passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è.
Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della
luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione
vera, per quanto ideale[39]. Che i romantici, dopo aver rinunziato,
e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non ne
instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a venir
loro in uggia, a parer loro un pochino _volgare_: la luna invece,
specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente
insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più
_interessante_. Perciò la presero a confidente, inspiratrice e
consolatrice loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni,
la mescolarono a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della
poesia non meno che della notte, e inventarono la _sinfonia della luna_
un bel pezzo prima che lo Zola inventasse la _sinfonia dei formaggi_.
Sinfonia per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa.
Quella che un secentista malcreato aveva ardito chiamare _frittata
del cielo_, diventò il _volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta
il mistero dell'ombre e degli oceani_. Gli _amica silentia lunae_ di
Virgilio si mutarono in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è
tutt'altro che un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo
saluto:
Li placidi silenzii,
All'umidu to raggiu
Di la natura parranu
L'amabili linguaggiu.
A tia l'amanti teneru
Cu palpiti segreti
La dulurusa storia
Mestissimu ripeti;
e già Ippolito Pindemonte confessava:
Oh quante volte il giorno
Insultai col desio del tuo ritorno!
e soggiungeva:
Perchè sola ti vede,
Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede:
Ma il Riposo, la Calma,
Del meditar Vaghezza,
Ogni Piacer dell'alma,
La gioconda Tristezza,
E la Pietà con dolce stilla all'occhio,
Ti stanno taciturne intorno al cocchio.
Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: _Tu sciogli
da ogni laccio l'anima mia!_ sino a quello in cui il Longfellow la
rassomigliò a uno _spirito glorificato_, ci sia stato poeta, o poco
o molto romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia
spasimato, o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e
così stucchevolmente si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo
venne chi per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede
della celeste paolotta.
Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico
invasamento; ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche
romantica domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura,
come già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante,
indefinito, specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche
romantica domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante,
indefinita. Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si
scolorano, si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle
interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia.
Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con la
luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio
rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna
si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono
tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento,
nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di
luna dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella
sobrietà, potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che
vi sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella
quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo,
tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli
coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero
Renzo piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna
la _Luna piena_. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il _Sole
raggiante_.