La Caterina se ne sta giacente sopra un lettuccio, con la faccia rivolta
al cielo. La tengono assorta una folla di pensieri e d’immagini rotte,
incoerenti, festose e increscevoli, giubbilanti e feroci, siccome
avviene a coloro che per abuso di oppio o di betel istupidiscono.[21] —
Bene era quella la sua florida sembianza; quella la fronte liscissima,
di alabastro, ma da pochi giorni su quella fronte appariva un segno
indelebile, e ve lo aveva lasciato il dolore, che l’anima e la fronte
dell’uomo solca con istrumenti di fuoco. — Misera! Quanto può tentare
creatura per liberarsi dalla ossessione era stato adoperato da lei.
Aveva chiamato l’ira della vanità delusa, l’offesa del sofferto inganno,
la religione, il rimorso: — nessuna cosa era stata obbliata; non le
materne ammonizioni, la benevolenza del coniuge, e nè perfino il
pensiero della duchessa infelice consorte, — madre sconsolata. — Tutti
questi argomenti raccolti come una schiera ordinata furono opposti alla
passione; e l’amore, sgomento dall’improvviso assalto, ridiveniva umile;
in sembianza di povero derelitto implorava per carità di vivere di
memorie, di nudrirsi di sospiri e di lacrime.
Tal quale — l’Amore, che fanciullino mézzo di pioggia, assiderato dal
freddo, domanda ricovero ad Anacreonte: — imperciocchè i Greci i
concetti loro suolessero vestire con piacevoli immagini. La filosofia
diceva alla poesia: rendimi amabile. La religione alla scoltura: fammi
visibile, senza ch’io perda della mia divinità. Ed ecco Anacreonte
traeva una freccia dalla faretra di Amore, e incideva le sue canzoni; e
Fidia, raccolto oro ed avorio, effigiava ai mortali Giove olimpico. —
Felici i Greci!
Di lì a poco l’Amore ingrossava la voce, e prendeva a discutere. Nessuno
pensi che i più celebrati sofisti abbiano mai saputo adunare tanta copia
d’ingannevoli argomenti, quanti egli ne immaginava e adduceva. Dove quei
discorsi si fossero potuti tradurre, avrebbero disgradato Cicerone e
Demostene. Cresciuto in forza, l’Amore di sofista diventava atleta: non
ragionava, combatteva, e stretti gli avversari nelle potenti braccia, li
soffocava. Poi fatto gigante come il Nettuno di Virgilio, che col —
_Quos ego_[22] — comprime i venti imperversati, egli domina col cenno, e
regna sull’anima onnipotente tiranno.
Ma l’anima e il cuore ov’era accaduta quella fiera battaglia, ne
portavano impresse le tracce che Dio solo può cancellare, versandovi
sopra la misericordia dell’obblio.
Nè io già volli difendere la Caterina: — no; — ma soltanto riferire il
motivo pel quale non le avrei gettato la prima pietra, e nè la seconda.
La persona dalla maschera di velluto nero fu sopra alla Caterina con
brama di falco: la contemplò fissa, ed immobile; poi cava ad un tratto
un largo pugnale, e la feriva, se Margutte non l’avesse tenuta dicendo:
“No, — diamole spazio per riconciliarsi con Dio.” — E posta una mano
sopra la spalla di Caterina, la scosse leggermente, continuando: “Fate
la pace con Dio, perchè i momenti della vostra vita sono contati...”
Balzò in piedi Caterina, fregandosi gli occhi, aprendoli, e
richiudendoli con mirabile celerità, temendo di allucinazione; ma Giomo
con voce orribilmente pacata replicava:
“Avete sentito? — vi avanzano a vivere cinque minuti...”
“Finiamo!” la maschera nera prorompeva smaniando, e divincolandosi fra
le mani di Margutte: “finiamo! — Allo inferno!”
“No; — le dia tempo a recitare l’atto di contrizione. — Se a lei riesce
andare in paradiso, Vossignoria si assicura di non incontrarla
nell’altro mondo.”
“Ma, e perchè volete uccidermi, signori? Io non vi conosco...”
“Conosciamo voi...”
“Signori, se volete le mie masserizie, le mie gioie, tutto quanto è in
casa, prendetelo, non ne farò querela, non ne darò parte al Bargello, ve
lo giuro per la morte del nostro Redentore...”
“Noi non siamo ladri: e rammentatevi che due dei cinque minuti sono
passati.”
“Ma perchè macchiarvi le mani nel sangue di una misera donna che non vi
conosce, e che voi non conoscete? — Non avete madre? — non moglie? — non
figli? — Non credete voi in Dio?”
“Pensate voi ad aggiustare i vostri conti con Dio: ai nostri penseremo
noi, e soprattutto rammentatevi, — tre dei cinque minuti essere già
passati...”
“Ma io non sono preparata... ma io non posso morire... non sono mica
inferma io! Mi sento piena di vita; io ho bisogno di vivere...”
“E bisogna morire!”
