Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come ce
ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto più si
possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in grado
eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della storia;
senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un complesso
di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, quel
sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che abbracciando
tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le forme e le
mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in certo qual modo
con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera sua vita. Chi abbia
vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, potenza di
parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non allarghi l'animo in
quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di materia storica, ma
non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli uomini, non basta
conoscerle, bisogna sentirle.
Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni
intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove dai
fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo _Discours sur l'origine
et les fondements de l'inégalité parmi les hommes_: «Commençons par
écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo
è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo
la conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto
l'opposto pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero,
il più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno
sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori,
per dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la
storia», e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche
cosa ch'è superiore ai fatti[28]. Perciò avrebbe voluto accoppiati
insieme il Muratori e il Vico, _gl'intenti generali nella moltitudine
delle notizie positive_[29]. Anche il Michelet voleva il Vico, ma si
scordava poi di accompagnarlo col Muratori.
Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo
ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più forte.
Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli
uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli
interessi, delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e
come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una gente
trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima
delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia delle
folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed è perciò
che la descrizione della carestia e la descrizione della peste nel
romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, è
nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa quant'è
difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, non solo
l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra.
Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione.
Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante della fede
romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si voglia, è
uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto per cui il
romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del secolo
XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della
realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente
ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non
fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie:
la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta
in più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli
Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati di
loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente,
non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, quella
probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la
passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far
molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle
ricostruzioni poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto
ricordato il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni
non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto
comune ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più
caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali
della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël:
«Le nom de _romantique_ a été introduit nouvellement en Allemagne, pour
désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine,
celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»[30]. Che
_romantico_ rimandi a _romanzo_, e però a quella che nel medio evo
fu detta _Romania_, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai
cavalieri, erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero
che quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola,
perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di
essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed
erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non
fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri e
dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza
cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o perchè così
persuadeva l'avversione a quella paganità classica che nel medio evo
fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, fatto sta
che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval di battaglia,
per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, e che
cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri merlate,
palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno e l'incubo,
la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, scaldi
e trovatori) il romantico regno.
Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di
Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia
appartiene gli studii raccolti e condensati nel _Discorso sopra alcuni
punti della storia longobardica in Italia_. Niente dunque di quel
medio evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione
puerile e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti
altri esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e
sogneranno di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce
l'umana natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà
delle _pazze paladinerie_, e chiamerà _cronicaccia_ la cronica del
monaco di San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri
erranti: «Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la
prima figura in un trattato d'economia politica»[31]. Egli loda molto e
il Berchet e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante
per la selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a
dare un gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi,
piuttosto, non vorrà credere che la _trobadoric'arpa_ gli riuscisse
altrettanto nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'_oh
gioja_! che il buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la
ventura (durante un poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un
macigno, nella _sacra valle_ del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda,
quell'ingenuo _oh gioja_! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle
argute labbra del Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto
far molti vezzi a quella buona comare che, a detta del Carrer,
Vien d'un albero all'ombria
A colloquio colle fate;
Col giullare sulla via,
Nei castelli col magnate,
e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che
sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon
conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle
romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di quelle
ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome.
Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran
parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non
va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e del
poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il _Carmagnola_
fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa ossequenza
alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza è documento
memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si sa a quali
conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di ripeterle:
bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che combatta,
proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, una specie
di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e al quale egli
stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria gloria; e
che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De Sanctis valsero
a rompere quell'argomentazione, non però valsero a distruggerla
affatto[32]. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità del
connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai per
tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera
la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si possa nel
dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... imaginer même
des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; ma, quanto al
romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al falso, e ne parla
con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di sprezzo[33]. I dubbii
non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, quando, pur lodando
al Fauriel «ce système d'invention des faits, pour développer des mœurs
historiques», lo pregava di dirgliene il suo parere[34]. Probabilmente
quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, durante la composizione
del romanzo; ma dovettero ricominciare a farsi sentire assai presto,
e un bel pezzo prima che il Manzoni scrivesse il Discorso, lo che fu
nel 1845. Nel 1847 il Lamartine pubblicava l'_Histoire des Girondins_,
e l'autore dei _Trois Mousquetaires_, rapito dall'entusiasmo, gridava:
«Lamartine a élevé l'histoire à la dignité du roman!»
Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la
disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente
e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa
consuetudine che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte
almeno, della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore
dei _Promessi Sposi_. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle
impressioni della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che
alle cose. Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto,
o è dipinta con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a
molti può non in tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue
rive, quali li poteva contemplare don Abbondio quella tal sera di
novembre, è tutta raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo
fuggiasco passò quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso,
folto, attraversato qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come
succeda il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a
farvelo vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose,
ma le lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è
umano. In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non
s'avvisarono gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale
troppo usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento
alle cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La
natura è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come
vedremo, il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza
classica, o un classico procedimento.