VII.

Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono

all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella

il vero.

Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme del

fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi

designarono con la denominazione espressiva di _german horrors_, e che

non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche, in qualche

misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi dalla

curiosità o dalla moda[48]. In Italia se n'ebbe un andazzo, a dispetto

del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente (se

non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni origini

medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le _Notti_ del Young,

con la poesia sepolcrale. Nei _Sepolcri_ del Foscolo se ne vede qualche

traccia, e anche nelle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_; e sino dal

1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il depravato

gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti

del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro

tenebroso»[49]. Non so se queste parole alludano, come parrebbero,

a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia,

della famosa _Leonora_ del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe

potuto ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi,

quando saltò su il Berchet, nella _Lettera semiseria di Grisostomo_,

a proporre alla imitazione degl'Italiani appunto quella _Leonora_ e,

di giunta, il _Cacciator feroce_ dello stesso poeta. A dir vero, lo

stesso Berchet, in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il

dubbio che le due poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul

terribile, non avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani;

e già il Londonio aveva sentenziato disdegnosamente che le _romantiche

melanconie_ del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne

dava grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo[50].

Ma che non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la

sazietà del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici,

e, per amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono

favore anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe

rimpolpettava romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori

e più di lettrici. Onde il povero Monti, già presentendo la fine di

ogni cosa, piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e

le ombre d'Ettore e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e

che il solo tetro si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella

malaugurata e scelerata Leonora, gridava:

Di fe' quindi più degna

Cosa vi torna il comparir d'orrendo

Spettro sul dorso di corsier morello

Venuto a via portar nel pianto eterno

Disperata d'amor cieca donzella,

Che, abbracciar si credendo il suo diletto,

Stringe uno scheletro spaventoso, armato

D'un oriuolo a polve e d'una ronca:

Mentre a raggio di luna oscene larve

Danzano a tondo, e orribilmente urlando

Gridano: _pazïenza, pazïenza_[51].

Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo

in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio di

streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca dello

stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva:

«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione di rifiutare, e

di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che io non so»[52].

Quell'_io non so_ è di troppo, e per caso noi cogliamo il nostro Don

Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni

innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una certa misura,

quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura alquanto

maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva si sapesse,

che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè ajuto, nè

incoraggiamento, nè indulgenza[53]. Avviso ai _compagni di patimenti

letterarii_ e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle

particolari mostruosità poi che furono le _mostruosità della scuola

satanica_, il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò

con tutta l'anima.

Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche al

_disordine sistematico_ e alla _ricerca dello stravagante_, due cose

ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione

del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto

travisa. Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il

est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et même

que celle-ci ne vaut rien du tout»[54]. Avrebbe potuto dir meglio il

Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia

alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente la

sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza.

Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano (e

c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno

che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze

del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le

conobbe, o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers

diceva del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils

font le ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del

romanticismo italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto

(e fu ventura nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare

e, possibilmente, rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle

lettere nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più

modi giovò, poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi

al singolare e all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del

romanticismo francese, del quale ebbe a dire il Gautier, narratore

e giudice benevolo: «Développer librement tous les caprices de la

pensée, dussent-ils choquer le goût, les convenances et les règles;

haïr et repousser autant que possible ce qu'Horace appelait le profane

vulgaire, et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers,

philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à brûler le

papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur; sanctifier et

déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont les données

du programme que chacun essaye de réaliser selon ses forces, l'idéal

et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»[55]. Cogliamo

anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano, se

fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero;

che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con l'odio,

col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e che il

Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno di

quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo

parecchio anche da quello.

Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o in

un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne la

espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera

e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e

lenocinii del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se

anche non alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano

formalmente; se non nel principio suo, nei suoi effetti. _Veritatis

simplex est oratio_, lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo

grado di quelli che diconsi ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi

fra' principali, scrive anche questo: _il puro necessario: tutto

ciò che non è necessario è nocivo. Quod ultra est, a malo est._ Ecco

perchè il Manzoni è così schietto e così semplice e così naturale,

pur riuscendo così fine e così efficace. Il Manzoni non abusa mai

del pittoresco, tanto abusato da' romantici d'ogni risma; anzi nel

colore, come nel disegno, è tanto sobrio da potere, alle volte, parer

troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta poco la prosa poetica.

Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica, che non è da confondere

col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve gliene fa rimprovero; ma qui

è da notare ch'egli l'avversò meno di quanto si creda, come provano

certe sue lettere al Borghi. In una, scritta nel giugno del 1828,

egli osserva che _orde_ è forse _voce troppo nuova per la poesia_; in

un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che _trionfata_ è triviale;

in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che _banchettare_ non fa

_buon suono_.

Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua

poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la

ragione principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso,

la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la

poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici,

per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la poesia

sopra la prosa.

Questo punto è degno di attenzione particolare.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 16 / 72 题