Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano farne
que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei censori
soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti
non esservi nelle opere loro nulla _contro la santa fede cattolica, nè
contro prencipi, nè contro buoni costumi_.
Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente,
l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del primo come dei
detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono grandi; e se talvolta
l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene solo perchè fissando
io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno dei due, l'altro
lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. Supponiamo
che per decreto di un nuovo fato il Manzoni e l'Hugo non fossero più
entrambi concessi alla gloria di questa povera umanità, ma l'uno di
essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere da noi prescelto: io, per
la mia parte, come cittadino di questa patria italiana, non potrei
non dire: _Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni_; ma, come cittadino
del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo al proposito
nostro.
L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento
nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere come
un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come vestigia
di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento lavoro
dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere
l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento
e dell'assuefazione; e si può quasi dire che ogni antico istinto
è perduto in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non
infelicemente; se non che, qualche volta par che si sformi e degradi
nel ciclope: il Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche
volta, pende verso l'asceta.
L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, come
fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si schermisce
quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro di sè, ed ebbe
per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni parola; questi
sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii e sentenze; _di
maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti_, il
costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e non propongo
nulla[82]. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion di
sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò d'essere, e
così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità brancolante
nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore di mondi; ed
accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia inaudita e
favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si stimano idonei,
a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò _uomo inconcludente_,
e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta sgarbato.
L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, e
mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci
e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte
dall'alto; e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla
sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente
sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato e
onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e solo con
mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi che poi
germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte le umane
miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti:
Je hais l'oppression d'une haine profonde,
e che scrisse questo mirabile verso:
Fais en priant le tour des misères du monde,
fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè
abbracciava oppressi ed oppressori ad un tempo.
L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle far del
filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar vasto e
magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica
rimase sempre, come fu detto, _une métaphysique rudimentaire_. Come
il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che
mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna
pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma molte
ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente in
fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero si muove
attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di cui sono
pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa tra la
virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti il
Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo sopra le
unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico.
In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso;
trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia
dei contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova
èra del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore
e non da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e
lascia, morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un
vivo; il Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso;
fugge l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore,
deve esprimersi non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità,
e che una delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar
l'attenzione sopra fatti morali che non si potrebbero osservare senza
ripugnanza[83]; non s'impaccia col grottesco, bastandogli il brutto;
ha la sobrietà, anche letteraria, in conto di assai buona virtù;
produce poco, e cessa quasi di produrre essendo ancor giovane, e quando
molt'altro si aspettava ancora da lui.
I _Promessi Sposi_ vincono, a mio parere, e di molto, _Notre Dame de
Paris_, i _Misérables_, i _Travailleurs de la mer_ e tutti gli altri
romanzi dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia in
lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; ed
è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente poetica,
perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini e di fantasmi,
perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. L'anima del
poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura del dio
panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai tempi
e agli spazii.
O poëtes sacrés, échevelés, sublimes,
Allez et répandez vos âmes sur les cimes,
Sur les sommets de neige en butte aux aquilons,
Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille,
Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille,
Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons!
. . . . . . . . . . . . . . .
Si vous avez en vous, vivantes et pressées,
Un monde intérieur d'images, et de pensées.
De sentiments, d'amour, d'ardente passion,
Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse
Avec l'autre univers visible qui vous presse!
Mêlez toute votre âme à la création.
Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere
cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura
con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e spazia
attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie,
raccogliendo con egual reverenza e con egual compiacimento, nello
instancabile verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo
Oriente, di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali,
della odierna piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende
cristiane, spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi
profeti i cavalieri erranti e le lacere plebi.
E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che l'arte
romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si possa dire
diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di Versailles, a
cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva foresta vergine
e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, direi, un
giardino inglese.
Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo,
e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è
quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune,
secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del
Manzoni il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti,
giusto, ma non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso
s'è posto, e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel
pezzo.