Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le poesie
giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la prosa
alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente ed è
veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca quelle
composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più così di
sicuro.
Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà
troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente
richieste al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel
Manzoni; riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da altre;
ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, e han molto
vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del Manzoni fu certo
più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, sebbene anche a
questa sia stata aperta assai bene; e la condizione di poeta pare che
voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima le riceva entrambe
egualmente: e dico entrambe, perchè le son due propriamente, e non una,
come s'è voluto far credere.
Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico
vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici
dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi
sarebbesi vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al _sorso de
l'Ascrea fontana_, e cercò dei _prischi sommi_, e ne fu preso di tanto
amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il
dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di quasi
religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità virtuosa
e gentile, avesse curata poco da vivo la _divina de le Muse armonia_, e
da lui si faceva rispondere in sogno:
Qualunque
Di chiaro esemplo, o di veraci carte
Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
In onor sommo;
e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel
sovrano
D'occhi cieco, e divin raggio di mente,
Che per la Grecia mendicò cantando[56].
Dell'anno 1809 è l'_Urania_, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove
il poeta si consacra tutto alle muse, le quali, _fuggitive dai laureti
achei_, presero stanza in Italia:
A queste alme d'Italia abitatrici
Di lodi un serto in pria non colte or tesso;
Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola
Che le Dive sorelle osa insultando
Interrogar che valga a l'infelice
Mortal del canto il dono. Onde una brama
In cor mi sorge di cantar gli antichi
Beneficj che prodighe a l'ingrato
Recâr le Muse[57].
Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di
vedersi aggiunto un giorno _al drappel sacro_ dei poeti d'Italia[58],
al quale fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci
entrasse per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che
a farvelo aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie
giovanili ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo,
meno perfetto, con cui le dicevano.
Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi?
Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo tempo più
tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto diversa
da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il furore la
suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, ch'è del 1804,
il poeta così si confessa all'amico:
Or ti dirò perchè piuttosto io scelga,
Notar la plebe con sermon pedestre,
Che far soggetto ai numeri sonanti
Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi
Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa
Nega esprimer Talia[59].
Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto
e più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del
1821, e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che
la poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita
reale[60]; e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla
ironicamente del _bel principio_ «que tout ce qui est vague, fabuleux,
confus est poétique de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur
un sujet, il faut en parler en vers»[61]. O prima o poi egli dovette
vagheggiare una poesia ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi
questa sua riflessione: «A chi dicesse che la poesia è fondata sulla
immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si
può rispondere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore
dell'uomo, più si trova poesia vera»[62]. Se non che, molto per tempo
egli dovette cominciare a negar credenza a quel detto dello Shelley,
che i poeti possono significare il vero al pari e meglio di coloro che
scrivono in prosa; e al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere
la poesia più filosofica e, in un certo senso ideale, più vera della
storia[63]. Onde, sino dal 1829, nella _Storia della Colonna Infame_,
si burlava del privilegio arrogatosi dai signori poeti di dire ogni
cosa che loro salti in capo, o vera o falsa che sia[64]; e nel giugno
del 1832 scriveva ad un Coen, il quale s'era fissato di lasciare i
negozii per darsi alle lettere: «E, come le storture trovan meglio da
appigliarsi e da spiegarsi in un linguaggio straordinario, fantastico e
di convenzione, così i poeti hanno in questa miseria (_del fare d'una
passione una virtù_) la maggior parte e il più cospicuo luogo»[65].
Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia usare un linguaggio insolito
perchè ha cose insolite da dire[66].
Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con la
storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire
a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni lo
storico nuoce al poeta.
A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava,
prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto
in notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e
l'irreparabile e non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche
questo bel vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze»,
dirà egli in una delle citate lettere al Borghi[67]. E in quella
lettera al Coen: «Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di
numero (_di numero poi!_); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello
de' lettori fa sì che alla venerazione sottentri il giudizio; e son
giudicati ogni dì più con questa ragione, che, se le cose dette da
loro fanno per loro soli e non importano all'umanità, son cose da non
curarsene; se importano, bisogna veder come sien vere»[68]. Altro che
la _divina armonia_ del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi
e gli ardori dell'_Urania_! Altro che la _divina concitazione del
genio_ e la _sapienza ispirata_ decantata dal Foscolo! Ed era il
tempo felice e memorabile in cui i romantici francesi andavano in
gloria perchè dicevano di aver ritrovate le fonti vive della poesia,
e sgombratene le scaturigini dagli sterpi e dai sassi, ne lasciavano
correre in copia, fra le turbe assetate, le onde vivificatrici e
sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, in una lettera al Giusti, del
quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, par che si spassi a fare il
novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, la _signorona vecchia_,
andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, soggiunge, burlandosi:
«Dunque lavora, _chè fai sul tuo_; e accresci l'entrata della padrona,
agl'interessi della quale prendo una gran parte, anche per il gran bene
che le ho voluto in gioventù»[69]. In gioventù, avete inteso?
Quando, nei _Promessi Sposi_. detto che cosa s'intenda per poeta dal
volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti:
_populus sanos negat esse poetas_, scriveva melanconicamente Ovidio dal
Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione
biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con
cervello balzano?»[70] ognuno capisce che nella opinione del Manzoni
ci ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del
romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini:
_Sudate o fuochi_, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i pareri
dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti
conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran
cose risolute prima»[71]. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli
apostoli! Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il
_drappel sacro_!
Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena di
scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe
scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non
saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola
nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno,
per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia _amabilis insania_:
venne tempo in cui quell'_amabilis_ dovette parer di troppo all'autore
della _Morale cattolica_. Perciò io penso che sieno del Manzoni assai
giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi _Pensieri varii_: «La
poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti
giustificati in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio
poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della
St-Barthélemy, degli _auto da fé_, del tribunal rivoluzionario del '93,
ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. La poesia
sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto,
rigettando le formule generali, convenute di quella, essa sovente si
move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, ai
particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano.
E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice si
serve di quelle formole, ecc.»[72]. La _prosa giustificatrice_! quale
attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa?
Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe in
uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni
meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli
non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire
all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo
per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se
osservate ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che
nei _Promessi Sposi_ non v'è altro meraviglioso, se non quello di un
ordine divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il
miracolo vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle
anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra
Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti
gli elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono
prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva
preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati:
Il santo vero
Mai non tradir,
egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere.