È una molto terribile storia quella che adesso io racconto, e che ha
principio nella villa Salviati, posta sopra uno dei bei colli che
circondano Firenze, ond’è che non invito a leggerla se non chi ne ha
voglia. — Correva il vespero del primo di novembre 1637, regnando in
Toscana Ferdinando II di gloriosa, immortale, paterna memoria, come fu
inciso su l’epitaffio composto dal poeta di corte. Una fata si sarebbe
scelta per dimora cotesta villa; quel benedetto ingegno di messere
Lodovico avrebbe saputo appena immaginarla più bella. Ma io non istarò a
descrivertela, amico lettore, però che da quando mi accorsi come gli
_uscieri_, e simili persone onorandissime deputate a commettere
gravamenti, descrivessero mobili e vesti, quanto Scott o Balzac, io meco
stesso divisassi lasciare intera alle prefate onorandissime persone la
gloria degl’inventarii.
Solo dirò come in certa camera si vedesse un letto con baldacchino e
tende di damasco a rappe azzurre sopra un fondo giallo, ornato
all’intorno di cornici e d’intagli sottilmente lavorati e dorati.
Dormiva su quel letto un fanciullo di forme leggiadre, di capelli neri
ricciuti; palpebre lunghissime di seta; nelle guance florido, co’ labbri
accesi: — simile al putto dell’_Ego dormio, sed cor meum vigilat_,
dipinto dal Bronzino.
Con la piccola mano andava ad ora ad ora cacciando via una zanzara, che
più ostinata tornava a vellicargli le labbra e il naso: — ed egli
torceva quelle, e questo aggrinzava indispettito; chè il molesto
solletico formava il più profondo dolore che mai avesse sofferto nella
breve sua vita quel fanciullino.
Dormiva un sonno a fiore d’occhi, conciossiachè a seconda del vento
giungesse a sturbarlo uno schiamazzo di risa e di voci gioiose, come
quando, il decoro dei commensali vinto dal vino, la esultanza del
banchetto scorre rubiconda e loquace, talora a rallegrare, — qualche
volta a insanguinare le mense.
Ed infatti il cavaliere Iacopo Salviati, duca di San Giuliano, aveva
convitato i nobili suoi amici a sontuoso banchetto.
Quantunque, durante il pranzo, egli fosse sovente comparso preoccupato,
aveva nondimeno soddisfatto a tutte le parti che a compito gentiluomo si
addicono. Nè in bella cortesia di maniere gli era punto rimasta
inferiore la spettabile dama Veronica Cybo dei principi di Massa, sua
consorte, la quale, comecchè dotata di spiriti alteri, e fiera più che
per avventura a delicata femmina non convenga, sapeva nulladimeno
temperarsi all’uopo, e sostenere egregiamente il decoro della nobile
casata.
I Salviati erano in quel tempo, siccome furono sempre, principalissimi
di Firenze, e strettamente congiunti alla casa dei Medici. Vero è bene
che i Salviati avevano qualche volta insidiato la vita dei Medici, e i
Medici avevano per altra parte qualche volta mandato i nobili loro
parenti a dare dei calci al rovaio, come avvenne nella famosa congiura
de’ Pazzi, nella quale essi non aborrirono impiccare alle finestre di
Palazzo Vecchio messere Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, e
cardinale di Santa Madre Chiesa; ma ciò non guastava punto la parentela,
nè la buona amicizia tra loro. E’ pare che a quei giorni il filo dei
coltelli non tagliasse i parentadi, e il capestro avesse virtù di
ristringerli. Nella epoca poi della presente storia, il signore Iacopo
occupava in corte cariche di conto, e poco dopo, il granduca Ferdinando
scelse a suo ministro il marchese Vincenzo Salviati, nel quale ripose
altissima confidenza.
