XI.

Il capo dell’anno gala in Corte.

Nè dalla sola Firenze, ma da tutte le città del granducato, baroni,

cavalieri e personaggi di grandissimo conto accorrevano per augurare a

Ferdinando II fausto l’anno incipiente, con una serie di altri

felicissimi, per la felicità dei sudditi felicissimi, e per la

prosperità degli Stati prosperosissimi. E Ferdinando II, che conosceva

come quei voti si dipartissero proprio dal cuore, è fama che per

tenerezza piangesse, e a rimanersi quanto più lungamente poteva _in hac

lacrymarum valle_ si rassegnasse.

Fatti, ed accettati gli auspicii, andavano a messa, ove il concerto dei

più valorosi suonatori e cantanti, che in cotesto tempo fiorissero,

apriva agli assistenti le gioie del Paradiso.

Quindi di nuovo colloquii e favellii nelle sale granducali: finalmente,

come era per noi avvertito di sopra, un desinare magnifico.

Baroni e cavalieri quanto meglio potevano s’ingegnavano comparire in

Corte con vesti oltre ogni credere sfarzose; conciossiachè, sebbene i

tempi quel lusso smodato consentissero, il principe ancora lo promuoveva

pensando sovvenire in qualche maniera le industrie cittadine.

Iacopo Salviati, di persona egregiamente formato, di sembianza

piacevole, di ogni bene di fortuna largamente provvisto, onoratissimo in

Corte, per eccellenza di gusto celebrato e come modello additato,

pensate un poco se in quella assemblea del fiore della nobiltà volesse

rimanere agli altri inferiore, e a se stesso!

Appena aperti gli occhi, temendo avere tardato, si precipita giù dal

letto suonando a furia pei servi.

E questi accorrono vestiti a festa tutti giulivi, esclamando in coro:

“Illustrissimo signor duca, buon capo di anno.”

“Grazie! e a voi pure altrettanto. — Maggiordomo, questo anno darete

mancia doppia a tutti. — Mi sento felice!”

“Viva il magnifico messer Iacopo.”

“Basta: andate; mantenetevi buoni e leali come foste fin qui. —

Valentino, adesso a noi: tu mi devi far bello stamani... io vo’ oscurare

tutti in Corte. — Vediamo! — I maestri hanno riportato le robe?”

“Illustrissimo sì. Ecco: il piumaio le ha recato il cappello...”

“Bene. — Abbassa un poco la piuma, e fa di mettervi in mezzo la mia

bella rosetta di brillanti. — Il doratore?”

“Anch’egli ha mandato gli usatti.”

“Questi usatti di cuoio dorato a mordente devono fare bellissima figura,

in ispecie poi con questi speroni di oro brunito.”

“Il gioielliere dice avere vegliato tutta la notte per fornire la veste,

e le si raccomanda pei garzoni: — veda un po’ se abbia incontrato il suo

genio.”

E gli spiegava la veste davanti. — Chi mai potrebbe ai giorni nostri

immaginare la sterminata ricchezza di cotesta veste? Ella era composta

di broccato di oro, ricamata in rilievo a fiori, e in mezzo ad ogni

fiore l’artefice industre aveva collocato una perla; intorno al

collarino e alla estremità delle maniche ricorrevano due fila di

diamanti; in petto, composta di brillanti e di rubini, appariva la croce

di Santo Stefano papa e martire. — Insomma e’ bisognava abbassare gli

occhi dinanzi a tanto splendore.

“Bellissima!” quasi tolto fuori di sè dall’allegrezza esclamava il

cavaliere: “darai ai garzoni quattro ducati perchè se li godano per

amore mio. — Lo speziale ha egli mandato l’acqua nanfa, e l’unguento di

ambra grigia?”[23]

“Illustrissimo sì, ed ha mandato ancora i guanti profumati di

bucchero...”

“Porgi qua, Valentino. — Sentiamo! — Poteva essere più forte questo

bucchero, ma passerà.”[24]

Mesciuta larga copia di acqua nanfa, il duca più e più volte se ne

asperse le membra. Terminato il lavacro, ed asciugatosi diligentemente

con finissimi ed odorosi pannolini, si pose a sedere chiamando:

“Valentino, adesso sta a te: acconciami i capelli...”

Correva in quei tempi lo strano costume di portare voluminose parrucche

con i ricci pendenti, di cui due lembi a modo di stola pendevano lungo

il petto, ed un altro a suo bell’agio folleggiava dietro le spalle. Il

duca Salviati bene assentiva al costume, senonchè ornato di copiosa

capelliera repugnava deturparsi sotto una immane parrucca composta di

capelli di morto; portava pertanto i bellissimi suoi, ed era in lui

mirabile pregio quello che in altri compariva schifosa sconcezza.