“Morire, eh! È una parola morire; ma non immaginate voi il dolore e il
terrore di simile morte? — Consumata la vita, cadute tutte le illusioni
che la fanno bella, riconciliati con Dio, confortati da un santo
sacerdote, distrutti dalla malattia, accettiamo la morte come una
necessità.... Ma io sento la primavera della mia vita... ho bagnato
appena le labbra di esistenza... i fiori della mia ghirlanda sono tutti
freschi; — io credo in Dio, — credo alla felicità, credo all’amore, e
riamata amo... E voi mi volete uccidere? — Io sono contenta, —
intendete? — contenta... e voi mi volete uccidere? — In che vi offesi?”
“In che mi hai offeso?” grida la persona dalla maschera di velluto,
staccandosela furiosamente dal volto: “io sono donna Veronica Cybo,
moglie del duca di San Giuliano. Ora puoi tu domandare se mi hai offesa?
Abbassa gli occhi, svergognata, e non ardire fissarmeli in faccia. — Io
era la madre del povero; — io soccorrendo alle tapine donzelle le
salvava dal disonore: — ora caccio via, imprecando, il mendico;
nell’altrui obbrobrio mi delizio; esulto nei dolori disperati, e quanto
posso gl’inasprisco: — e chi altri n’è colpa, se non che tu? — Placidi
furono una volta i miei pensieri, i sonni tranquilli; ora sul mio
capezzale trovo la insonnia e il delitto; delirii di sangue sconvolgono
il mio torbido cervello: — e di cui la colpa, se non di te? — Aveva un
amante, e non l’ho più, — un consorte dilettissimo, e non l’ho più;...
per te ho tutto perduto in questo mondo; — per te perderò la salute
dell’anima mia; — per te ho percosso, fino a fargli grondare sangue,
quello che per nove mesi portai nel mio fianco, — che per diciotto con
questo seno allattai, — il mio unico; — il mio dolce figliuolo: — e mi
domandi se mi hai offeso? — E perchè sei felice di tutta la mia
miseria... tu vuoi vivere? — Tu devi morire, sciagurata, e per le mie
mani, e subito...”
All’aspetto di quella feroce, il freddo del coltello passò l’anima della
Caterina. Diventò in viso del colore di morte, e concependo per istinto,
come ogni scongiuro a lei rivolto sarebbe tornato invano, si prostrò
abbracciando disperatamente le ginocchia di Giomo, esclamando:
“Salvami pel sangue di Gesù crocifisso! — Salvami! — Anche alle
condannate a morte per orribili misfatti... parricidii... ed altri che
fanno fremere la natura, si concede spazio di vivere... quando...
quando...” — e qui con ambedue le mani si copriva la faccia diventata di
fuoco, — “quando sono incinte.... ed io ancora.... di lui... ho una
creatura... qui... nel mio fianco... ed io non lo sapevo ad altra donna
consorte... Pietà... perdono... la mia finalmente è colpa di amore...”
Piangeva la desolata, e le ginocchia a Margutte in maniera così
compassionevole abbracciava, che lo stesso Margutte sentì la prima volta
una agitazione di stomaco, — non voglio dire di cuore. — Ond’è, che
piegatosi all’orecchio della duchessa mormorava:
“Essendo gravida...”
“Tanto più muoia...”
“Presto, salviamoci!” irrompendo nella stanza esclama un uomo
intabarrato: “la Corte si avvicina: l’ho incontrata qui dagli Angioli, e
vengo a gambe per darvene avviso.”
“La Corte!” ripete Margutte; e volgendosi al sopravvenuto lascia il
braccio della duchessa.
La duchessa trovandosi la mano libera, abbassa lo sguardo, e vede il bel
seno palpitante e bianco della genuflessa: — accompagnandolo col peso
della persona, cieca di rabbia, vibra un colpo, che ferì la Caterina su
la fossetta della gola, e penetrando il coltello nel tronco, le toglie
la favella per sempre.
Si alzò come molla che scatti; tese la infelice le mani, si provò a
parlare, — ma la gola non aveva più voce, sebbene singulti, e ad ogni
singulto prorompeva gorgogliando un fonte di sangue dalla immane ferita.
Margutte, quando vide quel miserando spettacolo, ne sentì — a modo suo —
pietà; cavò il coltello, e disse:
“Ormai meglio è finirla!”
E le passò il cuore!
Caterina traballa un istante, come donna presa dal vino; due o tre passi
indietreggia, e stramazzando cade sopra Bartolommeo, che da capo a piedi
ricuopre di sangue.
Bartolommeo, come Giuda, aveva venduto a donna Veronica cotest’anima, e
come Giuda codardo gli mancano sotto le gambe, vacilla anch’egli, e
trabocca svenuto sul cadavere della Caterina, sicchè male si distingue
la tradita dal traditore.
Di lui non curano i sicari: smorzati i lumi si pongono in salvo.
Se non che Giomo udendo rovistare qualcheduno, si ferma con sospetto, e
severamente comanda:
“Fuori!”
E la duchessa, poichè era ella che tardava, risponde:
“Aspetta un poco, che vengo...”
“Aspetta...? — E la Corte?”
“Lasciala venire...”
“E se ci trova, e impicca...”
“A te la corda, villano... — Io sono duchessa...”
“Sta bene. — Ma venite dunque, od io me ne vado... che cosa diavolo fate
costà...?”
“Eccomi.”
“Che cosa diavolo avete fatto?”
“Silenzio! — Andiamo.”