I.

Molto fu scritto intorno alle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_, e da

molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili

solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa

e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono

la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive.

Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo amico

del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero e

pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a

fare il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni

e i propositi dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò

circa il suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì

che dell'indole de' personaggi, del procedimento dell'azione, della

moralità della favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed

acume non furono sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su

taluno de' suoi giudizii tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci

sarebbe a ridire su certi giudizii di critici posteriori, anche sommi.

Io non intendo già di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in

esame, e confrontarli e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto

e fastidioso; ma avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora

molte altre cose foscoliane, e il _Werther_ per giunta, ho pensato di

gittar sulla carta alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura,

dalle quali può darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o

correzione o compimento.

Fra i molti dubbii che le _Ultime lettere_ possono sollevare nell'animo

di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento, è

questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data la

condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando, è

cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la nostra

vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui in

esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca

a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per tanti rispetti

si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare cosa in tutto

verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che anzi sia

profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da sè, anche se

ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso ebbe a fare

sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che inutilmente esso

Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè Jacopo, sino dal tempo

della prima orditura del romanzo, avuto il suo prototipo in Werther[2].

Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con cui

principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa in

fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente

sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè

sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto

visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri

giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla

morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa

e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che abbia

mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili, che

tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera

di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda, infelice;

non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha un senso

doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale miseria,

della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e commossa

fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè cerca, nè

spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che patria,

gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo, quasi

con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza, gli

entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in tutto

diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera e

cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa di

non essere altro che _uno dei tanti figliuoli della terra_, ingombro

di _tutte le passioni e le miserie_ della sua specie. Non nega Dio;

ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla terra,

e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la morte

egli aspetta _tranquillamente_ quando la stima vicina; ma se gli appaja

ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un _coltello nel cuore_,

o che solo s'acqueta _dimenticandosi_ d'esser vivo.

Ora, così fatto giovane vede Teresa, _la divina fanciulla_, della

quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il

sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta

il tornarsene _a casa col cuore in festa_. Io non domando già se

sia possibile ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta

della natura dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando

se l'autore abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto

l'avvenimento in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza

suscitarvi dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia

che, secondo i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole

scontentamento, o provocano la critica precisa e consapevole. E a me,

se ho a dire il vero, pare che non abbia.

Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono

opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare a

primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in

lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso,

non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa di

vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo,

le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora

morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno

dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni.

Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato

e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere

per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli

è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione

non è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non

gliene rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei

fantasmi egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo

Plutarco; si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca;

e mette la compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo

spettacolo della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa

venerazione lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli

è così lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito

caduto d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di

sè _un demone che l'arde, lo agita, lo divora_. E il suo cuore non è un

cuor morto; anzi è un cuore che _non può soffrire un momento, un solo

momento di calma_, e che, _ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al

dolore_. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai

più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado

d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti debba

esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli non si

potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora.

Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate.

Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice e

ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro stato

contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore, nell'altro

sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione

che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e riceve

tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco e

di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di più, che

quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione particolare

dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto la patria e con

essa la occasion principale e il principal fine di ogni sua operosità.

Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza ch'è in

ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove ed

agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione di vivere,

l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire. Con la patria

ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato, o il suo

amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto entro più

angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora a guisa

d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e l'amore cresce in lui

prepotente e smodato.

Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato al

Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto

meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo stesso

noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo _è presentato tale

qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva, nelle sue

opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima sua_; e

gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare se diceva

in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta Fagnani: _Mi

sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis_; e quando

scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte le _Ultime

lettere_, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte le idee

di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione inverisimile

accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo scorgere tutte le

molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto sempre a mano

l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel personaggio e

del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente e intelligibile,

tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei leggitori.

Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma delle

cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza

chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla maniera

di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni

intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto rimane

come ingombro di nodi insoluti: la _motivazione_ è insufficiente; e

tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si può pretendere

che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per quanto si voglia

fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore. Appunto

perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto che la storia dell'amor

suo ritraesse un po' più particolarmente e un po' più fedelmente

il contrastare di quei due uomini che si affrontano in lui, e il

soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro. Tale

quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo dei due anzichè

d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in virtù appunto

dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato non

può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi ed a

contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo dell'_Ortis_ un

romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare una più diligente,

più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe forse potuto

supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte di Jacopo una

Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile; una Teresa

che non fosse una immagine dipinta, buona solo ad essere adorata in

silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa che, pur rimanendo

fermissima nel suo proposito di virtù, avesse saputo in qualche modo

farsi incontro al povero Jacopo, e mutare di tanto in tanto in un

dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui. Parlando con Teresa,

Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser proprio assai

cose le quali non riesce a scrivere all'amico Lorenzo. Ma il Foscolo

cadde ancor egli in questo errore di credere che per fare di una donna

un oggetto in tutto degno di ammirazione convenga farne una essenza

angelica, una idea, un'astrazione; per figurare la donna perfetta

cancellare la donna. Questo errore gli può essere perdonato facilmente;

