I.

Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per

quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già

resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non

nasceva tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali

non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa

misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della

questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in

dottrina romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto

una agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche

repugnanti fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in

vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile;

intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando

d'altro, dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono

a misura che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in

quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e si

dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e vaghe,

specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione

aforistica che il soggetto non comporta (_il romanticismo è il

liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte,

il trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine

della fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione_,

ecc.)[14] e se n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di

quelle definizioni contraddirsi e negarsi a vicenda.

Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito

per anche alla nuova fede, poteva dire che _classico_ e _romantico_

sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io non

vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè

per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche cosa

significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo, sempre più

discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le attinenze,

conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze nella dottrina

ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte, alla natura stessa

delle cose, le quali vanno per la lor china, come la necessità ne le

porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine perchè le riescano

più facilmente, di primo tratto, chiare, intere, bene spartite e

coerenti.

Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò che

non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine

che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati più

e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi,

effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della vita

e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è legge

costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario, e si

stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo

si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi e

cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la _risultante_

di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo gli

effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono,

o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro cui

s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi

rivolgimenti del secolo scorso[15]. La inclinazione religiosa e

mistica che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella

infatuazione pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione

fatto più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio;

ma quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo;

quell'avversione acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza

critica e battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i

generi come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso

del secolo XVIII. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò

così, di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una

contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione, si

serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti

non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato contro la

fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità? Se

mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità e al

_satanismo_, correggendo esso stesso il detto di Enrico Heine, che il

romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue di Cristo? Vedere

in queste incoerenze e in questi dissidii non altro che sintomi di

debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi, piuttosto, sono

sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar l'arte e la

dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di esaurimento,

senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti vive e vitali;

alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati i nomi,

prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non poteva più,

per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza dei tempi

nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti, nel tumulto e nel

contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto insieme dell'agitata

e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che la _epizoozia_ schernita

dal Monti.

Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la

cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi

cercato alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare

un nucleo saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte

che, non più dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare

l'antica, scaturisca dall'intimo della psiche, e viva del vivo,

traendo spirito e norma dal veramente sentito e dal veramente pensato,

anzi che dagli esempii e dai precetti; sia, per così dire, immanente

e non derivata. Questo concetto, dal quale vennero al rivolgimento

letterario della fine del secolo scorso e di parte del presente alcuni

caratteri non troppo dissimili da quelli che contraddistinguono il

rivolgimento religioso del secolo XVI; questo concetto, che formò pure

il nucleo del realismo, è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il

romanticismo traviò poi in tanti errori e in tanti eccessi, traviò,

non già per averlo troppo osservato, ma bensì per non averlo osservato

abbastanza. E se, notando l'atteggiamento diverso che il romanticismo

ebbe a prendere tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità

diventi alle volte contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che

quel principio non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso,

quando la diversità, il contrasto e la contraddizione nascono appunto

dall'essere quell'unico e costante principio applicato a condizioni

di vita e di coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di

elementi e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo

principio estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze

particolari, ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci

furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò.

Sebbene Hermes Visconti abbia definito _crocchio sopraromantico_ il

crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure

gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in

Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu

di sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato

e tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera

allo Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto

ad esprimere il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi

rimproverare di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non

dovette sembrare a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto?

Ecco appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che

è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo?

Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare

italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni

che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo

suo con gli scrittori del _Conciliatore_, di cui erano stati soppressi

i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al Fauriel,

egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii, _amis

et compagnons de souffrance littéraire_[16], e certamente li aveva per

tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come si parrebbe

da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che no. E il

disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò aggravando

col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 9 / 72 题