Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio di
mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo
più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del
cristianesimo ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un
desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa.
Perciò lo Chateaubriand scrive il _Genio del cristianesimo_. Degli
eccessi di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli
Stati cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile
sovranità del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre
dogma capitale della fede cattolica (_le dogme capital du catholicisme
est le souverain Pontife_), ecc., ecc.; non è qui da discorrere.
Molti romantici furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno
dal cristianesimo o dal cattolicismo si condusse a grado a grado,
come l'Hugo, a un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie,
riuscirono da ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo
essere stato razionalista. In ciò egli somiglia, per tacer d'altri,
allo Chateaubriand; ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri
aspetti! Quanto l'autore dei _Promessi Sposi_ è più veramente,
intimamente, sostanzialmente cristiano che non l'autore dei _Martiri_!
Questi orgoglioso ed acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e
accende la passione; quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu
messa in dubbio la sincerità del sentimento cristiano nel Manzoni; ma
debbo confessare che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per
altro nol direi) che il cristianesimo degl'_Inni sacri_ riesca un po'
scolorito, un po' freddo; ma quello dei _Promessi Sposi_? I _Promessi
Sposi_ sono opera e testimonio di una coscienza tutta cristiana,
profondamente cristiana, penetrata dello spirito dell'evangelo sino
negli ultimi suoi recessi; e però non si trova in essi nessuna di
quelle tante piccole contraddizioni, piccole defezioni, piccole
sconvenienze che si posson notare, e furon notate, nelle opere dello
Chateaubriand. Certo il Manzoni non pensò mai a fare del Papa il dogma
capitale del cattolicismo; ma ciò attesta, oltrechè la rettitudine
della sua mente, anche la rettitudine della sua fede. E da questa fede
vengono principii e norme non meno alla politica che all'arte di lui.
Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e giusto
sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete
l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali
prorompono negl'_Inni sacri_, nel celebre coro dell'_Adelchi_, nei
_Promessi Sposi_. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto
rigorosa; è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso,
molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva (con
molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli
sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di tutto essi
erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii al quale,
come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente
che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi,
s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica pietà e
di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento stesso,
quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente e
troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità e naturalezza
di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato,
dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla realtà,
e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli occhi
e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e viva
delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni, i
suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un grande
errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso della
parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato e
travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono,
nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo schietto
e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che in pratica
riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del giusto e
del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da troppi, seppe
contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo, ma non
l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le passioni: lo
vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di certe formole,
di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti i signori hanno
del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; _Voce di popolo, voce di Dio_;
e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori che si facciano al
mondo[35].
I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire
che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo
linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla in
popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico
di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare non
solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua, e nella
dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando
la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si crede, la
lingua poetica.
Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo, e
anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi,
una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo.
Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata
idea della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per
le tradizioni e le usanze comuni, col concetto di una letteratura
popolare, e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci
una grande contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di
chi potrebbe esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni
del romanticismo, piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa
continuata e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese
direbbe l'_étalage de la personnalité_, quello che uno psichiatra
potrebbe chiamare l'_esibizionismo_ letterario, è male cui van soggetti
moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo
e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato ed odioso.
Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno. Ora, anche
di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli giungesse
a dire col Pascal: _le moi est haïssable_; ma gli è certo che di sè
non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere sùbito,
molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto disposto
a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente, leva
anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un
piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro.
L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause di
quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto ignoto,
sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che furono
dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire
assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante
giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con le forme
tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività
tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò, riuscendo
da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla, di
tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir meglio,
comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo possono
provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il flagello
degl'imberbi fatali, _pallidi, capelluti_, e delle _geroglifiche
donne_, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti.
Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse, in un
certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto
dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo può
aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme di quel male. Il
Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia; non già perchè
la vita riposata e normale ne l'abbia preservato, ma perchè l'animo suo
non la riceveva. Egli non condusse nè la vita dolorosamente inquieta
dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente quieta del Leopardi; ma
nè i grandi dolori si richiedono a far l'uomo triste quand'egli sia da
natura inclinato alla tristezza, nè la vita del Manzoni fu così scevra
di grandi dolori da torgli occasione e modo di diventar triste. Anzi a
renderlo tale avrebbero potuto bastare e parer troppi, quand'egli fosse
stato di altro temperamento, gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti
al lavoro che troppo spesso gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè
stesso, aveva scritto:
m'attristo spesso;
Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio;
ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato
d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli
non languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo
Chateaubriand era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come
d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti,
l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi del
Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto,
sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica
che romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva
molto piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità
luminosa; ma non so davvero come e quanto gustasse il _Werther_.
E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non
deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon
cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere
al mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione
egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri
buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non
vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi
d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in un
luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro.
Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce
spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro della
dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto
sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento sì, ma
redento da tale che dice il suo regno non essere di quel mondo, e solo
fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una incognita patria,
promette la restaurazione degli umani destini e il finale trionfo del
bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto combattuta, e da
quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo gemito di tutte le
creature sonar cupamente nelle parole di san Paolo? E il grido di tutti
i santi che, come san Paolo, chiedono in grazia la morte per esser con
Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un Pascal, descrivente l'eccesso
delle umane miserie e il terrore dell'infinito? Capisco: non è il
pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer o del Leopardi,
poichè mette capo in una grande speranza; ma è o non è, almeno
per quanto concerne il mondo di qua, una maniera di pessimismo, e
sommamente dolorosa, e sommamente terribile? E non è dottrina cristiana
la formidabile dottrina della predestinazione?
Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo senso:
e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da tanti,
nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo
della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura sempre
rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve in questa
invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla meditazione
dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi da quella
sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda storica
nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere se non poca
giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture; ma sopratutto
il sa perchè _vede_ ciò che Renzo non vede, la giustizia offesa e
conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente,
in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole, per
interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù è
soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge
del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè
_vede_ che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita,
insidiata, perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel
mondo, perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende
solo, come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza
piena d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè _vede_ gli angosciosi
rivolgimenti, le formidabili sciagure, le immani rovine della storia,
e le orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di
cupidigia, sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie,
e alle carestie tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della
paura avviluppare ogni cosa. I _Promessi Sposi_ si chiudono, se non
colle parole, col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere
contenti davvero.
Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare
disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo
officio nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così
indulgente, è un modo d'espressione di quel suo pessimismo.