III.

Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come ce

ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto più si

possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in grado

eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della storia;

senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un complesso

di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, quel

sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che abbracciando

tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le forme e le

mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in certo qual modo

con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera sua vita. Chi abbia

vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, potenza di

parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non allarghi l'animo in

quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di materia storica, ma

non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli uomini, non basta

conoscerle, bisogna sentirle.

Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni

intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove dai

fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo _Discours sur l'origine

et les fondements de l'inégalité parmi les hommes_: «Commençons par

écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo

è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo

la conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto

l'opposto pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero,

il più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno

sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori,

per dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la

storia», e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche

cosa ch'è superiore ai fatti[28]. Perciò avrebbe voluto accoppiati

insieme il Muratori e il Vico, _gl'intenti generali nella moltitudine

delle notizie positive_[29]. Anche il Michelet voleva il Vico, ma si

scordava poi di accompagnarlo col Muratori.

Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo

ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più forte.

Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli

uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli

interessi, delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e

come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una gente

trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima

delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia delle

folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed è perciò

che la descrizione della carestia e la descrizione della peste nel

romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, è

nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa quant'è

difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, non solo

l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra.

Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione.

Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante della fede

romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si voglia, è

uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto per cui il

romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del secolo

XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della

realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente

ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non

fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie:

la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta

in più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli

Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati di

loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente,

non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, quella

probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la

passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far

molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle

ricostruzioni poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto

ricordato il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni

non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto

comune ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più

caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali

della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël:

«Le nom de _romantique_ a été introduit nouvellement en Allemagne, pour

désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine,

celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»[30]. Che

_romantico_ rimandi a _romanzo_, e però a quella che nel medio evo

fu detta _Romania_, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai

cavalieri, erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero

che quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola,

perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di

essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed

erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non

fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri e

dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza

cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o perchè così

persuadeva l'avversione a quella paganità classica che nel medio evo

fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, fatto sta

che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval di battaglia,

per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, e che

cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri merlate,

palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno e l'incubo,

la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, scaldi

e trovatori) il romantico regno.

Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di

Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia

appartiene gli studii raccolti e condensati nel _Discorso sopra alcuni

punti della storia longobardica in Italia_. Niente dunque di quel

medio evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione

puerile e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti

altri esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e

sogneranno di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce

l'umana natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà

delle _pazze paladinerie_, e chiamerà _cronicaccia_ la cronica del

monaco di San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri

erranti: «Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la

prima figura in un trattato d'economia politica»[31]. Egli loda molto e

il Berchet e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante

per la selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a

dare un gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi,

piuttosto, non vorrà credere che la _trobadoric'arpa_ gli riuscisse

altrettanto nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'_oh

gioja_! che il buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la

ventura (durante un poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un

macigno, nella _sacra valle_ del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda,

quell'ingenuo _oh gioja_! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle

argute labbra del Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto

far molti vezzi a quella buona comare che, a detta del Carrer,

Vien d'un albero all'ombria

A colloquio colle fate;

Col giullare sulla via,

Nei castelli col magnate,

e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che

sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon

conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle

romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di quelle

ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome.

Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran

parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non

va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e del

poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il _Carmagnola_

fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa ossequenza

alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza è documento

memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si sa a quali

conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di ripeterle:

bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che combatta,

proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, una specie

di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e al quale egli

stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria gloria; e

che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De Sanctis valsero

a rompere quell'argomentazione, non però valsero a distruggerla

affatto[32]. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità del

connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai per

tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera

la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si possa nel

dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... imaginer même

des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; ma, quanto al

romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al falso, e ne parla

con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di sprezzo[33]. I dubbii

non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, quando, pur lodando

al Fauriel «ce système d'invention des faits, pour développer des mœurs

historiques», lo pregava di dirgliene il suo parere[34]. Probabilmente

quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, durante la composizione

del romanzo; ma dovettero ricominciare a farsi sentire assai presto,

e un bel pezzo prima che il Manzoni scrivesse il Discorso, lo che fu

nel 1845. Nel 1847 il Lamartine pubblicava l'_Histoire des Girondins_,

e l'autore dei _Trois Mousquetaires_, rapito dall'entusiasmo, gridava:

«Lamartine a élevé l'histoire à la dignité du roman!»

Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la

disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente

e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa

consuetudine che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte

almeno, della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore

dei _Promessi Sposi_. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle

impressioni della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che

alle cose. Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto,

o è dipinta con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a

molti può non in tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue

rive, quali li poteva contemplare don Abbondio quella tal sera di

novembre, è tutta raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo

fuggiasco passò quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso,

folto, attraversato qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come

succeda il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a

farvelo vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose,

ma le lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è

umano. In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non

s'avvisarono gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale

troppo usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento

alle cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La

natura è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come

vedremo, il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza

classica, o un classico procedimento.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 11 / 72 题