APPENDICE.

Questo atrocissimo fatto, con pienezza di particolari che nulla lasciano

a desiderare, ho trovato scritto nella Cronaca delle Cose Fiorentine

pubblicata per opera dell’egregio signore conte Carlo Morbio,

diligentissimo ricercatore di Memorie patrie. Io lo referisco qui in

Appendice perchè si conosca che perfino la gravidanza della infelice

Caterina non fu immaginata, ma pur troppo vera. È certo che in varie

circostanze il mio Racconto differisce dalla Cronaca del conte Morbio;

ma io leggendo e confrontando varie carte ho tolto quello che mi parve

più verosimile.

«Fu non ha molto in Firenze un gentiluomo della famiglia Canacci, detto

Giustino, di sì poco senno, che quantunque della sua moglie già morta

gli fussero restati due figliuoli grandi, e che egli si trovasse d’età

di circa settant’anni, si risolse non di meno di passare alle seconde

nozze, accompagnandosi con una giovanetta, benchè inferiore alla di lui

condizione (essendo ella nata d’un tintore che teneva la sua origine da

uno de’ castelli del Casentino), dotata però di non ordinarie bellezze,

la quale aveva nome Caterina. L’età del marito, le tenui entrate d’esso,

e le altre sue odiose qualità, essendo egli uno dei brutti, svenevoli e

men puliti uomini che fussero all’ora in Firenze, diedero animo a molti

di vagheggiarla, onde non mancorno instigatori, nè sollecitatori alla

Caterina, la quale, ancorchè palesemente menasse una vita assai modesta,

dopo non molto tempo cedendo agli assalti, condiscese a compiacere

alcuno dell’amor suo. Tra quelli che segretamente s’internavano nella

sua grazia et amicizia furono due giovani Fiorentini che ancor vivono,

cioè Lorenzo di Iacopo Serselli, e Vincenzio di Matteo Carlini, il quale

con l’età mutato abito e costumi si ritrova al presente spedalingo et

amministratore dello spedale di Bonifazio di Firenze. Erano questi due

giovani assai familiari del sig. Iacopo Salviati, duca di San Giuliano,

il primo personaggio (trattone il principe del sangue e della casa

serenissima de’ Medici) che per chiarezza di sangue, per ricchezza, e

per altre sue riguardevoli qualità fusse allora, o sia ancora nella

nostra città, e tale in somma, che pochi anni prima s’era congiunto in

matrimonio con donna Veronica, legittima figliuola di don Carlo Cybo,

principe di Massa di Carrara. Era questa signora dotata di mediocre

bellezza, et oltre a ciò cotanto altera e superba, che, o per natural

ritrosia, o per altra cagione, non voleva coricarsi con il marito, o sì

vero a suo talento, e quando a lei piaceva, e, come noi usiamo di dire,

a punti di luna. Questo strano modo necessitò il sig. duca, ancora assai

giovane, a procacciarsi talora qualche piacere amoroso fuori di casa; al

che veniva bene spesso aiutato dal capitano Cosimo de’ Pazzi, detto per

sopranome il _semplice_, e da alcun altro suo famigliare, che di quando

in quando segretamente s’introducevano nel suo palazzo, e gli

conducevano alcuna femmina con cui egli si sollazzava; ma in ultimo,

ammesso dalli sopradetti due giovani suoi famigliari alla pratica della

Caterina, bene spesso si ritrovava con lei, servendosi (per non dar

sospetto alla moglie) di pretesto e di scusa, per albergare fuori di

casa, di frequentare una delle compagnie notturne, che in Firenze

comunemente son dette _buche_, intitolata in Sant’Antonio, che s’aduna

in Pinti; dalla quale bene spesso uscendo a qualche ora di notte, se

n’andava a casa della Caterina, che molto non era lontana, cioè in via

de’ Pilastri vicino alla piazza di Sant’Ambrogio, a mano destra, andando

verso la detta piazza.

