assai buona virtù;

produce poco, e cessa quasi di produrre essendo ancor giovane, e quando

molt'altro si aspettava ancora da lui.

I _Promessi Sposi_ vincono, a mio parere, e di molto, _Notre Dame de

Paris_, i _Misérables_, i _Travailleurs de la mer_ e tutti gli altri

romanzi dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia in

lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; ed

è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente poetica,

perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini e di fantasmi,

perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. L'anima del

poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura del dio

panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai tempi

e agli spazii.

O poëtes sacrés, échevelés, sublimes,

Allez et répandez vos âmes sur les cimes,

Sur les sommets de neige en butte aux aquilons,

Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille,

Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille,

Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons!

. . . . . . . . . . . . . . .

Si vous avez en vous, vivantes et pressées,

Un monde intérieur d'images, et de pensées.

De sentiments, d'amour, d'ardente passion,

Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse

Avec l'autre univers visible qui vous presse!

Mêlez toute votre âme à la création.

Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere

cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura

con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e spazia

attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie,

raccogliendo con egual reverenza e con egual compiacimento, nello

instancabile verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo

Oriente, di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali,

della odierna piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende

cristiane, spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi

profeti i cavalieri erranti e le lacere plebi.

E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che l'arte

romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si possa dire

diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di Versailles, a

cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva foresta vergine

e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, direi, un

giardino inglese.

Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo,

e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è

quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune,

secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del

Manzoni il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti,

giusto, ma non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso

s'è posto, e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel

pezzo.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 19 / 72 题