Durante il convito, il signor duca si studiava fuggire gli sguardi della
duchessa, quanto questa all’opposto poneva cura a riscontrare i suoi; e
quando inevitabilmente s’incrociavano, ti sarebbero apparsi ferri
taglienti. — Se la virtù favolosa degli occhi del basilisco fosse stata
concessa a quelli degli uomini, quante creature umane, pensate voi che
rimarrebbero adesso ad abitare la terra?
Giunse alfine il momento in cui _ab antiquo_ corre nei banchetti il
costume di propinare a vicenda alla salute dei commensali. Il duca non
trovando maniera onesta di farne a meno, colto all’improvviso il destro,
prende precipitoso un bicchiere, ed accennando alla duchessa, esclama:
“Madonna Veronica, io bevo alle vostre contentezze!”
La duchessa levandosi come vipera calpestata, con labbra tremanti si
reca a sua posta nella mano un bicchiere, e gli risponde:
“Sì!... a quelle che voi mi date, signore Iacopo, da un pezzo in
qua....”
E di pallida, diventò per tutta la faccia vermiglia. Su l’orlo estremo
dell’occhio le spuntò una lacrima, sopra i labbri un sospiro, che però
nel punto stesso vennero — quella inaridita — questo compresso da
ineffabile senso di rabbia.
Alcuni dei convitati che notarono quegli atti, non sapendo di quale
feroce procella fossero segni, sentirono intenerirsi, e susurrarono
sommessi, che nè più bella, avventurosa e amorevole coppia di coniugi a
memoria di uomini si era mai vista in Firenze.
Si levano le mense; la comitiva si sparge pei giardini. Al duca, che di
un cenno ne aveva dato segreto comando, conduce davanti un superbo
cavallo turco il valletto fedele. Recatesi in mano le redini con garbo
pieno di leggiadria, il signore Iacopo si valga ai circostanti, e dice
loro: aspettarlo l’eccellentissimo e serenissimo granduca; avergli
promesso di vegghiare in corte; impedirgli il rispetto, non consentirgli
l’affezione, che svisceratissima portava a così benigno signore, mancare
al convegno; rimanessero: tutti quei diletti, che la sua povera casa
poteva offrire maggiori, a loro talento pigliassero; forse sarebbe
tornato a notte inoltrata; raccomandarli intanto a madonna Veronica, la
quale, come quella che era la stessa cortesia, non aveva mestieri di
lusinga per mantenersi ciò che fu e sarebbe stata sempre, il più bello
ornamento delle case Cybo e Salviata.
E senza attendere risposta, — quantunque si udissero risuonare dintorno:
— padrone, — ella si accomodi, — è di dovere, — e simili altre frasi
profferite senza pregiudizio di biasimare a voce bassa quello che si
loda a voce alta, — e senza attendere risposta, gravata la mano sinistra
su la criniera, di un salto balza in sella, spinge di gran carriera il
cavallo. Venuto in parte ove non temeva più gli sguardi o la voce della
duchessa, si volge, e vede come tutti i suoi convitati tenessero in lui
intenta la faccia, onde è che compiacendo alla lusinga della vanità,
nonostante la voglia che pure avea grande di recarsi a Firenze, arresta
di repente il cavallo, e quello sta come di bronzo fuso; poi fatto arco
della coda e del collo, volteggia ora a destra, ora a sinistra, o si
slancia disteso al salto della barriera, e aggruppa le gambe ad altre
figure, insomma esercita tutte quelle destrezze che buon cavallo sa fare
col buon cavaliere. Gli spettatori ammirati se ne congratulavano con la
duchessa. Le donne poi non rifinivano di levare a cielo il prestante
cavaliere, e quelle lodi erano come tante coltellate al cuore della
povera moglie, che pure avea occhi per conoscere tanta vaghezza, e mente
per pregiarla, e anima per amarla svisceratamente, e a chiara prova
vedeva come oggimai fosse per lei perduta senza rimedio. Il duca,
avvolto da un nuvolo di polvere, disparve.