Il valletto col pettine di avorio, col calamistro scaldato scompartiva e

arricciava i capelli, ma tanto grande agitava la impazienza il Salviati,

che ad ogni tratto movendosi faceva sì che il valletto ora gli toccasse

col calamistro la pelle, ora col pettine gliela graffiasse. — Certo non

era sua la colpa; ma il valletto, come colui che da lungo tempo era uso

a servire, sapeva i padroni non avere mai torto; ond’è che ogni

qualvolta il duca co’ suoi moti lo impediva, dicesse:

“Domando umilmente perdono...”

E il duca, per quel giorno di sangue dolcissimo, o si mordeva il labbro,

o percuoteva del piede la terra, ma senza ira ammoniva:

“Un’altra volta badaci: — non è nulla, fa presto.”

“Illustrissimo signor duca, madonna la duchessa le augura buon capo di

anno, e le manda il canestro delle biancherie.”

“A tempo veniste; — le direte da parte mia, che gran mercè; — e ci

rivedremo a Corte.”

Il valletto s’inchina, e depone sopra una tavola il canestro.

Nobile arnese di casa Salviata, e per giudicio degl’intendenti

universale attribuito al Cellino, era quel canestro, composto di filo di

argento, lavorato sottilmente a trafori, con bei mascheroncini e cascate

di frutti, fiori e nicchi di mare con singolare vaghezza intrecciati a

nastri, fronde e spighe, che facevano maraviglia a vedersi, tanto bene

imitavano il vero.

Le biancherie poi formavano principalissima parte del vestire di allora.

Oltre alla camicia di rara finezza, usavano portare collari immensi, e

manichetti di trina. Non si crederebbero gli enormi prezzi coi quali

questi fragili lavori si acquistavano, e per altra parte (ove i pittori,

in specie fiamminghi, co’ pennelli loro non ce ne avessero conservata

memoria) non si crederebbero gli eletti magisteri co’ quali venivano

stupendamente condotti. Le Fiandre in siffatto commercio inestimabile

quantità di moneta adunavano, e sebbene fino da quei tempi altri popoli

avessero incominciato ad attendere a simili industrie, pure nè allora nè

poi, i Fiamminghi furono mai da nessuno superati.

Però le tele e le trine dalla duchessa inviate al nobile consorte non

venivano di Fiandra, sibbene di Svizzera. — L’eminentissimo cardinale

Odoardo Cybo essendo Nunzio Apostolico presso la Repubblica Elvetica, fu

presentato di un magnifico camice di tela; ma il buon prelato, schivo di

cose mondane, ne aveva fatto dono alla duchessa Veronica sua sorella, e

questa ad ogni costo volle che ridotto in collari e in manichetti

adornasse il dilettissimo consorte.

Ed è anche bene avvertire, come le donne in quei tempi, quantunque di

alto lignaggio, non aborrissero prendere cura delle biancherie; sicchè

quello di mandare il canestro al marito co’ panni da festa non era

costume particolare alla principessa Veronica, sibbene generale comune a

tutte le madri di famiglia.

Il signore Iacopo nel guardare quelle biancherie, che giorni più lieti

del suo amore per la duchessa gli rammentavano, e forse anche dei suoi

falli lo riprendevano, non potè fare a meno di esclamare sospirando:

“Povera Veronica! Eppure mi ama... anch’ella...”

“Illustrissimo, è lesto.”

“Vediamo! — Tirami innanzi questo riccio; — così; — bene. Raccogli

questi capelli dietro l’orecchio. — Adesso con garbo tienmi fermi i

capelli, che non mi si arruffino mentre passo la camicia.”

Sempre tenendo gli occhi fissi nello specchio, il duca allunga la mano

al canestro, ove con diligenza remossi i primi e più sottili pannilini,

la insinua per trovare la camicia: mentre si adopra in simile ricerca,

ecco gli s’impigliano le dita in certa materia molle, che sembra al

tatto seta greggia: maravigliando si volge, e vede appunto una ciocca di

fili finissimi e biondi, come di seta.

Una stretta di ferro gli comprime il cuore: libera impetuoso la testa

dalle mani del servo, per modo che l’acconciatura laboriosa dei capelli

va in un istante perduta; si curva palpitante, da un lato getta e

dall’altro i vari capi della biancheria, e gli si presenta in fondo del

canestro...

Ohimè! La testa recisa di Caterina...

* * * * *

Dopo nove ore di terribili convulsioni Iacopo Salviati aperse gli occhi,

gli girò immemore attorno, e vide i servi costernati affaticarsi a

tenerlo fermo nel letto. — Richiuse gli occhi, corrugò forte la fronte

per raccogliere le idee, e al rammentarsi dell’atrocissimo caso, balza

di un gran salto sopra la spada, e gittatone via il fodero irrompe

tempestando nelle stanze della duchessa.

