Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il Foscolo
giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte, anche del
Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane.
Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque il poeta
possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua giovinezza, e
dolersi del malo esempio che molti potevano averne ricevuto, e dire che
gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non gli esce più dalla
mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando, l'un anno dopo
l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce, e si compiange,
e si ammira nel _povero_ Jacopo. Nel 1806, scrivendo all'Albrizzi, si
firmava _il tuo Ortis_. Nel gennajo del 1806, scriveva alla Marzia:
«Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva l'_Ortis_»; e un'altra
volta le diceva che se avesse potuto scrivere un altro _Ortis_ gli
sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito. Nel 1812
ricordava al Pellico il _nostro povero Ortis_. Nel 1813, trovandosi in
uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi: «Sigismondo
mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se riviveva in lui.
Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva scrivere al nome di
Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello di Jacopo, e con
quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si serviva anche in istampa.
Curava nuove edizioni del _melanconico libricciuolo_, dolendosi degli
errori e di altri guasti che ne avevan deturpate parecchie, lamentando
le traduzioni cattive, compiacendosi delle buone; e ad alcune copie
della stampa di Londra, del 1817, poneva in fronte una lettera a
Samuele Rogers, ove dice tra l'altro: «Io in questa operetta cerco alle
volte e riveggo il mio cuore quale era uscito di mano della natura». E
quale in sostanza egli conservò sempre, come par quasi che presentisse
Melchiorre Cesarotti, quando, nel 1802, gli scriveva a proposito di
essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera del tuo cuore; e ciò appunto mi
duol di più, perchè temo che tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e
incurabile». Altri, come l'abate Luigi di Breme e madama Bagien, lo
chiamano Ortis, _ce pauvre Ortis_, e pare a me dicessero più giusto che
non facesse egli stesso, quando in una lettera del 1820 alla Russel,
e in uno dei frammenti del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis
suo amico e suo sfortunato amico. Perciò non ha torto il Chiarini
quando dice che un fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta
la vita, e che il Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»;
e aveva torto la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che
il suicidio di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio
del Foscolo. Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle
volte un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio
autore.
Nel 1795, il poeta giovinetto, _avvolto di un'elegante melanconia_,
si deliziava spesso _mormorando i patetici versi di Ossian_: il poeta
maturo si burlò degli _ossianeschi_, e sentenziò che «la materia
dell'_Ossian_ dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee
poetiche, che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per
ciò se ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany,
trascriveva alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella
memoria, e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e
a schermirsi dagl'_irritamenti della fortuna_.
La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta maturo
com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di _melanconico
genio_, e il poeta, che ammira la _melanconia_ della Bibbia, gode in
pari tempo di poter dire: _il mio amico Amleto_. Quella certa smania
di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle sue
lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito in
lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che appare
per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui tanti
romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa[10]: onde forse
l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto
tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche
il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e
dei romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva
e più alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti
dolori mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico
dei romantici, la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima
sua, benchè _inaridita_ (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da
_fatali_ ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti,
nella febbre e nel delirio di una passione _forsennata_; e sempre le
sue lettere d'amore, specie se scritte a donne _pallide, patetiche,
sibilline, fatali_, donne _funestamente a lui care_, sono come pezzate
di colori romantici, tassellate di espressioni romantiche, riboccanti
di romantica mestizia. Leggete ciò che delle notturne angosce,
cagionategli da un nuovo rimorso, egli scriveva alla _Donna gentile_
nel marzo del 1816, e leggete il _Manfredo_ del Byron, e poi dite se
l'uomo reale non sembra appartenere con l'immaginario a una stessa
famiglia.
Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in quei
_Sepolcri_ in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione,
troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima stessa
del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda, o nol voglia
confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi senza leggere
altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I moderni sono
troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi? Egli ha in
fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come i romantici,
egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare in arte.
Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli non riesce
a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del cuore,
ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli in
arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici,
egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il
Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra
cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò
Chateaubriand, col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise
la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra'
quali tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il
_Conciliatore_, il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur
freddamente, di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra
prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà poi
troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che, nel
_Poligrafo_, chiamò Ugo Foscolo il _corifeo dei romanticismo_; anzi lo
accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla resa
_perniciosissima, generalizzandola_.
Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale
difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia
che non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro
a quel misto di _dandy_ e di _bohème_ che si nota in lui, scoprire i
caratteri principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua.
Il Byron lo definiva _uomo antico_. A me il Foscolo sembra uomo assai
moderno sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente
in fronte l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse
in tante altre fronti[11]; e credo che se invece di nascere nel 1778
fosse nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di
tradizioni e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra'
classici, ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi
altri romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori
indizi si sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse
a definirsi, come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e
trionfo di lirismo, chi più romantico del Foscolo?