V.

La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni

principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza,

non abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per

così dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con

risolutezza più intollerante e più battagliera e recisione anche

troppa.

Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva,

negli animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno

vivo d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte

classica, per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò

classicheggiante, come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le

Grazie, e salì con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso,

bevve al pegaseo fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di

Minerva, _sospir di mille amanti_; ma rinnegò ben presto e, sembra,

senza stringimento di cuore, quei _numi d'Atene_, da' quali Carlo

Tedaldi Fores, venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi

senza tristezza e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di

dolce rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli _Dei della

Grecia_, e al Leopardi quello delle _Favole antiche_, e al De Musset

quei teneri versi dei _Vœux stériles_:

Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie,

De mes vœux insensés éternelle patrie,

J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front

Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont.

Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella,

come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'_Ira

d'Apollo_, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra

fra classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario,

esprime un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non

molto più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare

odio, e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo

stesso aborrimento espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e

tanta impetuosità di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare

D'Azeglio (22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a

lui, come agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso

della mitologia, soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente

io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema

che tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per

non provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni

spiegazione; ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse

insussistente, saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me

è, che l'uso della favola è vera idolatria»[36]. E séguita, recando le

ragioni che lo fan pensare a quel modo.

Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso

di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che

non la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè

«la parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli

scritti loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che

è stata una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è

stoltezza il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli

non può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati»,

e ingannerebbero lui pure[37]. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso

se avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli

argomenti contro l'uso della mitologia?

Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine

addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare di quel

sant'Andoeno che nel secolo VII chiamava scellerati Omero e Virgilio;

di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente, nel

X, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di san

Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio, e gli

altri del filosofico bestiame, _neque ceteros pecudes philosophorum_;

e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo di

Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri _d'idolatria_ gli

capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più o

meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma non

c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli

altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in

cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che ci

dispiace trovarlo in questa romantico _ultra_, e da mandare a braccetto

nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare? diremo di

lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni era fatto

così; se ne volete un altro, fabbricatevelo.

Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal fattura

intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre. Questo

nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo avuto già

qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e dove altri

non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'_Inni sacri_ e in

altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e _purissima

delineazion virgiliana_ nelle immagini, e altro ancora[38]; e gli è

un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava

come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome di _prischi

sommi_. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali; da

vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate il Manzoni

sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri dell'arte

sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici.

Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure ha

il suo peso? Cercate un po' quale

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 13 / 72 题