»Ma non potè egli continuar questa pratica, quantunque cautamente e con

segretezza si governasse, che la duchessa (che tra l’altre sue virtù

haveva anco in superlativo grado quella della gelosia) non ne venisse in

cognizione, e non se ne tenesse gravemente offesa. È fama (il che io non

ardisco affermare per vero), che entrando una mattina la duchessa in San

Pietro Maggiore ove per avventura si ritrovava ancora la Caterina, da

lei di vista molto ben conosciuta, quasi paresse semplicemente et a

caso, postasele con destrezza a canto, le accennasse in poche, ma

pesanti parole, che non ardisse mai più di dar pratica al duca suo

marito, minacciandola, se seguitasse, di fiera vendetta; a cui

rispondendo la Caterina forse con più baldanza et ardire di quello

comportava la sua condizione, accese vie più lo sdegno di quella

signora, accelerando per questa via la sua sovrastante rovina. Onde

ingolfandosi più che mai il duca nell’amorosa pratica di costei, e

dispostasi la duchessa di troncargliene il filo, è fama che da principio

tentasse di farla avvelenare; ma ciò non riuscitole, e volendo pure del

torto che le pareva di avere farne una segnalata vendetta, venne ad

eseguirla con tanta crudeltà e barbarie, che ben veramente potrei dire

essere stata fatta alla genovese; et il modo fu questo. Procurò ella

(per quanto in quel tempo si disse, e pare verisimile), per mezzo di

qualche suo confidente et intimo servitore, d’avere a se segretamente

Bartolomeo e Francesco fratelli, e figliuoli di Giustino Canacci,

giovani di 24 in 25 anni, i quali se non abitavano, almeno frequentavano

assai la casa della matrigna; con i quali avendo lungo discorso, è

verisimile che rappresentasse loro la licenziosa vita di essa, e

l’ignominia che perciò faceva a loro et alla posterità, et insieme

l’obbligo che havevano come persone ben nate di liberarsene, e levarsi

costei dinanzi, promettendo loro, quando si risolvessero, a dar loro

ogni assistenza nell’esecuzione, et assicurandoli ancora d’una gagliarda

protezione, con la quale li haverebbe tratti d’ogni pericolo in cui per

tal impresa fussero potuti incorrere. E perchè erano poveri giovani,

promise loro un continuo sovvenimento ne’ loro bisogni.

