II.

Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che

possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto?

Tale domanda non è senza importanza. Per aderire _scientemente_ a una

dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, e più

per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione

psichica, una certa complessione morale, varia secondo la varia indole

della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti coloro

che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione,

con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro che abbracciano

le dottrine a ragion veduta, con intendimento, con sincerità, con

deliberato proposito. Quanto ai molti più che si caccian lor dietro,

o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un qualsiasi guadagno,

o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, o perchè usi di porsi

alle calcagna del primo che passi e faccia loro cenno, essi non han

bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione vera e naturale, e

possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la confessione, la scuola

sono formate da quei primi e guaste da quei secondi. Vengono i primi

e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è possibile nuova: vengono i

secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, corrompono e disfanno

l'opera di quelli, pur dandosi aria di ajutarla e di compierla.

Tutte le scuole letterarie, per non parlar d'altre, conobbero questo

flagello; ma nessuna forse più della romantica.

Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione

psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali si

richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il

principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato di

adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere

ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati;

non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi

a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, che

pajono formar parte integrante della dottrina, ma che della dottrina

propriamente sono o negazione, o caricatura.

Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò;

ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza

significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti

romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto

delle dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di

famiglia: se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra

un estraneo.

La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale

può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, ma

non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi fu ripetuto

da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto persona, disse

bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon senso ragguagliò al

senso comune errò grossamente. Gli è vero che il Manzoni stesso parla a

più riprese, con molto rispetto, del senso comune, e lo invoca; ma non

è da dimenticare ciò che in un luogo dei _Promessi Sposi_ egli scrive a

proposito dell'opinione generale circa il malefizio degli untori: che

il buon senso «se ne stava nascosto per paura del senso comune»[17].

Tra senso comune e buon senso è poca amicizia; e il buon senso è come

una virtù domestica dello spirito, la quale fa gran servizio nelle

occorrenze ordinarie della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non

ne fa punto. Col buon senso si evitano molti errori, e si ripara a

molti mali spiccioli; ma per volere le cose grandi, e più per farle,

il buon senso non basta: ci vuole un senso più alto, più ardito, più

avventuroso, che non si adombri così facilmente d'un paradosso, che

non ricalcitri quasi istintivamente ad ogni _ver che ha faccia di

menzogna_, e non tema ogni momento di perder piede. Povero il novatore

che avendo buon senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto,

ma novatore grande.

Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni sale

dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con ciò

non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai

fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria,

che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la sua vita

intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente del Manzoni

è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che io conosca;

perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica ma non

sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni logica rigidezza.

Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se non procedendo dal

noto all'ignoto; che il metodo _è uno_ per ogni cosa; che _gli errori

di metodo sono sempre gravi_; che la _curiosità sincera_ dev'essere

accompagnata dal _dubbio ponderatore_ e dar agio all'_esame accurato_,

perchè _l'osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder

molto_; che non bisogna lasciarsi affascinare dalle ipotesi, ma

procedere sempre con _utile e ragionata diffidenza_[18]. C'è forse

bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non ha troppa

somiglianza con quella che il secolo XVIII alzò sugli altari? e che

abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma poi, c'è

forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più alta e più

sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato il buono,

notiamo anche il men buono.

Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, e

sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, pure, come

quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, anche dopo

averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche volta nello

abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto ingegnoso e

molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso e un pochin

troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli del

pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, ma non in

tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo storico, il

ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento diventa cavillo;

e chi legge non può schermirsi interamente dal dubbio che l'autore

abbia scritto, più che per altro, per fare una sua esercitazione

dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta logico[19].

Così ancora, nel _Dialogo della invenzione_ non mancano alcune di

quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; e non

mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni sappia che

i traslati _sono traditori_, e che le parole, se non ci si bada bene,

_menano fuori di strada_[20]. Non sempre chi ragiona bene ha ragione,

e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, finisce ad

aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera contro coloro

che negano _l'applicabilità de' principii a tutte le loro conseguenze_,

e dicono _espressamente pericolosa la logica_[21]. Che l'accusa di

troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli da qualche

banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi a pararsene,

lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez souvent

subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher le

point de la question»[22]. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante

c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e c'è anche

un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra pensieri che,

se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e lento chi

ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: _habemus

confitentem reum_.

Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere

che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella mente del

Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»[23]. Chi

ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà non meno nei

_Promessi Sposi_ che negli scritti d'indole critica e dissertativa.

Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, non

appagasse in pari tempo la ragione[24]; e credo che il Bonghi cogliesse

anche una volta nel segno quando il cattolicismo di lui faceva

dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica e serrata

coordinazione.

Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e

ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; e se

della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede come

sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno dei

progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che mise

il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e proprii

romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio di questo

che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, mossero,

larvata o palese, guerra alla ragione.

Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo:

quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand che

si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, il

Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età _forse

la più antifilosofica, che ci sia mai stata_. E il più curioso si è

che la sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più

puro idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso

come di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla

metafisica, da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale

il supremo sapere da cui ogni altro dipende. La parola _positivo_

sdrucciola con molta frequenza dalla penna che scrisse la _Morale

cattolica_ e gl'_Inni sacri_.

Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, non

di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la

sua estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero

vigoroso non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal

particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E

così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente

il De Sanctis giudicò _potentissima e straordinaria_[25]. E notisi

che della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già

troppo tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre

all'arte e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi,

quasi sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli

sulla _Eneide_, sull'_Italia liberata_ del Trissino, sull'_Henriade_

del Voltaire: assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul

Tasso, sull'Alfieri, sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il

più delle volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni

altro interesse che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta

imparzialità. Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su

Giuliano l'Apostata e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti

ragioni che potevan sedurlo ad esser men giusto. Le osservazioni

ond'egli usava postillare i margini dei libri che leggeva sono come un

commento perpetuo fatto da uno spirito che non è possibile soggiogare

nè con la forza, nè con l'inganno.

La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più geniali

del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: la

moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto ogni aspetto

le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente e molto

addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in dubbio, se non

la moderazione, che non si poteva, la modestia del Manzoni: a torto;

perchè, com'ebbe a dire il Pope, _want of modesty is want of sense_; e

l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si conosca di molto superiore

a molti. Si può dubitare piuttosto se egli non abbia ecceduto un

pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, come certamente

lo conosceva, il Molière, non avrebbe dovuto ricordare un po' più quei

due versi del _Misanthrope_:

La parfaite raison fuit toute extrémité

Et veut que l'on soit sage avec sobriété.

La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe esser

sobrio abbastanza.

Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre

sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia luogo

al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel Manzoni

il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato molto

da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, non

perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè non gli è

permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino a certo segno,

ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non isperi far del

grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo fece della passione

una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, buon pro gli faccia,

e all'autrice di _Lélia_ similmente, e a quanti vanno lor dietro.

Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di forza alla

debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria grandissima.

Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina un po' troppo

all'error contrario, e non s'avvede abbastanza che se le passioni non

sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di passione, rischiano

facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un po' di quell'ajuto,

rischia di morir di languore; ma ciò, ora come ora, importa poco,

mentre importa assai di notare che anche per questo rispetto il Manzoni

s'accorda assai male con que' tanti romantici vecchi, nuovi, novissimi,

che posero la passione in cielo, e fecero dell'arte la forma eletta

della sua manifestazione sopra la terra. Il Manzoni, non solo non vuole

ciò, ma non vuole nemmeno che il sentimento si stemperi e snaturi in

quella uniforme, fluida, oziosa sentimentalità che par fatta apposta

per accogliere i germi della passione, fomentarli, farli germogliare e

fruttificare. Ciò che lo Chateaubriand chiamò _le vague de la passion_

ripugna non meno a quel suo bisogno imperioso di precisione e di

chiarezza che al suo criterio morale: onde ben disse il Goethe quando

disse che il Manzoni ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici

parlano sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che

presente, di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore,

chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà.

Ma che sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»[26].

Se, prima di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col

notissimo verso:

J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur.

Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è molto

probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate

un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate la

ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia se il

giovane poeta avesse ascoltato il consiglio.

Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e

la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle

idee; certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della

realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno

istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni

ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, o

se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa sia la

facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà che colma

le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la facoltà che

ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, e opera la

esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza di dir

giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di primissimo ordine.

Nei _Promessi Sposi_ di quella fantasia non v'è ombra, o quasi; ma di

questa immaginativa n'è assai, e non so in quante altre opere dette

d'immaginazione se ne trovi altrettanta[27]. Anche per questo rispetto,

tra i romantici in genere e il Manzoni il consenso è scarso. Quelli si

vantano di lasciar le briglie sul collo alla fantasia; questi non cessa

mai di farle sentire il morso. E così, veramente, chiede la ragione.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 10 / 72 题