Madonna Veronica, scortata da otto bravi e da Margutte, si era posta in

salvo riparandosi a Massa presso suo padre, l’illustrissimo[25] signore

Carlo I.

_La città e la corte_ rimasero lungamente atterrite non solo pel

delitto, che pure era in sè atroce, quanto per le circostanze di cui

aveva saputo circondarlo la immanissima donna.

La tela di ragno della Giustizia prese mosche. — Di tanti colpevoli, ad

uno solo le riuscì mettere le mani addosso, e fu Bartolommeo Canacci,

trovato il giorno di capo d’anno giacente sopra il tronco infelice della

matrigna Caterina. Vinto da immenso spavento alla sola vista degli

strumenti della tortura, rivelò subito tutti i più secreti particolari

del delitto, esponendosi in questo modo per amore delle braccia a

certissimo pericolo di perdere la testa. E di vero, poco dopo su la

porta del Bargello lo decapitarono. Quando il carnefice, afferrata pei

capelli la infame testa, la mostrò alla plebe, questa la salutò con

urli, fischi, e con avventarle contra di ogni maniera immondezze.

Il signore Iacopo prese a viaggiare per lontani paesi; ricercò straniere

nazioni: ma la lama tagliava il fodero: egli portava la morte

nell’anima. La natura, gli uomini, gli vennero in fastidio, e se stesso;

alla fine si ridusse a morire a casa. Quando scese di carrozza, i suoi

più familiari amici e servitori durarono pena a riconoscere in uno

scheletro livido, piegato a mezzo, con gli occhi pesti, male su le gambe

reggentesi, quel così splendido cavaliere Salviati, orgoglio ed amore

della Corte Toscana.

Quotidiane e compassionevoli supplicazioni della duchessa; istanze

caldissime del principe Carlo, dei cardinali Alderano e Odoardo, di

Ricciarda Gonzaga, di Maria dei Pichi della Mirandola, e degli altri

fratelli e sorelle di lei; le mediazioni di principi italiani, e per

fino l’autorità del Sommo Pontefice Innocenzio XI, non valsero a

rimuovere il duca dal fiero proponimento di non mai più rivedere, nè

perdonare la moglie. — Di lì a poco scese pieno di amarezza nel sepolcro

dei suoi padri.

* * * * *

Cinquantaquattro anni dopo il triste caso da noi raccontato, una femmina

decrepita, vestita a lutto, col volto intieramente nascosto entro un

cappuccio di seta nera, appoggiandosi sul braccio di un uomo del pari

vestito di nero, ugualmente estenuato dagli anni, appena la campana

annunziava l’_Ave Maria_ del giorno si recava a stento nella chiesa di

San Francesco della città di Massa, e quivi prostratasi davanti l’altare

maggiore dimorava fino all’ora dell’_Angelus_. Tornava a vespero, nè

quinci si toglieva finchè l’Ostiario con molta reverenza le si

accostando non le annunziava che la chiesa stava per chiudersi.

Certo giorno non venne, — perchè nella sala del palazzo dei principi

Cybo il suo corpo diventato cadavere, sopra un letto magnifico era

esposto alla contemplazione dei popoli accorrenti.

I popoli l’ebbero in concetto di santa; la quale opinione sempre più si

confermò, quando videro consumato il marmo del pavimento dove da

cinquantaquattro anni soleva mettersi in ginocchioni a piangere il

commesso peccato, e si sparse la fama delle sue penitenze, e fu mostrato

un doloroso cilizio, che le poterono rimuovere dai fianchi soltanto il

giorno della sua morte.

Per la qual cosa, quando la sera con nobile e ricca accompagnatura di

chierci e di gentiluomini, con immensa quantità di lumi, fu trasportata

nelle tombe dei suoi maggiori nella cappella sotterranea dei principi

Cybo Malaspina, costruita nella chiesa di San Francesco dal marchese

Alberico Cybo, beato si teneva colui che giungesse a baciarle un lembo

delle vesti, o a toccarla con medaglie, brevi e corone.

Quando il coperchio di marmo fu calato sopra la sua arca funeraria, —

quando i canti si allontanarono e i lumi scomparvero, — il centenario

compagno della duchessa Veronica si mosse vacillando da un angolo del

sotterraneo, guardò con sospetto dintorno, e appoggiò quindi la fronte

di contro al marmo del monumento. Molte furono le ore in ch’egli stette

assorto da profonda meditazione: la campana dell’orologio battendo mezza

notte lo trasse da cotesto stato; si scosse, e levate piangendo ambe le

mani verso il cielo, esclamò:

“Anima di Veronica Cybo, se il vostro pentimento vi ha ottenuto grazia

di salire al cielo, pregate Dio, — oh! pregatelo che voglia perdonare

anche a me, che vi fui compagno nell’atroce misfatto.”

Cotesto uomo era Margutte.

Veronica Cybo · 第 20 / 24 题