Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per
caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro,
chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche
noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica;
nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire, di
quella dottrina; nei _Promessi Sposi_, nelle tragedie, negl'inni sacri,
quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non che,
dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni
capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e nascono
tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate
da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano
rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola stessa di
cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più piena. Il
Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico che molti si
dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano egli non può esser
detto senza accompagnare quel titolo periglioso di molte avvertenze,
distinzioni e restrizioni, che ne scemano d'assai la portata, o ne
mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii non valgono nulla,
neanche in letteratura. Del resto il Manzoni, come il Lamartine,
ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe del caposcuola; e se il
Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente _corifeo del romanticismo
italiano_; e se altri dopo il Pieri, gli diedero quello stesso, o
altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il Mamiani di dire che il
presunto e acclamato _capitano procedette sempre solo_[13]. E di ciò si
ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che il Manzoni favorì bensì il
_Conciliatore_, ma non vi scrisse; astensione che per un caposcuola del
romanticismo non lascia d'essere un po' curiosa.