Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che
possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto?
Tale domanda non è senza importanza. Per aderire _scientemente_ a una
dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, e più
per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione
psichica, una certa complessione morale, varia secondo la varia indole
della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti coloro
che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione,
con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro che abbracciano
le dottrine a ragion veduta, con intendimento, con sincerità, con
deliberato proposito. Quanto ai molti più che si caccian lor dietro,
o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un qualsiasi guadagno,
o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, o perchè usi di porsi
alle calcagna del primo che passi e faccia loro cenno, essi non han
bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione vera e naturale, e
possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la confessione, la scuola
sono formate da quei primi e guaste da quei secondi. Vengono i primi
e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è possibile nuova: vengono i
secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, corrompono e disfanno
l'opera di quelli, pur dandosi aria di ajutarla e di compierla.
Tutte le scuole letterarie, per non parlar d'altre, conobbero questo
flagello; ma nessuna forse più della romantica.
Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione
psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali si
richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il
principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato di
adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere
ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati;
non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi
a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, che
pajono formar parte integrante della dottrina, ma che della dottrina
propriamente sono o negazione, o caricatura.
Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò;
ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza
significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti
romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto
delle dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di
famiglia: se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra
un estraneo.
La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale
può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, ma
non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi fu ripetuto
da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto persona, disse
bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon senso ragguagliò al
senso comune errò grossamente. Gli è vero che il Manzoni stesso parla a
più riprese, con molto rispetto, del senso comune, e lo invoca; ma non
è da dimenticare ciò che in un luogo dei _Promessi Sposi_ egli scrive a
proposito dell'opinione generale circa il malefizio degli untori: che
il buon senso «se ne stava nascosto per paura del senso comune»[17].
Tra senso comune e buon senso è poca amicizia; e il buon senso è come
una virtù domestica dello spirito, la quale fa gran servizio nelle
occorrenze ordinarie della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non
ne fa punto. Col buon senso si evitano molti errori, e si ripara a
molti mali spiccioli; ma per volere le cose grandi, e più per farle,
il buon senso non basta: ci vuole un senso più alto, più ardito, più
avventuroso, che non si adombri così facilmente d'un paradosso, che
non ricalcitri quasi istintivamente ad ogni _ver che ha faccia di
menzogna_, e non tema ogni momento di perder piede. Povero il novatore
che avendo buon senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto,
ma novatore grande.
Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni sale
dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con ciò
non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai
fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria,
che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la sua vita
intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente del Manzoni
è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che io conosca;
perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica ma non
sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni logica rigidezza.
Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se non procedendo dal
noto all'ignoto; che il metodo _è uno_ per ogni cosa; che _gli errori
di metodo sono sempre gravi_; che la _curiosità sincera_ dev'essere
accompagnata dal _dubbio ponderatore_ e dar agio all'_esame accurato_,
perchè _l'osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder
molto_; che non bisogna lasciarsi affascinare dalle ipotesi, ma
procedere sempre con _utile e ragionata diffidenza_[18]. C'è forse
bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non ha troppa
somiglianza con quella che il secolo XVIII alzò sugli altari? e che
abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma poi, c'è
forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più alta e più
sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato il buono,
notiamo anche il men buono.
Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, e
sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, pure, come
quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, anche dopo
averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche volta nello
abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto ingegnoso e
molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso e un pochin
troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli del
pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, ma non in
tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo storico, il
ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento diventa cavillo;
e chi legge non può schermirsi interamente dal dubbio che l'autore
abbia scritto, più che per altro, per fare una sua esercitazione
dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta logico[19].
Così ancora, nel _Dialogo della invenzione_ non mancano alcune di
quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; e non
mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni sappia che
i traslati _sono traditori_, e che le parole, se non ci si bada bene,
_menano fuori di strada_[20]. Non sempre chi ragiona bene ha ragione,
e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, finisce ad
aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera contro coloro
che negano _l'applicabilità de' principii a tutte le loro conseguenze_,
e dicono _espressamente pericolosa la logica_[21]. Che l'accusa di
troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli da qualche
banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi a pararsene,
lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez souvent
subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher le
point de la question»[22]. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante
c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e c'è anche
un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra pensieri che,
se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e lento chi
ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: _habemus
confitentem reum_.
Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere
che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella mente del
Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»[23]. Chi
ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà non meno nei
_Promessi Sposi_ che negli scritti d'indole critica e dissertativa.
Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, non
appagasse in pari tempo la ragione[24]; e credo che il Bonghi cogliesse
anche una volta nel segno quando il cattolicismo di lui faceva
dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica e serrata
coordinazione.
Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e
ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; e se
della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede come
sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno dei
progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che mise
il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e proprii
romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio di questo
che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, mossero,
larvata o palese, guerra alla ragione.
Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo:
quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand che
si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, il
Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età _forse
la più antifilosofica, che ci sia mai stata_. E il più curioso si è
che la sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più
puro idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso
come di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla
metafisica, da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale
il supremo sapere da cui ogni altro dipende. La parola _positivo_
sdrucciola con molta frequenza dalla penna che scrisse la _Morale
cattolica_ e gl'_Inni sacri_.
Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, non
di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la
sua estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero
vigoroso non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal
particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E
così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente
il De Sanctis giudicò _potentissima e straordinaria_[25]. E notisi
che della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già
troppo tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre
all'arte e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi,
quasi sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli
sulla _Eneide_, sull'_Italia liberata_ del Trissino, sull'_Henriade_
del Voltaire: assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul
Tasso, sull'Alfieri, sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il
più delle volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni
altro interesse che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta
imparzialità. Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su
Giuliano l'Apostata e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti
ragioni che potevan sedurlo ad esser men giusto. Le osservazioni
ond'egli usava postillare i margini dei libri che leggeva sono come un
commento perpetuo fatto da uno spirito che non è possibile soggiogare
nè con la forza, nè con l'inganno.
La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più geniali
del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: la
moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto ogni aspetto
le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente e molto
addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in dubbio, se non
la moderazione, che non si poteva, la modestia del Manzoni: a torto;
perchè, com'ebbe a dire il Pope, _want of modesty is want of sense_; e
l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si conosca di molto superiore
a molti. Si può dubitare piuttosto se egli non abbia ecceduto un
pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, come certamente
lo conosceva, il Molière, non avrebbe dovuto ricordare un po' più quei
due versi del _Misanthrope_:
La parfaite raison fuit toute extrémité
Et veut que l'on soit sage avec sobriété.
La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe esser
sobrio abbastanza.
Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre
sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia luogo
al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel Manzoni
il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato molto
da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, non
perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè non gli è
permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino a certo segno,
ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non isperi far del
grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo fece della passione
una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, buon pro gli faccia,
e all'autrice di _Lélia_ similmente, e a quanti vanno lor dietro.
Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di forza alla
debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria grandissima.
Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina un po' troppo
all'error contrario, e non s'avvede abbastanza che se le passioni non
sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di passione, rischiano
facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un po' di quell'ajuto,
rischia di morir di languore; ma ciò, ora come ora, importa poco,
mentre importa assai di notare che anche per questo rispetto il Manzoni
s'accorda assai male con que' tanti romantici vecchi, nuovi, novissimi,
che posero la passione in cielo, e fecero dell'arte la forma eletta
della sua manifestazione sopra la terra. Il Manzoni, non solo non vuole
ciò, ma non vuole nemmeno che il sentimento si stemperi e snaturi in
quella uniforme, fluida, oziosa sentimentalità che par fatta apposta
per accogliere i germi della passione, fomentarli, farli germogliare e
fruttificare. Ciò che lo Chateaubriand chiamò _le vague de la passion_
ripugna non meno a quel suo bisogno imperioso di precisione e di
chiarezza che al suo criterio morale: onde ben disse il Goethe quando
disse che il Manzoni ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici
parlano sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che
presente, di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore,
chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà.
Ma che sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»[26].
Se, prima di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col
notissimo verso:
J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur.
Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è molto
probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate
un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate la
ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia se il
giovane poeta avesse ascoltato il consiglio.
Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e
la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle
idee; certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della
realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno
istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni
ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, o
se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa sia la
facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà che colma
le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la facoltà che
ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, e opera la
esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza di dir
giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di primissimo ordine.
Nei _Promessi Sposi_ di quella fantasia non v'è ombra, o quasi; ma di
questa immaginativa n'è assai, e non so in quante altre opere dette
d'immaginazione se ne trovi altrettanta[27]. Anche per questo rispetto,
tra i romantici in genere e il Manzoni il consenso è scarso. Quelli si
vantano di lasciar le briglie sul collo alla fantasia; questi non cessa
mai di farle sentire il morso. E così, veramente, chiede la ragione.