Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente due
parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più
consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa
e più indeterminata[73]. Per la parte negativa, si può dire ch'egli
s'accordi in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda
molto meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa
seconda parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro.
Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la
parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica.
Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce
tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura,
necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici,
trovate, non fatte»[74]. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle
regole arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine:
«C'est une singulière disposition que celle que nous avons à nous
forger des règles abstraites applicables à tous les cas, pour nous
dispenser de chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa
convenance particulière»[75]. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà
più tardi l'Hugo, «ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois
générales qui planent sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui
pour chaque composition résultent des conditions d'existence propres
à chaque sujet». Il Manzoni aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto
non può essere altro che l'indicazione d'un mezzo»[76]; e con tutti
i romantici credeva che le regole non fondate in natura (alle fondate
in natura chi ha fior di senno non sogna di ribellarsi) fossero state
«un inciampo a quelli che tutto il mondo chiama scrittori di genio;
e un'arme in mano di quelli che tutto il mondo chiama pedanti»[77].
Documento insigne dell'avversione sua a quelle, e, in pari tempo,
dell'acutezza e potenza della sua critica estetica, rimane la lettera
sulle famose unità drammatiche[78].
Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico nella
dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta la
struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda
degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione; e quando
ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi antichi e
moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è diversa, o è
poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De Vigny, dell'Hugo.
Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca
il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al
fittizio, ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto,
e che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze
dell'arte nuova.
Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello
scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo XVII da Lope de
Vega, nel secolo XVIII dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing, de'
quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo la lodò
dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso, o commedia
patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi, era divenuta un canone
principale dell'estetica romantica, un pezzo prima che l'Hugo scoprisse
nel cristianesimo la fusione armonica del grottesco e del sublime. Il
Manzoni, prudente sempre, non la condanna; ma esprime un dubbio: «je
pense», scrive egli nella già tante volte citata lettera sulle unità,
«comme un bon et loyal partisan du classique, que le mélange de deux
effets contraires détruit l'unité d'impression nécessaire pour produire
l'émotion et la sympathie; ou, pour parler plus raisonnablement, il
me semble que ce mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a
tout-à-fait cet inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais
impossible de produire une impression harmonique et agréable par le
rapprochement de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage
d'affirmer, ni la docilité de répéter... Mais, pour rester plus
strictement dans la question, le mélange du plaisant et du sérieux
pourra-t-il être transporté heureusement dans le genre dramatique d'une
manière stable, et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception?
C'est, encore une fois, ce que je n'ose pas savoir»[79]. Nei _Promessi
Sposi_, per altro, la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di
quel libro, che ne ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere
a lungo, se il tempo lo concedesse.
Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella
dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in
canzone, e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al
Manzoni quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi
di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito
di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni,
anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla
giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in
ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura
anche moltissimo le parole.
Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po'
incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi,
parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere;
perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente molto
diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni si tiene
stretto e fedele ai soli principii fondamentali del romanticismo; e il
Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti della dottrina romantica e
dell'arte romantica. Perciò s'indovina che moltissimi romantici, dei
maggiori e dei minori, non gli dovevano andar troppo a sangue[80].
Riservato e benevolo come egli è, non lo dice; ma si capisce che
avrebbe avuto da dir per un pezzo, se avesse voluto incominciare e non
fermarsi. Solo una volta, scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato
fuori il saggio intorno a _Victor Hugo e il romanticismo in Francia_,
uscì sul conto del grande poeta francese in queste moderate parole: «I
giudizii vostri sono benevoli, ma non adulatorii, come troppi altri.
È un ingegno forte, ma disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e,
trovate, le sa usare (come dite voi _exploiter_?), ma non guarda se
siano ragionevoli.... Voi dite all'autore delle parole savie: facciano
almeno frutto su certi giovani di qui, e principalmente di oltre
Enza»[81]. Queste sono parole piene di temperanza e modestia mirabile,
perchè non si può immaginare diversità, anzi contrarietà di natura
maggior di quella che passa tra colui che le pronunziava e colui per
cui erano pronunziate; e si sa che i diversi, e più i contrarii sono da
natura pochissimo disposti a giudicarsi vicendevolmente con temperanza
e con modestia, anzi pur con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del
romanticismo francese; il Manzoni è considerato capo del romanticismo
italiano: ora, chi leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non
sapesse più là, non immaginerebbe mai e poi mai che le due scuole che
li acclamano capi possano denominarsi col medesimo nome.
Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non
sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il
Francese un po' di raffronto.