VI.

Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte del

Manzoni.

Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale.

«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si

riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in certe

sue _Note estetiche_[40]. Il vero morale primeggia; ma egli vuole pure

ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve ne sia

qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella lettera

sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans péril, condamner

_a priori_ tout sujet qui n'aurait pas la vérité pour base, mais il

me semble trop hardi de décider, pour tous les cas possibles, que tel

ou tel genre de vérité est à jamais interdit à l'imitation poétique;

car il y a dans la vérité un intérêt qui peut nous attacher à la

considérer malgré une douleur véritable, malgré une certaine horreur

voisine du dégoût»[41]. Il Manzoni sembra aver fatta sua la massima

del Boileau: _rien n'est beau que le vrai_; ma allargandola tanto da

farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia e sensata

rappresentazione.

Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte

manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe molto,

parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola: _l'utile

per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo_, che

il Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni

dopo cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo

d'indovinarle. In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è

accordo fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più

come la vada. Mettiamo da banda l'_interessante_, che, come è l'ultimo

dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri

due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in

questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio che non

sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile vorrà a un modo

e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà darla vinta? Un

realista sincero e zelante risponderà senza esitare: il vero è sempre

utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie altre cose

è, come vedremo, più realista di molti realisti, in questa non può

essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini si possano

dire o descrivere per la sola ragione che le son vere. Diremo dunque

che il supremo principio dell'arte manzoniana sia l'utile, inteso,

non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva intendere? Nemmeno

questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è qui, parmi, un nodo un

po' difficile da sciogliere, e forse fu questa difficoltà la ragione

che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno affermativo, e sempre più

circospetto, a cancellar le parole che lo formavano. Quanto a noi, per

trarci d'impaccio, potremo forse dire che il Manzoni intese il vero

a un dipresso come lo intese Alfredo de Vigny nelle sue _Réflexions

sur la vérité dans l'art_, e che formatasi nella mente una specie di

gerarchia di veri, prescrisse che quelli di sotto avessero sempre a

cedere a quelli di sopra.

Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte

manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero,

L'arido vero che de' vati è tomba,

è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo

meglio: avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici

lo gridarono a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come

a voler fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta,

ebbero per più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di

quell'_interessante_, che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo,

fecero, senz'altro, bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella

lettera al D'Azeglio, accenna a questo che si contenta di chiamare

errore; ma non insiste, e non s'indugia a chiarire la contrarietà di

opinioni che anche per questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni

suoi _compagni di patimenti letterarii_, e più particolarmente forse

fra lui e il Berchet[42].

Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè

che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola:

_l'arte per l'arte_; concetto che da Platone agli estetici di jeri e di

oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà

ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da vecchio;

ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente. Per bocca

del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a uscir di

solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio di una

causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo, dopo

aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si

ravvide, e disse che il poeta è un _servitore del vero_ e dev'essere

utile, e scrisse:

Honte au penseur qui se mutile;

Et s'en va, chanteur inutile,

Par la porte de la cité!

Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa

opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté d'une

déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare nomi ed

esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente da qualche

cosa che è superiore all'arte.

E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure

qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo

fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se

ne diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca

dietro idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di

sè stesse, diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con

perdere affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno,

è cosa tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla.

Il realismo fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il

Manzoni rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a

traviare ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente,

ma non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a

rovescio, si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti

realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i

principii fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii

veramente fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto

fedelmente quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive:

«je crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie

ne doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer,

imposée arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à

la fois dans ses résultats et dans ses moyens»[43]. Si può contraddire

in modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che

cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione?

E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et

de plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins

de réflexion, et même le moins d'imagination»[44], non anticipa il

Manzoni concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza,

con molta più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo

contemporaneo?[45]. Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha

pochi pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece

la osservazione. I _Promessi Sposi_ sono, tutto sommato, un romanzo

realistico nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi

del Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel

romanzesco, e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio

1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant

à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur

moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer

dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer

surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»[46]. Non so

davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai

romantici.

Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i

romantici erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour,

che fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo

_Obermann_, che _romantico_ e _romanzesco_, non solo non vogliono dire

lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per

lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero poi

quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il detto

del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco sono

in sostanza tutt'uno[47]. I romantici furono, generalmente parlando,

grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a raffermare

ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro, ne faceva

poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto sceglierlo

a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande ammirazione e

di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie; ma il carattere

romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere, credo, una delle

principali.

Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la mente,

e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano

vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma

gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto

è necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la

consueta sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e

il gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza

della realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni.

Senza quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi

può essere vero realismo.

Nei _Promessi Sposi_ è realistica quella che chiameremo la favola;

sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che

per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se pure

escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno che umano;

sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni e

le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio delle

soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della casa e

della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco, nel

vero senso della parola, parmi nei _Promessi Sposi_ non ci sia altro,

o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di

Egidio.

Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi _ambiente_, ed è uno

degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto

la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei

_Promessi Sposi_ ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione,

almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire

tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in

rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali,

i fuggevoli coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai

secondi, la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non

so se in nessuno dei romanzi realistici più decantati si vegga con

tanta consequenza e tanta costanza quanta nei _Promessi Sposi_ il

fatto particolare provocato, condizionato, generato in certo modo

dal fatto generale; la storia di pochi uomini offerta come un caso

della storia di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de

cette époque présentent, et font supposer une situation de la société

fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec

l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante

par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle

raconte; une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes

ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu

connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui

montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a

donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus

déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus

touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt

voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler la malhabileté

de celui qui va les mettre en œuvre... A cet effet, je fais ce que je

puis pour me pénétrer de l'esprit du temps que j'ai à décrire, pour y

vivre; il était si original que ce sera bien ma faute, si cette qualité

ne se communique pas à la description». Così scriveva il Manzoni al

Fauriel nella importantissima lettera testè citata; ma quando pure non

ci fosse stata questa dichiarazione dell'autore, e il Cantù non avesse

scritto quel suo noto commento storico al romanzo, ogni colto lettore

potrebbe riconoscere agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo

studio perseverante, coscienzioso, minuto di una età che non è certo

tra le più conosciute, ma ancora la evocazione meravigliosa e potente;

e non so davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari

illusione di realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche

sproporzione od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più

organicamente fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin

troppa, non solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare,

dirò così, in forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni,

dal Goethe giudicate troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma

in quelle ancora ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la

propria azione del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia

governata un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione

generale della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente

un difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un

romanzo storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente

realistico?

Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni

possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi per un

impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po' si caccia

tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni e

con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di Federigo

Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel pieno, o

comune significato della parola, ma pure realista, e in molte cose più

realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo dovere

imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi,

di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio

d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete

proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno

parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da chi,

anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome

vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o

nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere

in tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in

ogni avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come

Emilio Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste

facoltà, con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo

sentimento delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà

ch'egli pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio

suo essere, e in mille modi la altera (_il mondo veduto attraverso a

un temperamento_), non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha

dell'ingenuo, che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere

qui dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo?

Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e parla

a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto ch'egli non

sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi variamente

il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per indulgenza a una

qualche sua passione, o per altra ragion così fatta. E sta bene: ma

se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto ogni modo

di nascere? e non ci sono cento altre maniere di sincerarsi quando il

sospetto sia nato? Il parlare in prima persona non trae mica con sè

la necessità di mentire; e il parlare in terza non è mica guarentigia

di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle grosse, senza che

altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro, il più comodo è

appunto quella ostentazione di oggettività assoluta ed invariabile? Del

resto, come un romanzo non diventa realistico per ciò solo che l'autore

si tien nascosto dietro a' suoi personaggi, così un romanzo non cessa

di essere realistico per ciò solo che l'autore si lascia a quando a

quando vedere tra essi. Provatevi a leggere un romanzo del Balzac, e

vedete se vi riesce di scorrerne dieci pagine senza dar di petto nel

Balzac. E si tratta di un pontefice massimo del realismo!

Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose

esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi

strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa,

e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte,

e quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per

informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma

e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo

un difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla

bella qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si

mostri in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e

dico _può darsi_ perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per

altro certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non

lasciarsi sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei

romanzieri russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di

operare viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo.

Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò quella

e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non è

tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi

ha qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un

santo, come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi,

se non moltissimi. Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi

è incapace di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita,

un poco stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non

si creda, e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti

personaggi di romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che

è da dire che il Manzoni, nel formare i caratteri, riesce alquanto

più realista (nientemeno!) del Balzac, il quale, di solito, forma i

personaggi suoi tutti di un pezzo, e rimettendo in opera il vieto

procedimento classico, segno di tante censure, li accende di una

passione unica, che è il principio unico e la ragione unica di tutto

quanto essi dicono e fanno; mentre il Manzoni forma complicatamente i

suoi, e li mostra, il più delle volte, quali sogliono essere in natura,

composti di elementi discordi, combattuti da contrarie tendenze. Fra

Cristoforo e l'Innominato manifestano questa lor condizione nel fatto

stesso della conversione, così com'è motivata, predisposta, condotta.

Federigo è un santo che ha molte parti, molti aspetti, e che il povero

don Abbondio non riuscirà mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese

è di certa natura tutt'altro che semplice. Renzo avrebbe molte buone

ragioni per essere preso tutto di una passione unica e fisso in un

solo pensiero, e per non volere pensare ad altro; e pure, sebbene

l'amore, anzi l'amore contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente

in tutto ciò ch'egli pensa, dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è

come la molla secreta che lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli

possa darsene conto, a farsi predicatore di riforme e seguitator di

sommosse; pure, dico, egli conserva, da povero contadino, la facoltà di

prendere parte a una quantità di cose che non sono il suo amore, e non

hanno troppa attinenza col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al

mondo per aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e

c'è da stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro,

un bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che

sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un

tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta

tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un

don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene tanto

diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo aspetto

di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei _Promessi

Sposi_ mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni sugli

altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi del

Balzac, nei migliori suoi romanzi.

Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi

assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe

rincrescere se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli

sopratutto dell'ultima maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere

loro la composizione, sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci

sono dell'altre cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi,

appunto per questo, andiam procacciando con istudio, con fatica, con

pericolo. Veramente la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare

nè fabbriche, nè statue, nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno

potrebbe forse venire il sospetto che a decretare quella soppressione

i realisti sieno stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale

desiderio ch'è il desiderio di scampar fatica; ma poichè tale sospetto

potrebb'essere temerario ed ingiusto, basterà notare che in nessuno

degl'intenti loro, qual che si fosse la ragione che li moveva, i

realisti riuscirono così bene come riuscirono in questo. Molti dei

loro romanzi pajono un effetto del caso, e si potrebbero applicar ad

essi le parole con cui certo personaggio di una commedia francese senza

scioglimento accomiatava gli spettatori: _il n'y a pas de raison pour

que cela finisse_....; e ci si potrebbero aggiungere queste altre: _il

n'y avait pas de raison pour que cela commençât_. Non così il romanzo

del Manzoni. La composizione di esso potrà esser guasta in certe parti

da digressioni un po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere

turbato; ma, tirate le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo,

com'è fortemente immaginato, così è anche fortemente composto; che esso

è dotato, a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza

mirabili; che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e

schietto significato della parola. Parve a taluno che nei _Promessi

Sposi_ non ci sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia

pure la unità logica, e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità

estetica.

Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e non

realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che non

il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega:

esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella

che il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti

comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto

questo.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 15 / 72 题