»Non è ben certo, appresso di me, se questo discorso della duchessa

fusse fatto ad ambedue i giovani, o solamente a Bartolomeo ch’era il

maggiore, e che, come mostro l’esito della cosa, si ritrovò presente a

quanto di poi successe, e rigorosamente pagonne il fio; ma comunque

s’andasse il fatto del discorso, o ad ambedue o ad un solo, egli è pur

verisimile, e si credette, e si disse pur anco in quel tempo, che sul

principio tal proposta parve loro molto strana, e che tentassero con

destrezza di liberarsene; ma che replicate più volte l’istanze, e

l’offerte accompagnate su l’ultimo (secondo si disse) dalle minacce,

condescese almeno Bartolomeo a dar mano, o almeno ad esser mezzano et

instrumento che in casa della matrigna fossero introdotte quelle persone

che alla duchessa piaceva per effettuare in apparenza la loro, ma in

sostanza la di lei vendetta. È stato concetto d’alcuno, che uno dei

principali motivi che disponesse Bartolomeo Canacci a cooperare alla

morte della matrigna, fosse la repulsa havuta da lei, ricercata

dell’amor suo; il che sì come per altri esempj e casi seguiti et

accaduti assolutamente non niego, ma in parte dubito non possa anco

essere, perchè non pare verisimile che, passati tra di loro questi

disgusti, fosse il detto Bartolomeo di poi ammesso con tanta facilità a

praticar la casa della matrigna, e se ne sarebbe in quel tempo favellato

lungamente, il che non mi sovviene che seguisse; ma comunque s’andasse

il fatto, fermato con Bartolomeo e Francesco questo punto, fece la

duchessa segretamente venire da Massa tre o quattro assassini, o sicarj

come chiamare si vogliono, il che per mezzo del principe suo padre o di

alcuno de’ suoi fratelli fu a lei molto ben facile, i quali condotti

alla spicciolata, per non essere osservati nè dar sospetto, furno da lei

fatti trattenere tanto che si maturasse il tempo, e si aprisse la

congiuntura d’effettuare il suo fiero proponimento, al quale fu data

esecuzione la notte del 31 dicembre 1638, se non m’inganna la memoria,

secondo che si disse, in questo modo. Intorno alle ore tre di notte,

Bartolomeo Canacci, et i sicarj addietro scritti, picchiò l’uscio della

casa della madrigna, e gli altri se ne stavono in disparte dall’altra

banda della strada per non essere osservati, aiutati e favoriti

dall’oscurità della notte. Così Bartolomeo picchiato alla porta della

casa, gli fu risposto da una fanciulla dalla finestra; e domandato chi

era, e rispondendo egli “amici,” e riconosciuto alla voce, gli fu subito

tirata la corda; onde aperta la porta, et entrato dentro, e dietro a lui

quei manigoldi, salirno con tanta furia le scale, che Lorenzo Serselli e

Vincenzo Carlini, (che allora erono ivi a trattenersi con la Caterina, e

che dallo strepito, dubitando alcuno d’alcuna cosa, s’erono già levati

in piedi) furno a pena a tempo quando quella gente con arme nuda alla

mano cominciorno a comparire su la scala, e fuggendosene su per un’altra

scala per la quale si saliva alla parte superiore della casa, come ben

pratichi scapparsene su per le tetta, per entrare in altra casa

contigua, e così dall’imminente pericolo salvare la propria vita.

»Fu la povera Caterina da quelli spietati et esecrandi ministri della

barbara crudeltà della duchessa miseramente trucidata, insieme con la

sua fante, forse perchè ella non potesse dar notizia del fatto e

palesare gli esecutori; togliendo in un medesimo tempo la vita a lei et

ad un’innocente creatura, che poco prima haveva nelle sue viscere

concepita la Caterina, essendo ella quando gli fu tolta la vita gravida

di tre mesi; dopo di che, squartati i corpi delle misere donne, in pezzi

furno tacitamente cavati di quella casa, e con l’aiuto d’una carrozza,

che su il fatto o poco dopo si fermò avanti alla porta di quella, furono

portati via, e parte gettati in un pozzo che ancora si vede all’entrare

di via Pentolini, dove ella fa cantonata su la piazza di Sant’Ambrogio,

e parte in Arno, dove il giorno appresso furno trovati e riconosciuti,

eccetto però la testa dell’infelice Caterina, che da alcuno di quelli

esecrandi carnefici fu portata alla duchessa per accertarla

dell’esecuzione, o pure per essergli stato così ordinato da lei, per dar

compimento a questa tragedia, nel modo che appresso si sentirà. Furno

questi particolari in parte veduti dal Carlini e dal Serselli, i quali

prestamente usciti di casa, nella quale per lo scampo s’erono

ricoverati, picchiando ad un’altra casa quasi di rimpetto a quella di

Caterina (dove abitava una famosa ruffiana loro conoscente, che ancor

vive, benchè in età assai grave, e chiamasi la zia Nannina, zia della

Margherita, della Brenca, e della Bettina, tre delle più celebri

cortigiane de’ nostri tempi, dette le _cicce_), fu loro tostamente

aperto, onde saliti in sala poterno da una finestra socchiusa,

senz’esser veduti, vedere e sentire buona parte de’ casi da me addietro

descritti, per mezzo de’ quali s’è poi avuta piena notizia. Era solita

la duchessa di mandare la domenica mattina et altri giorni festivi in

camera del suo marito, per una sua damigella, entro un bacile d’argento

i collari et i manichini con altre cose simili, che egli costumava di

mutare e rinnuovare in quei giorni; ma in quello, che fu il primo

gennaio, solenne tra i cristiani, per celebrarsi la memoria della

circoncisione del nostro Signore Gesù Cristo, e per essere secondo il

rito di santa Chiesa romana primo dell’anno, fu il presente molto

diverso; perchè la signora duchessa, presa la testa della povera

Caterina, che, così morta, conservava gran parte di quella bellezza

ch’era stala cagione della sua morte, e postala nel bacile, e copertala

con un drappo usato, fu dalla solita damigella (non consapevole di

quello che le sue mani portavano) mandata in camera del duca, e posta

nel solito luogo. Levatosi egli dal letto, et alzato il drappo per

adornarsi de’ consueti abbigliamenti, pensi qui ciascuno qual orrore

l’arrecasse la novità di quello spettacolo, all’inaspettata e miserabil

vista di quell’oggetto tanto da lui teneramente amato! quali fussero le

doglianze, l’esclamazioni, i lamenti mandati fino al cielo, e quale in

somma il dolore, l’angoscia, e le lagrime che sopra l’amata testa della

sua adorata donna egli sparse, il che non è mio pensiero descrivere,

potendo molto meglio ciascuno da per se immaginarlo, che niuno con la

lingua o con la penna descriverlo. E molto ben consapevole del fine che

in quell’azione potesse havere avuto la moglie, acciò ella nol

conseguisse, s’alienò talmente dall’amore di quella, che per lungo tempo

non volse trovarsi ov’ella fusse; e quando ell’era in Firenze (che di

rado è seguito) se n’andava in una delle ville, o a Roma, dove ha la

maggior parte de’ suoi beni; e quando ell’andava in alcuno de’ predetti

luoghi, se ne tornava a Firenze; onde è fama, o almeno opinione

d’alcuno, che mai dopo tal fatto egli sia stato con essa, o carnalmente

seco giaciutosi; nè osta a questa opinione la figliuolanza del duca,

poichè i figliuoli che di presente si ritrova gli haveva tutti

acquistati avanti la morte della Caterina.

»Ma tornando al racconto della nostra lagrimevole istoria, venuta il

giorno appresso la giustizia in cognizione di tal eccesso, e ritrovati e

riconosciuti i corpi delle misere donne, furno prontamente carcerati

Giustino Canacci, Bartolomeo e Francesco suoi figliuoli, et un altro suo

fratello di cui non mi sovviene il nome; e quando seguì il fatto era in

una villa con la sua moglie, una figliuola fanciulla, un’altra maritata

ad un Luigi Tedaldi, et il detto Luigi suo marito. Contro quelli

scellerati che havevano manipolata così atroce scelleratezza, o perchè

la Corte non avesse così presto notizia di quelle persone, o pure perchè

ben presto si salvassero fuori dello Stato, o per qualunque altro

accidente, non si seppe che fusse fatta alcuna inquisizione; nè meno

contro a chi haveva dato loro ordine, essendo pur troppo vero quello che

si dice comunemente, che ai poveri tocca a mantener la giustizia, e che

le leggi sono quelle tele di ragni che pigliano le mosche e gli altri

piccoli animaluzzi, e dagli altri maggiori son lacerate e rotte. Dunque

i suddetti carcerati, cioè Giustino, le figliuole, il genero, et il

figliuol maggiore, e la sua moglie, chi prima e chi poi, furno, dopo

qualche tempo, come non colpevoli liberati, ma Bartolomeo e Francesco

ritenuti, e rigorosamente torturati; de’ quali Francesco, o perchè

veramente fusse innocente, e non si fusse trovato a tal fatto, o pure

perchè dotato di più prudenza e di miglior fortuna, come si disse, non

confessò mai, ei fu non molto tempo dopo ancor egli liberato; ma

Bartolomeo havendo, secondo fu fama o vera o falsa che egli fusse,

intervenuto a tanto eccesso, fu, a dì 27 novembre di detto anno,

decapitato su la porta del Bargello la mattina assai di buon’ora, et il

cadavere suo, dopo essere stato buona pezza del giorno esposto alla

pubblica vista, fu alla sera al tardi sepolto nella sepoltura de’ suoi

antenati, posta dentro all’antica porta principale della chiesa di San

Biagio.

