III.

Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile del

classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa così

universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla e

il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche lasciando

di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici ov'egli

trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da banda quelle

innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose, dove i

ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso

così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta

ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina

intorno alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non

ebbe altro classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante

il sermone sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo.

Perciò non è a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel

_Gazzettino del Bel Mondo_ diede addosso a quei giovani che «cavalcando

i destrieri nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della _poésie

romantique_»; e se prendendo occasione dal _Carmagnola_ del Manzoni,

di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece

fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso.

Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di

questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo

così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono

predicando? Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti?

E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al

classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo,

direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo.

E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu

tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi greco,

latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa andar

persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che per

approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono, più

o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare e di

sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per

quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè non

confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro

che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra si

possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche

meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io credo

che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli anni suoi

giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non lunga sua

vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero congeniti in

lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E anche questo è

argomento che si collega con le _Ultime lettere_.

Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza.

Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di Ossian,

e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le quali

rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia _In morte

di Amaritte_, e quella intitolata _Le rimembranze_. Altre sue brevi

poesie di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia:

«Quando la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti _Al Sole_,

hanno un colorito romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo

alle _Ultime lettere_. Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale

domanda si fa quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico

il _Werther_? Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther,

il quale antepone Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico,

ma a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica;

che aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco

o romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther;

che l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma

epistolare data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non

pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava

le _Eroidi_ di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei

romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri che

più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo fra

i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio alcuno e

promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò poi e rimutò

atteggiamento.

È a lamentare che sieno andati perduti certi _pensieri_ del Monti

intorno all'_Ortis_, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi

che certe vestigia dell'_audace scuola boreal_ egli le aveva sapute

scorgere nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche

poetico e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno

può vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente

le _Ultime lettere_ sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione

romantica, sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per

ben due volte compare nel _Werther_. Romantico è in esse il carattere e

il tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa

men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere, di

sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta;

romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda

nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di cui

narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a

qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori

non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi di

Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico che

per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del

Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente,

quel primo saggio dell'_Ortis_ che fu la _Vera istoria di due amanti

infelici_, lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio,

biasimarsi d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella

seconda parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar

nella prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi

che le _Ultime lettere_ furono in Italia, come il _Werther_ in

Germania, uno dei libri più cari alla gioventù romantica, quello,

fra tutti, che aperse (è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne

assicura) più profonde ferite nel petto delle fanciulle patetiche[6].

Ora, il romanticismo delle _Ultime lettere_ è un indice del

romanticismo del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare

molte e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a

terra. Di che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando,

se del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'_Amica

risanata_, pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco?

E non è del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del

medesimo anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella

quale il Foscolo dice, tra l'altro, che i classici sono _le sole fonti

di scritti immortali_? Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui

il Foscolo rivede il suo romanzo, lo conforma meglio col _Werther_, lo

riduce a lezione definitiva, lo stampa intero.

Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e

intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico:

dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di

atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso

ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal

concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore e

non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli

riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e se

dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una

particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai

casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto

si vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente

risospinto verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto,

non valsero ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo

s'infiltrasse nei _Sepolcri_, e che la _Ricciarda_ riuscisse una

tragedia riboccante di romantici orrori[7]; e non tolsero al poeta,

la cui fede classica appar molto scossa negli ultimi anni, di dire,

parlando delle _Grazie_, che forse un giorno in altri suoi versi non si

sarebbero più vedute le deità dei Gentili.

Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo, basta

ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo la

porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già tante

congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta

Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con

le lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti

riscaldamenti romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale

era, lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione,

stimolata dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione,

artificiosamente incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata

nelle peripezie di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero,

sospetto d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli

di duelli, ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte,

minacce di suicidio. Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il

desiderio, e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati,

fatali, mortali, che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei

n'ebbe, non n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere,

checchè ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere

amorose, e sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello

colla Fagnani, fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da

colei il soprannome di _romanzo_ e _romanzetto ambulante_. Poi quella

mostra vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di

ogni altra infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra,

e più recondita, e più fatale, disperata di soccorso, perpetua,

inintelligibile ai profani, ajutata da un'arte crudele e squisita

di _esulcerare le proprie piaghe_, chè l'arte di Jacopo, mentre le

_Lettere_ di Jacopo sono, a detta dello stesso Foscolo, il libro

del cuore del Foscolo. Onde quel parlar sempre, e sino alla sazietà,

di delusioni irreparabili, e di contraddizioni fra il sentimento e

l'esperienza, e di un sentir troppo intenso e profondo, e di _anima che

divora il corpo_, e di cuore che è _eterna causa di pianto_, e di un

_tempo presente divorato col timor del futuro_; e quelle notti insonni,

popolate di fantasmi, e quell'orror pei viventi, e quello stemperarsi

continuamente in lacrime, e il _piacere dell'infortunio_, fratel

carnale della pindemontiana e anglogermanica _gioja del dolore_ (_joy

of grief; Wonne der Thränen_), e l'oppio e il digiuno, e il pugnale

liberatore. Poi anche la incurabile melanconia che lo possedette fin

da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica melanconia, che più

antica assai dello Chateaubriand, dal quale Teofilo Gautier la voleva

scoperta o inventata[8], giudicata dal Cesarotti uno dei caratteri del

genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal Pindemonte, derisa dal

Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni particolari d'infiniti

romantici, molti dei quali dovettero invidiare al Foscolo la _magra

e melanconica persona_, di cui sembra che questi inorgoglisse, pure

conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva, «non mi lasciano che

di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino meco»[9]. E alla melanconia

s'accoppiava una vaghezza di sentimenti _patetici_ e di _patetiche_

viste, onde il poeta si congratulava con l'amica, perchè un ritratto di

lei, sebbene poco somigliante, pure serbava _tutto tutto il suo caro e

patetico atteggiamento_. Aggiungete poi un grande disprezzo per quella

_stupidità che si chiama saviezza_, un odio orgoglioso per ogni maniera

di volgo, un gesto da fulminato impenitente, una ostentazione di animo

imperterrito, e per soprammercato, i rimorsi di Didimo Chierico, e

poi ditemi, se in mezzo alle molte contraddizioni, e ai non pochi

vacillamenti, non vi pare di riconoscere nel Foscolo uno di quei _bei

tenebrosi_ di cui andò tanto superba l'arte romantica, e se non vi

fa pensare a qualcuno di quei personaggi misteriosi e fatali in cui

s'incarnò Giorgio Byron.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 6 / 72 题