Questo _pur troppo_, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina
dietro un po' di coda.
Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno
saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che
si torna a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo
d'intender l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte
orecchie aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra
l'altre per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura
soltanto, noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo
finalmente riusciti alla confusione babelica. Il realismo, con le sue
due varietà del verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato
il traffico nazionale ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia
d'intemperanza e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu
rovinato il giorno in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non
difficile scoperta che le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi
il magistero e l'officio, fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto
peggio. Lo psicologismo dei così detti anatomisti d'anime è venuto
terribilmente a noja a furia di analisi infinitesimali, di rilievi
micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. I decadenti sono forse
decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti non impressionano abbastanza.
Il preraffaellismo pittorico e letterario è, più che altro, un
capriccio e un giuoco di artisti a spasso. Il simbolismo, fra tanti
simboli, non lascia bene intendere che si voglia. Si sente picchiare
agli usci un idealismo nuovo; ma non ci ha detto ancora quale sia il
suo ideale.
Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore,
inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento
ragionevole e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di
cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza si
mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro,
gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro,
con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni.
Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un bene?
sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare?
Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione
e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel
suo notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione
manifesta, ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come
immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime,
dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti
e aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla
ragione, alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà,
della convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi
interessi umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla
_preziosità_ e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto,
efficace, sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli
sdilinquimenti della locuzione e dello stile.
Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi
rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al
Manzoni? Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il
quale non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno,
cieco, incondizionato, sarebbe sicurissimamente un male, e un gran
male?
Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in più
modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista
quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto
migliore psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli
usa nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che
mostran la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini
del romanticismo comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può
tornare a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa
facilità può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni
non risponde, non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri
giusti desiderii, a tutti i nostri legittimi bisogni.
Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben
poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici
e bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre
illuse e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua
natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i
troppi scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui;
e quella che fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo
angusti, a farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa
piacere a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza
si fece in lui sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e
forse, insieme con la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di
renitenze e di ripugnanze religiose e morali quello che gli strinse
l'animo, e lo ridusse, tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al
silenzio. L'arte ha bisogno di libertà; il che non vuol già dire,
come pur giova credere a tanti, che le si debbano concedere tutte le
licenze. La sobrietà le giova; ma non l'astinenza; e il cilizio la
uccide. Non è necessario che l'arte sia presuntuosa, impertinente,
sfacciata; ma non è bene che sia tutta e sempre troppo modesta,
docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; non deve impersonarsi
in Lucia; e Lucia non deve vietare a Saffo di lasciarsi vedere e di
parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, e nella vita umana, è passione
impetuosa, disordinata e traboccante energia, ribellione santa e
superba, splendore e pompa di bellezza e di fortuna, sogno, stranezza,
mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, e, veramente, non lo poteva
esprimere; ma non c'è ragione perchè l'arte non lo esprima; anzi lo
deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni di dopo i _Promessi Sposi_,
si rischia molto di riuscire alla negazione dell'arte.
Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla
coscienza, tutta una parte di umanità, tutta una età della storia,
il mondo antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e
nello spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere
rifar vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare
ripugnanze che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono
l'umanità tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in
questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte
anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile dei
classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo
scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di
un passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente
presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di un
mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo XIX, e più, credo,
del XX.
Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni suo
passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur getto
della _langue marbrée_ dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière
che volga in burla il nuovo _langage précieux_ e ne faccia perdere il
gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, comunemente
intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non assoggettiamo
troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante dell'uso; ma
non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il pensiero e il
sentimento di tutti può non essere interamente atta ad esprimere il
pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo scrittore possa
talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore forza l'uso del
pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed inventi per produr
nuove impressioni, per ispianar la via a nuove idee.
Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto;
ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte
le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra
letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e
che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del
suo autore.
Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare,
che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione
col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo migliore
di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, come non
tutta la musica può essere popolare, così non tutta la letteratura può
essere popolare; e che quando vengano a mancare certe forme dell'arte
più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, tutta l'arte
decade.
Torniamo ai _Promessi Sposi_, perchè la sazietà e il disgusto di tanta
letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa in
questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne le
immortali bellezze. Torniamo ai _Promessi Sposi_, e ridiventiamo magari
manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni
estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca e stupida
idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente il
Carducci. Torniamo ai _Promessi Sposi_; ma badiamo che se essi sono,
com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare della nostra nuova
storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, e che questa
non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla via. Torniamo ad
essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada smarrita.