XI.

Questo _pur troppo_, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina

dietro un po' di coda.

Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno

saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che

si torna a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo

d'intender l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte

orecchie aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra

l'altre per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura

soltanto, noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo

finalmente riusciti alla confusione babelica. Il realismo, con le sue

due varietà del verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato

il traffico nazionale ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia

d'intemperanza e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu

rovinato il giorno in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non

difficile scoperta che le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi

il magistero e l'officio, fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto

peggio. Lo psicologismo dei così detti anatomisti d'anime è venuto

terribilmente a noja a furia di analisi infinitesimali, di rilievi

micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. I decadenti sono forse

decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti non impressionano abbastanza.

Il preraffaellismo pittorico e letterario è, più che altro, un

capriccio e un giuoco di artisti a spasso. Il simbolismo, fra tanti

simboli, non lascia bene intendere che si voglia. Si sente picchiare

agli usci un idealismo nuovo; ma non ci ha detto ancora quale sia il

suo ideale.

Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore,

inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento

ragionevole e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di

cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza si

mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro,

gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro,

con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni.

Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un bene?

sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare?

Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione

e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel

suo notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione

manifesta, ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come

immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime,

dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti

e aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla

ragione, alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà,

della convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi

interessi umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla

_preziosità_ e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto,

efficace, sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli

sdilinquimenti della locuzione e dello stile.

Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi

rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al

Manzoni? Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il

quale non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno,

cieco, incondizionato, sarebbe sicurissimamente un male, e un gran

male?

Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in più

modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista

quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto

migliore psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli

usa nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che

mostran la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini

del romanticismo comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può

tornare a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa

facilità può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni

non risponde, non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri

giusti desiderii, a tutti i nostri legittimi bisogni.

Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben

poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici

e bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre

illuse e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua

natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i

troppi scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui;

e quella che fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo

angusti, a farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa

piacere a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza

si fece in lui sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e

forse, insieme con la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di

renitenze e di ripugnanze religiose e morali quello che gli strinse

l'animo, e lo ridusse, tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al

silenzio. L'arte ha bisogno di libertà; il che non vuol già dire,

come pur giova credere a tanti, che le si debbano concedere tutte le

licenze. La sobrietà le giova; ma non l'astinenza; e il cilizio la

uccide. Non è necessario che l'arte sia presuntuosa, impertinente,

sfacciata; ma non è bene che sia tutta e sempre troppo modesta,

docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; non deve impersonarsi

in Lucia; e Lucia non deve vietare a Saffo di lasciarsi vedere e di

parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, e nella vita umana, è passione

impetuosa, disordinata e traboccante energia, ribellione santa e

superba, splendore e pompa di bellezza e di fortuna, sogno, stranezza,

mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, e, veramente, non lo poteva

esprimere; ma non c'è ragione perchè l'arte non lo esprima; anzi lo

deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni di dopo i _Promessi Sposi_,

si rischia molto di riuscire alla negazione dell'arte.

Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla

coscienza, tutta una parte di umanità, tutta una età della storia,

il mondo antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e

nello spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere

rifar vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare

ripugnanze che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono

l'umanità tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in

questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte

anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile dei

classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo

scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di

un passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente

presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di un

mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo XIX, e più, credo,

del XX.

Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni suo

passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur getto

della _langue marbrée_ dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière

che volga in burla il nuovo _langage précieux_ e ne faccia perdere il

gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, comunemente

intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non assoggettiamo

troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante dell'uso; ma

non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il pensiero e il

sentimento di tutti può non essere interamente atta ad esprimere il

pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo scrittore possa

talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore forza l'uso del

pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed inventi per produr

nuove impressioni, per ispianar la via a nuove idee.

Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto;

ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte

le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra

letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e

che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del

suo autore.

Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare,

che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione

col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo migliore

di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, come non

tutta la musica può essere popolare, così non tutta la letteratura può

essere popolare; e che quando vengano a mancare certe forme dell'arte

più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, tutta l'arte

decade.

Torniamo ai _Promessi Sposi_, perchè la sazietà e il disgusto di tanta

letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa in

questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne le

immortali bellezze. Torniamo ai _Promessi Sposi_, e ridiventiamo magari

manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni

estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca e stupida

idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente il

Carducci. Torniamo ai _Promessi Sposi_; ma badiamo che se essi sono,

com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare della nostra nuova

storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, e che questa

non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla via. Torniamo ad

essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada smarrita.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 20 / 72 题