VIII.

Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le poesie

giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la prosa

alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente ed è

veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca quelle

composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più così di

sicuro.

Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà

troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente

richieste al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel

Manzoni; riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da altre;

ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, e han molto

vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del Manzoni fu certo

più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, sebbene anche a

questa sia stata aperta assai bene; e la condizione di poeta pare che

voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima le riceva entrambe

egualmente: e dico entrambe, perchè le son due propriamente, e non una,

come s'è voluto far credere.

Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico

vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici

dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi

sarebbesi vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al _sorso de

l'Ascrea fontana_, e cercò dei _prischi sommi_, e ne fu preso di tanto

amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il

dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di quasi

religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità virtuosa

e gentile, avesse curata poco da vivo la _divina de le Muse armonia_, e

da lui si faceva rispondere in sogno:

Qualunque

Di chiaro esemplo, o di veraci carte

Giovasse altrui, fu da me sempre avuto

In onor sommo;

e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel

sovrano

D'occhi cieco, e divin raggio di mente,

Che per la Grecia mendicò cantando[56].

Dell'anno 1809 è l'_Urania_, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove

il poeta si consacra tutto alle muse, le quali, _fuggitive dai laureti

achei_, presero stanza in Italia:

A queste alme d'Italia abitatrici

Di lodi un serto in pria non colte or tesso;

Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola

Che le Dive sorelle osa insultando

Interrogar che valga a l'infelice

Mortal del canto il dono. Onde una brama

In cor mi sorge di cantar gli antichi

Beneficj che prodighe a l'ingrato

Recâr le Muse[57].

Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di

vedersi aggiunto un giorno _al drappel sacro_ dei poeti d'Italia[58],

al quale fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci

entrasse per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che

a farvelo aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie

giovanili ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo,

meno perfetto, con cui le dicevano.

Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi?

Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo tempo più

tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto diversa

da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il furore la

suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, ch'è del 1804,

il poeta così si confessa all'amico:

Or ti dirò perchè piuttosto io scelga,

Notar la plebe con sermon pedestre,

Che far soggetto ai numeri sonanti

Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi

Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa

Nega esprimer Talia[59].

Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto

e più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del

1821, e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che

la poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita

reale[60]; e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla

ironicamente del _bel principio_ «que tout ce qui est vague, fabuleux,

confus est poétique de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur

un sujet, il faut en parler en vers»[61]. O prima o poi egli dovette

vagheggiare una poesia ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi

questa sua riflessione: «A chi dicesse che la poesia è fondata sulla

immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si

può rispondere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore

dell'uomo, più si trova poesia vera»[62]. Se non che, molto per tempo

egli dovette cominciare a negar credenza a quel detto dello Shelley,

che i poeti possono significare il vero al pari e meglio di coloro che

scrivono in prosa; e al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere

la poesia più filosofica e, in un certo senso ideale, più vera della

storia[63]. Onde, sino dal 1829, nella _Storia della Colonna Infame_,

si burlava del privilegio arrogatosi dai signori poeti di dire ogni

cosa che loro salti in capo, o vera o falsa che sia[64]; e nel giugno

del 1832 scriveva ad un Coen, il quale s'era fissato di lasciare i

negozii per darsi alle lettere: «E, come le storture trovan meglio da

appigliarsi e da spiegarsi in un linguaggio straordinario, fantastico e

di convenzione, così i poeti hanno in questa miseria (_del fare d'una

passione una virtù_) la maggior parte e il più cospicuo luogo»[65].

Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia usare un linguaggio insolito

perchè ha cose insolite da dire[66].

Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con la

storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire

a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni lo

storico nuoce al poeta.

A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava,

prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto

in notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e

l'irreparabile e non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche

questo bel vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze»,

dirà egli in una delle citate lettere al Borghi[67]. E in quella

lettera al Coen: «Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di

numero (_di numero poi!_); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello

de' lettori fa sì che alla venerazione sottentri il giudizio; e son

giudicati ogni dì più con questa ragione, che, se le cose dette da

loro fanno per loro soli e non importano all'umanità, son cose da non

curarsene; se importano, bisogna veder come sien vere»[68]. Altro che

la _divina armonia_ del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi

e gli ardori dell'_Urania_! Altro che la _divina concitazione del

genio_ e la _sapienza ispirata_ decantata dal Foscolo! Ed era il

tempo felice e memorabile in cui i romantici francesi andavano in

gloria perchè dicevano di aver ritrovate le fonti vive della poesia,

e sgombratene le scaturigini dagli sterpi e dai sassi, ne lasciavano

correre in copia, fra le turbe assetate, le onde vivificatrici e

sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, in una lettera al Giusti, del

quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, par che si spassi a fare il

novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, la _signorona vecchia_,

andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, soggiunge, burlandosi:

«Dunque lavora, _chè fai sul tuo_; e accresci l'entrata della padrona,

agl'interessi della quale prendo una gran parte, anche per il gran bene

che le ho voluto in gioventù»[69]. In gioventù, avete inteso?

Quando, nei _Promessi Sposi_. detto che cosa s'intenda per poeta dal

volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti:

_populus sanos negat esse poetas_, scriveva melanconicamente Ovidio dal

Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione

biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con

cervello balzano?»[70] ognuno capisce che nella opinione del Manzoni

ci ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del

romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini:

_Sudate o fuochi_, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i pareri

dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti

conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran

cose risolute prima»[71]. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli

apostoli! Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il

_drappel sacro_!

Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena di

scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe

scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non

saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola

nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno,

per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia _amabilis insania_:

venne tempo in cui quell'_amabilis_ dovette parer di troppo all'autore

della _Morale cattolica_. Perciò io penso che sieno del Manzoni assai

giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi _Pensieri varii_: «La

poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti

giustificati in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio

poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della

St-Barthélemy, degli _auto da fé_, del tribunal rivoluzionario del '93,

ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. La poesia

sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto,

rigettando le formule generali, convenute di quella, essa sovente si

move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, ai

particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano.

E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice si

serve di quelle formole, ecc.»[72]. La _prosa giustificatrice_! quale

attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa?

Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe in

uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni

meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli

non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire

all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo

per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se

osservate ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che

nei _Promessi Sposi_ non v'è altro meraviglioso, se non quello di un

ordine divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il

miracolo vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle

anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra

Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti

gli elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono

prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva

preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati:

Il santo vero

Mai non tradir,

egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 17 / 72 题