Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo:
quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse
passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda:
la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali
l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere
che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia
stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto
un pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi
amorosi, da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui
l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o
che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse
meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione scema
l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda il
sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel _Werther_ è
assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo. Già il Foscolo
sentì la forza della censura, e nella _Notizia bibliografica_ cercò di
rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva, «quali
pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere simultaneamente
nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino spesso in
uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase, è fenomeno naturale
e può ammettere spiegazione; ma sì strano a ogni modo, che se fu
alcuna rara volta mostrato in una o due scene di qualche tragedia non
deve essere ripetuto per duecento e più facciate in un libro: e chi
disse che quelle lettere _hanno due anime_, le censurò con argutissima
verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre reca parecchi argomenti co'
quali s'ingegna di far vedere, non solo che le due passioni possono, a
un tempo stesso, capire nella stessa anima umana; ma, ancora, che nel
caso particolare dell'Ortis deriva dal concorso loro più d'un effetto
per cui l'azione rimane, in alcune sue parti, meglio giustificata e
chiarita. Della possibilità del concorso egli poteva recare in prova,
oltre che l'esempio di Giulio Cesare e l'autorità del Montaigne,
come fa, anche l'esempio suo proprio, dacchè nel tempo appunto in
cui attendeva a dar l'ultima forma al romanzo, egli, perduto dietro
alla Fagnani, scriveva l'_Orazione a Bonaparte pel Congresso di
Lione_[5]. Quanto poi al giovamento che l'azione del romanzo trae da
quel concorso, io veramente credo che avrebbe potuto essere di molto
maggiore se maggiore fosse stata, anche in questo caso, l'arte del
poeta; o che, almeno, avrebbe potuto essere molto minore il danno, se,
per esempio, il poeta avesse scritto il romanzo quando invece scriveva,
molto più maturo di anni e di animo, la _Notizia bibliografica_.
Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa che
non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente legate
nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella
narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la
condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle
sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra
piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato,
egli non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa
in isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di
ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato?
L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar luogo a
difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del padre.
Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che prima
condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda, se
diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa
non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di
assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col
marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna
Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose la
politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura le
due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi non
può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito corra
alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò
alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente
subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella,
l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua
rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a Teresa.
Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso,
e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel che si
voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore,
che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni.