Il capo dell’anno gala in Corte.
Nè dalla sola Firenze, ma da tutte le città del granducato, baroni,
cavalieri e personaggi di grandissimo conto accorrevano per augurare a
Ferdinando II fausto l’anno incipiente, con una serie di altri
felicissimi, per la felicità dei sudditi felicissimi, e per la
prosperità degli Stati prosperosissimi. E Ferdinando II, che conosceva
come quei voti si dipartissero proprio dal cuore, è fama che per
tenerezza piangesse, e a rimanersi quanto più lungamente poteva _in hac
lacrymarum valle_ si rassegnasse.
Fatti, ed accettati gli auspicii, andavano a messa, ove il concerto dei
più valorosi suonatori e cantanti, che in cotesto tempo fiorissero,
apriva agli assistenti le gioie del Paradiso.
Quindi di nuovo colloquii e favellii nelle sale granducali: finalmente,
come era per noi avvertito di sopra, un desinare magnifico.
Baroni e cavalieri quanto meglio potevano s’ingegnavano comparire in
Corte con vesti oltre ogni credere sfarzose; conciossiachè, sebbene i
tempi quel lusso smodato consentissero, il principe ancora lo promuoveva
pensando sovvenire in qualche maniera le industrie cittadine.
Iacopo Salviati, di persona egregiamente formato, di sembianza
piacevole, di ogni bene di fortuna largamente provvisto, onoratissimo in
Corte, per eccellenza di gusto celebrato e come modello additato,
pensate un poco se in quella assemblea del fiore della nobiltà volesse
rimanere agli altri inferiore, e a se stesso!
Appena aperti gli occhi, temendo avere tardato, si precipita giù dal
letto suonando a furia pei servi.
E questi accorrono vestiti a festa tutti giulivi, esclamando in coro:
“Illustrissimo signor duca, buon capo di anno.”
“Grazie! e a voi pure altrettanto. — Maggiordomo, questo anno darete
mancia doppia a tutti. — Mi sento felice!”
“Viva il magnifico messer Iacopo.”
“Basta: andate; mantenetevi buoni e leali come foste fin qui. —
Valentino, adesso a noi: tu mi devi far bello stamani... io vo’ oscurare
tutti in Corte. — Vediamo! — I maestri hanno riportato le robe?”
“Illustrissimo sì. Ecco: il piumaio le ha recato il cappello...”
“Bene. — Abbassa un poco la piuma, e fa di mettervi in mezzo la mia
bella rosetta di brillanti. — Il doratore?”
“Anch’egli ha mandato gli usatti.”
“Questi usatti di cuoio dorato a mordente devono fare bellissima figura,
in ispecie poi con questi speroni di oro brunito.”
“Il gioielliere dice avere vegliato tutta la notte per fornire la veste,
e le si raccomanda pei garzoni: — veda un po’ se abbia incontrato il suo
genio.”
E gli spiegava la veste davanti. — Chi mai potrebbe ai giorni nostri
immaginare la sterminata ricchezza di cotesta veste? Ella era composta
di broccato di oro, ricamata in rilievo a fiori, e in mezzo ad ogni
fiore l’artefice industre aveva collocato una perla; intorno al
collarino e alla estremità delle maniche ricorrevano due fila di
diamanti; in petto, composta di brillanti e di rubini, appariva la croce
di Santo Stefano papa e martire. — Insomma e’ bisognava abbassare gli
occhi dinanzi a tanto splendore.
“Bellissima!” quasi tolto fuori di sè dall’allegrezza esclamava il
cavaliere: “darai ai garzoni quattro ducati perchè se li godano per
amore mio. — Lo speziale ha egli mandato l’acqua nanfa, e l’unguento di
ambra grigia?”[23]
“Illustrissimo sì, ed ha mandato ancora i guanti profumati di
bucchero...”
“Porgi qua, Valentino. — Sentiamo! — Poteva essere più forte questo
bucchero, ma passerà.”[24]
Mesciuta larga copia di acqua nanfa, il duca più e più volte se ne
asperse le membra. Terminato il lavacro, ed asciugatosi diligentemente
con finissimi ed odorosi pannolini, si pose a sedere chiamando:
“Valentino, adesso sta a te: acconciami i capelli...”
Correva in quei tempi lo strano costume di portare voluminose parrucche
con i ricci pendenti, di cui due lembi a modo di stola pendevano lungo
il petto, ed un altro a suo bell’agio folleggiava dietro le spalle. Il
duca Salviati bene assentiva al costume, senonchè ornato di copiosa
capelliera repugnava deturparsi sotto una immane parrucca composta di
capelli di morto; portava pertanto i bellissimi suoi, ed era in lui
mirabile pregio quello che in altri compariva schifosa sconcezza.
Il valletto col pettine di avorio, col calamistro scaldato scompartiva e
arricciava i capelli, ma tanto grande agitava la impazienza il Salviati,
che ad ogni tratto movendosi faceva sì che il valletto ora gli toccasse
col calamistro la pelle, ora col pettine gliela graffiasse. — Certo non
era sua la colpa; ma il valletto, come colui che da lungo tempo era uso
a servire, sapeva i padroni non avere mai torto; ond’è che ogni
qualvolta il duca co’ suoi moti lo impediva, dicesse:
“Domando umilmente perdono...”
E il duca, per quel giorno di sangue dolcissimo, o si mordeva il labbro,
o percuoteva del piede la terra, ma senza ira ammoniva:
“Un’altra volta badaci: — non è nulla, fa presto.”
“Illustrissimo signor duca, madonna la duchessa le augura buon capo di
anno, e le manda il canestro delle biancherie.”
“A tempo veniste; — le direte da parte mia, che gran mercè; — e ci
rivedremo a Corte.”
Il valletto s’inchina, e depone sopra una tavola il canestro.
Nobile arnese di casa Salviata, e per giudicio degl’intendenti
universale attribuito al Cellino, era quel canestro, composto di filo di
argento, lavorato sottilmente a trafori, con bei mascheroncini e cascate
di frutti, fiori e nicchi di mare con singolare vaghezza intrecciati a
nastri, fronde e spighe, che facevano maraviglia a vedersi, tanto bene
imitavano il vero.
Le biancherie poi formavano principalissima parte del vestire di allora.
Oltre alla camicia di rara finezza, usavano portare collari immensi, e
manichetti di trina. Non si crederebbero gli enormi prezzi coi quali
questi fragili lavori si acquistavano, e per altra parte (ove i pittori,
in specie fiamminghi, co’ pennelli loro non ce ne avessero conservata
memoria) non si crederebbero gli eletti magisteri co’ quali venivano
stupendamente condotti. Le Fiandre in siffatto commercio inestimabile
quantità di moneta adunavano, e sebbene fino da quei tempi altri popoli
avessero incominciato ad attendere a simili industrie, pure nè allora nè
poi, i Fiamminghi furono mai da nessuno superati.
Però le tele e le trine dalla duchessa inviate al nobile consorte non
venivano di Fiandra, sibbene di Svizzera. — L’eminentissimo cardinale
Odoardo Cybo essendo Nunzio Apostolico presso la Repubblica Elvetica, fu
presentato di un magnifico camice di tela; ma il buon prelato, schivo di
cose mondane, ne aveva fatto dono alla duchessa Veronica sua sorella, e
questa ad ogni costo volle che ridotto in collari e in manichetti
adornasse il dilettissimo consorte.
Ed è anche bene avvertire, come le donne in quei tempi, quantunque di
alto lignaggio, non aborrissero prendere cura delle biancherie; sicchè
quello di mandare il canestro al marito co’ panni da festa non era
costume particolare alla principessa Veronica, sibbene generale comune a
tutte le madri di famiglia.
Il signore Iacopo nel guardare quelle biancherie, che giorni più lieti
del suo amore per la duchessa gli rammentavano, e forse anche dei suoi
falli lo riprendevano, non potè fare a meno di esclamare sospirando:
“Povera Veronica! Eppure mi ama... anch’ella...”
“Illustrissimo, è lesto.”
“Vediamo! — Tirami innanzi questo riccio; — così; — bene. Raccogli
questi capelli dietro l’orecchio. — Adesso con garbo tienmi fermi i
capelli, che non mi si arruffino mentre passo la camicia.”
Sempre tenendo gli occhi fissi nello specchio, il duca allunga la mano
al canestro, ove con diligenza remossi i primi e più sottili pannilini,
la insinua per trovare la camicia: mentre si adopra in simile ricerca,
ecco gli s’impigliano le dita in certa materia molle, che sembra al
tatto seta greggia: maravigliando si volge, e vede appunto una ciocca di
fili finissimi e biondi, come di seta.
Una stretta di ferro gli comprime il cuore: libera impetuoso la testa
dalle mani del servo, per modo che l’acconciatura laboriosa dei capelli
va in un istante perduta; si curva palpitante, da un lato getta e
dall’altro i vari capi della biancheria, e gli si presenta in fondo del
canestro...
Ohimè! La testa recisa di Caterina...
* * * * *
Dopo nove ore di terribili convulsioni Iacopo Salviati aperse gli occhi,
gli girò immemore attorno, e vide i servi costernati affaticarsi a
tenerlo fermo nel letto. — Richiuse gli occhi, corrugò forte la fronte
per raccogliere le idee, e al rammentarsi dell’atrocissimo caso, balza
di un gran salto sopra la spada, e gittatone via il fodero irrompe
tempestando nelle stanze della duchessa.
Madonna Veronica, scortata da otto bravi e da Margutte, si era posta in
salvo riparandosi a Massa presso suo padre, l’illustrissimo[25] signore
Carlo I.
_La città e la corte_ rimasero lungamente atterrite non solo pel
delitto, che pure era in sè atroce, quanto per le circostanze di cui
aveva saputo circondarlo la immanissima donna.
La tela di ragno della Giustizia prese mosche. — Di tanti colpevoli, ad
uno solo le riuscì mettere le mani addosso, e fu Bartolommeo Canacci,
trovato il giorno di capo d’anno giacente sopra il tronco infelice della
matrigna Caterina. Vinto da immenso spavento alla sola vista degli
strumenti della tortura, rivelò subito tutti i più secreti particolari
del delitto, esponendosi in questo modo per amore delle braccia a
certissimo pericolo di perdere la testa. E di vero, poco dopo su la
porta del Bargello lo decapitarono. Quando il carnefice, afferrata pei
capelli la infame testa, la mostrò alla plebe, questa la salutò con
urli, fischi, e con avventarle contra di ogni maniera immondezze.
Il signore Iacopo prese a viaggiare per lontani paesi; ricercò straniere
nazioni: ma la lama tagliava il fodero: egli portava la morte
nell’anima. La natura, gli uomini, gli vennero in fastidio, e se stesso;
alla fine si ridusse a morire a casa. Quando scese di carrozza, i suoi
più familiari amici e servitori durarono pena a riconoscere in uno
scheletro livido, piegato a mezzo, con gli occhi pesti, male su le gambe
reggentesi, quel così splendido cavaliere Salviati, orgoglio ed amore
della Corte Toscana.
Quotidiane e compassionevoli supplicazioni della duchessa; istanze
caldissime del principe Carlo, dei cardinali Alderano e Odoardo, di
Ricciarda Gonzaga, di Maria dei Pichi della Mirandola, e degli altri
fratelli e sorelle di lei; le mediazioni di principi italiani, e per
fino l’autorità del Sommo Pontefice Innocenzio XI, non valsero a
rimuovere il duca dal fiero proponimento di non mai più rivedere, nè
perdonare la moglie. — Di lì a poco scese pieno di amarezza nel sepolcro
dei suoi padri.
* * * * *
Cinquantaquattro anni dopo il triste caso da noi raccontato, una femmina
decrepita, vestita a lutto, col volto intieramente nascosto entro un
cappuccio di seta nera, appoggiandosi sul braccio di un uomo del pari
vestito di nero, ugualmente estenuato dagli anni, appena la campana
annunziava l’_Ave Maria_ del giorno si recava a stento nella chiesa di
San Francesco della città di Massa, e quivi prostratasi davanti l’altare
maggiore dimorava fino all’ora dell’_Angelus_. Tornava a vespero, nè
quinci si toglieva finchè l’Ostiario con molta reverenza le si
accostando non le annunziava che la chiesa stava per chiudersi.
Certo giorno non venne, — perchè nella sala del palazzo dei principi
Cybo il suo corpo diventato cadavere, sopra un letto magnifico era
esposto alla contemplazione dei popoli accorrenti.
I popoli l’ebbero in concetto di santa; la quale opinione sempre più si
confermò, quando videro consumato il marmo del pavimento dove da
cinquantaquattro anni soleva mettersi in ginocchioni a piangere il
commesso peccato, e si sparse la fama delle sue penitenze, e fu mostrato
un doloroso cilizio, che le poterono rimuovere dai fianchi soltanto il
giorno della sua morte.
Per la qual cosa, quando la sera con nobile e ricca accompagnatura di
chierci e di gentiluomini, con immensa quantità di lumi, fu trasportata
nelle tombe dei suoi maggiori nella cappella sotterranea dei principi
Cybo Malaspina, costruita nella chiesa di San Francesco dal marchese
Alberico Cybo, beato si teneva colui che giungesse a baciarle un lembo
delle vesti, o a toccarla con medaglie, brevi e corone.
Quando il coperchio di marmo fu calato sopra la sua arca funeraria, —
quando i canti si allontanarono e i lumi scomparvero, — il centenario
compagno della duchessa Veronica si mosse vacillando da un angolo del
sotterraneo, guardò con sospetto dintorno, e appoggiò quindi la fronte
di contro al marmo del monumento. Molte furono le ore in ch’egli stette
assorto da profonda meditazione: la campana dell’orologio battendo mezza
notte lo trasse da cotesto stato; si scosse, e levate piangendo ambe le
mani verso il cielo, esclamò:
“Anima di Veronica Cybo, se il vostro pentimento vi ha ottenuto grazia
di salire al cielo, pregate Dio, — oh! pregatelo che voglia perdonare
anche a me, che vi fui compagno nell’atroce misfatto.”
Cotesto uomo era Margutte.