ma non così facilmente gli può essere perdonata la opinione, da lui

mantenuta negli anni provetti, che questa impalpabile Teresa sia

creatura superiore alla Carlotta del _Werther_, per quanto alcune

osservazioni ch'egli viene facendo intorno a quella Carlotta possano

parere giuste e ingegnose[3]. E la astrattezza essendo carattere, non

della sola Teresa, ma di tutti più o meno, i personaggi del romanzo,

i quali (notava il De Sanctis) _appariscono sulla scena come i primi

schizzi su di un cartone, disegni appena sbozzati e rimasti in idea_,

si vede come sempre più venisse tolto a Jacopo il modo e l'opportunità

di esplicare e chiarire tutta quella parte di sua vita interiore che

noi a fatica possiamo andar congetturando e indovinando.

Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o altri

per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare che il

Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse

tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente

s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime qualità

d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai non mancarono

al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo fosse riuscito a

mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che vi manca, il suo

romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole giudizio, il

quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene non mi paja scevro di

qualche esagerazione.

Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo alla

fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata;

al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto come Catone,

o, come un personaggio di Alfieri, _cacciarsi un coltello nel cuore

per versare il sangue fra le ultime strida della patria_. Qui comincia

il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione». E

soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»; e che «la

tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica nata dalla tragedia»;

e che «una situazione così esaltata nel suo lirismo, non può troppo

protrarsi senza che la diventi monotona e sazievole»; e che «una

situazione così tesa fin dal principio potea dar materia ad un canto,

com'è la Saffo; non se ne potea cavare un romanzo, se non stirandola

e riempiendola di accessori fortuiti, non generati intrinsecamente

dal fatto»[4]. Chiunque abbia letto il romanzo senz'essere trascinato

egli stesso da un po' di quella passione che trascina il protagonista,

conoscerà che c'è molto del vero in queste parole, ma forse non

tutto il vero. Che da quella situazione, benchè tanto tesa sin da

principio, si potesse pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo

di accessorii fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel _Werther_

ci sia, come nota lo stesso De Sanctis, una _storia psicologica_

molto più abilmente svolta che non nell'_Ortis_, io concedo assai di

buon grado, nè parmi si possa negare; ma che nell'_Ortis_ non ci sia

punto storia psicologica, e che per contro vi stagni _la palude e

l'acqua morta_, non mi pare si possa asserir con ragione. Proponete

quella stessa stessissima situazione ad uno dei sottilissimi nostri,

e talvolta troppo sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà

cavarne una storia psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne

cavi troppa. Anche nell'_Amleto_ la situazione è tesissima sin da

principio, ed è sempre sostanzialmente la stessa dal primo all'ultimo

atto; eppure guardate che macchina di dramma seppe formarci sopra lo

Shakespeare. E quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero

ricordare opportunatamente! La colpa dunque fu assai più del Foscolo

che della situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più

romanzo e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto

quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine

nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni, e lui

trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito; ma ecco

che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea,

non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più rigogliosa

e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima umana. Che

avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida per indole

d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice che l'amore cominciò

a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad adescarla «in segreto di

care speranze», e a spargervi dentro alcun poco di refrigerio; e

che le due passioni, la politica e l'amorosa, sostennero «d'alcuna

speranza per diciotto mesi quel giovine disperato». Dunque, sia pure

per poco, la situazione è mutata. Dunque c'è materia a romanzo. Jacopo

stesso consiglia il suicidio all'uomo cui più non rimanga ragione di

vivere; ma come si potrà dire che manchi ragion di vivere all'uomo

innamorato, tanto che duri in lui qualche speranza dell'amor suo? «La

catastrofe», ci dice ancora il poeta, «non che volerla occultare, è

manifestata sin dalle prime pagine e dal titolo del volume», e ciò

è vero; ma non tanto vero che molti dubbi non possano nascere in noi

intorno a ciò che Jacopo sarà per fare: e ogni nuovo dubbio è come una

nuova via aperta all'azion del romanzo. Però mi pare che avesse qualche

ragione il Carrer quando diceva che nel _Werther_ «il caso è regolare»,

mentre «nell'_Ortis_ ha una grande individualità, ed ora si arresta e

fa mostra di dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un

attimo lunghissima via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione

Teresa, permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato

da Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della

vita sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci

su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e

gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia

il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po' a

fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli,

riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una

fanciulla dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore

ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in tal

caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la morale

col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza, trovandosi

_soli e senza alcun sospetto_, Jacopo e Teresa imitassero senza alcuna

meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio di Paolo e

di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa per andar

a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e lontano? Oppure

se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene la tentazione? O se,

colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse, oltre al rivale, anche

l'amata e il padre di lei e poi sè stesso?

Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche

sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè io

ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune di

esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima d'esser

giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che il cammino

dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente prescritto

come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza, sia nel romanzo

alquanta più storia psicologica ch'ei non disse.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 4 / 72 题