»Poco applauso ebbe questa esecuzione della giustizia, restando molto

scandalizzati gli uomini da bene che fusse punito di pena capitale il

meno colpevole, il quale, come addietro si disse, era stato tirato per i

capelli in quell’intrigo, et il quale per essere giovanetto e debole di

forze e di spirito (e che per tale era riconosciuto), fu forse per forza

di tormenti fatto dire più di quello poteva: e che la duchessa,

delinquente ordinatrice e direttrice di tanto eccesso, non avesse altro

gastigo che quello le arrecò la propria conscienza e la propria

vergogna, che forse è stata cagione che poco o mai, dopo tal accidente,

l’abbiamo veduta in Firenze. La serenissima madama Cristina di Lorena,

avola del Gran Duca Ferdinando secondo, allora et ancora dominante

(principe di grande spirito, e di buona e santa vita, e molto zelante

della giustizia), mossa forse dall’atrocità di tanto eccesso ebbe

concetto di far ritenere la duchessa, la quale seguito il fatto per

levarsi dalla vista del popolo s’era ritirata nella sua villa di San

Cerbone in val d’Arno, ma avvisata a tempo del pericolo, partendosene

ben presto si trasferì a Roma, e la giustizia senza far contro di lei

altra dimostrazione le diede l’esilio, dal quale ancora non molto dopo

fu liberata.

»Cotal fine ebbe la barbara inumanità della duchessa Veronica Cybo,

moglie del duca Iacopo Salviati; la quale non per odio o malignità

alcuna, ma per ammaestramento de’ posteri, è stata da me sinceramente

descritta con tutte quelle particolarità che dopo lo spazio di circa

venti anni ho potuto rinvenire; il che ho fatto tanto più volentieri,

quanto che in quel tempo si disse che la giustizia (se tal nome ella

merita) per alleggerire i più grandi et aggravare i più deboli, e così

gettare (come si dice) un poco di polvere negli occhi al popolaccio,

haveva fabbricato due processi, uno veritiero et un altro composto; che

il veritiero rimase occulto, et il composto fu pubblicato. Faccia

adunque, chi legge questi miei Ricordi, capitale a suo pro della lettura

di essi, et abbia a mente, che siccome tutti i proverbi sono approvati,

nel descritto caso notabilmente s’è notificato, et assieme verificato,

quello che giornalmente si sente dire, che chi pratica con gran maestri

è sempre l’ultimo a tavola, e il primo a’ capestri.

»È fama che la duchessa, non sazia affatto di tanto spargimento di

sangue, più che mai inviperita contro il duca suo marito, contro il

capitano Cosimo de’ Pazzi e contro Vincenzio Carlini, supposti da lei

ministri de’ suoi amori, havesse concetto di far avvelenar quello, et

uccidere questi, et egli ne vivesse lungo tempo in gran sospetto, e con

estrema cura e diligenza s’assicurò d’ogni mal incontro; e gli altri

due, cioè il Pazzi et il Carlini, avvertiti dal duca della cattiva

intenzione della duchessa sua moglie verso di loro, il primo, come uomo

accorto e pro’ della sua persona, stette molto tempo guardingo,

camminando per la città armato; e l’altro, cioè il Carlini, presa

l’occasione del signor Ottavio Pucci, al presente ministro di camera

dell’altezza eminentissima del signor cardinale Giovanni Carlo di

Toscana, che di quel tempo partì di Firenze per viaggiare, e da lui

preso in sua compagnia, scorrendo la Francia, la Spagna e l’Alemagna et

Inghilterra, stette qualche anno fuori di Firenze.»

Veronica Cybo · 第 21 / 24 题