Si apre con impeto la porta della camera ove dorme il fanciullino, e
imperversando vi si lancia dentro la duchessa. Non badando o curando se
altri la nota, ella si precipita verso il balcone, e quivi, i gomiti
appoggiati al davanzale, il volto declinato fra le mani, si pone a
considerare il duca, che galoppando si allontanava. Chi mai dirà
l’inferno di quell’anima esacerbata? Pestava i piedi, singhiozzava,
fremeva, intere ciocche di capelli si strappava, e tremava, tremava come
persona presa dal ribrezzo della febbre, e:
“Iacopo mio,” — fra i singulti diceva “non ci andare... Iacopo, torna
indietro... Iacopo, salvami dalla tentazione del demonio: in questo mio
cuore o tu, o Lucifero. Se mai ti offesi, se in cosa alcuna ti spiacqui,
Iacopo, io ne domando perdono prima a Dio, poi a te. — Da ora in seguito
mi vuoi più mansueta... mi sforzerò... lo sarò... — non ti dirò parole
amare, — ma torna addietro... — Ahimè! sempre più si allontana. —
Volgiti, duca, per amore dei tuoi morti, che sono domani, non lacerare
il cuore di una donna, della povera tua moglie, della madre dei tuoi
figliuoli. — Oh dolore! appena lo scorgo. — Pace, Salviati, — e mutata
attitudine, ambe le braccia stendeva fuori del balcone; — pace; io
scenderò, se vuoi, dal grado di sposa, ti servirò da fantesca; se vuoi,
ritirami l’amore tuo, non amarmi; — anche questo concedo; non mi amare
più: ma non preferirmi altra donna. — O Cristo! è scomparso... e fra
un’ora... fra pochi istanti sarà nelle braccia di altra donna! — O
Cristo!”
Ebbra di furore, abbandonato il balcone, passeggia la stanza, ad ora ad
ora esclamando:
“Fieri esempi — ricordanze disperate — eterno lutto! — gli strapperemo
il cuore, e glielo batteremo su le guance. — Non è forse traditore? Sì
certo, e della stirpe dei traditori. — O piuttosto trucidarli ambedue
negli osceni abbracciamenti. — O piuttosto...” — e qui la voce le si
affiochiva — “mi trovasse qui spenta nel letto, e accanto a me il suo
figliuolo anche esso spento;” — e si accostava al figliuolino.
Ma il fanciullo erasi desto, e postosi a sedere sopra il letto, con gli
sguardi alacri, che sogliono dopo il sonno avere i bambini, e un ridere
dolce di paradiso, tese le mani alla duchessa, — la chiamava:
“Mamma mia!”
E Veronica Cybo si gettava prona con la faccia sul letto, e abbracciava
come delirante il figliuolo, lo inondava di lacrime, lo stringeva, lo
baciava, e gli domandava perdono, talchè il fantolino diceva:
“Mamma, mi fai tanto male...”
Ed ella:
“Lasciati fare, — tu fai tanto bene a me...”
Si quietava quella piena di affetto, e dopo un lungo pensare la duchessa
così riprese a dire:
“Ma che cosa ha mai questa Caterina, che valga a Strapparmi il cuore di
mio marito? Nata di plebe, ella non può intendere i nostri sensi
gentili; — me la dicono educata nel fango... e deve essere così! — Ma
forse no, che m’ingannano... — Sì, sì, — certo, quello che di lei
maggiormente talenta il duca, saranno le sconce lascivie, lo inverecondo
abbandono, i gesti provocanti; solita infamia di cotali femmine! — Ah!
perchè la bellezza, che dovrebbe formare esclusivo retaggio degli
angioli, fu data in sorte a così sozze creature? — Ma ella è poi così
bella costei? — Vediamo! — La marchesa Cecilia me ne ha procurato il
ritratto: povera amica! — Quante grazie le debbo! — Vediamo...”
Accosta in fretta una tavola presso al balcone per avere più lume, e
sopra la tavola assesta uno specchio. Si asside, si compone il velo e i
capelli, rende mansueta la faccia, e si prova a chiamare su le labbra la
serenità del sorriso; quindi si leva dal seno una miniatura con
eccellenza di arte condotta, e con tale una espressione la riguarda, che
favella umana non saprebbe referire.
Cotesto ritratto rappresentava una giovane donna decorosa per copia di
biondi capelli, per dolcezza degli occhi azzurri soave; candida nella
fronte, e tanto pura, che l’Angiolo stesso della innocenza avrebbe
potuto benedirla con un bacio. Dalla intera sembianza spirava tale e
siffatto senso di pudore, che ti prendeva vaghezza di adorarla
piuttostochè di amarla, siccome avviene a cui riguarda con profondo
sentimento dell’arte le immagini di Raffaello.
Il terrore aveva sconvolto l’anima della povera duchessa, — e con
l’anima, la faccia: sentiva la sconfitta, non si attentava contemplarsi
nuovamente nello specchio; — ma ve la trassero i fati, — e si specchiò.
Colei tanto florida sembianza; — ella già volta ad appassirsi!...
“Ma anch’io fui fresca come un fiore, — quando prima vergine innamorata
mi abbandonai fra le tue braccia! Chi avvizzì le mie labbra se non che
tu bevendovi a sorsi lunghi avidamente il piacere? — Chi altri che tu
m’inaridiva le guance con l’ardore dei tuoi baci? — Se il mio sguardo
divenne languido, sposo mio, non fu perchè nel mio seno ti riprodussi, e
ti feci lieto di figli? — Il cuore di una donna, di una moglie, in mano
al marito è forse la farfalla nelle dita del tristo fanciullo, che le
strappa ora un’ala, ora un’altra, e poi lacerata la calpesta ridendo?”
Colei così placida di pace beata; — ella poi torbida, di ciglia truci, e
minaccevole sempre!
“Ma anch’io una volta fui festosa, tutta moto, tutta canto, come un
uccello di primavera. Chi mi avventò nel cuore l’aspide della gelosia?
Chi convertiva la mia anima in un nido di vipere? Oh! se la speranza di
potermelo stringere al seno dilettissimo amante mi arridesse; se la sua
carezza mi blandisse, forse non tornerebbe il sorriso al mio pallido
volto? Questa mia fronte sgombra dai delirii di sangue non tornerebbe
pacata? — Prova almeno, Salviati, prova, e poi dannami ai miei infelici
destini.”
Colei, se giunge, supera appena il diciottesimo anno; — ella oltrepassa
il suo ventesimosesto...[10]
Di quanto ella avanza il suo ventesimosesto anno? — Non osa dirlo
nemmeno a se stessa. Questa età la spaventa come un ammasso più
terribile assai del capo di Medusa, di cui le frazioni le compariscono
atroci, sibilanti, velenose, quanto le serpi che compongono le chiome di
quel teschio infernale. — Ogni altra sua angoscia di natura più
psicologica potè essere da lei meditata e discorsa, ma le cifre
constituenti il numero dei suoi anni, simili al _mane techel fares_ del
convito di Baldassarre, le impiombano il sangue, le comprimono il
pensiero, la vista si perde fra mille scintille di fuoco, un tintinnio
molesto le martella le orecchie.
Dalla mano languida sfugge il ritratto, — i labbri si agitano senza
parole, — sviene.
“Mamma mia, come ti fai brutta!” esclama il fanciullo.
“Brutta!” — urlò la duchessa. — “Anche tu godi a contristarmi? — Iniqui
tutti, e maligni! Cecilia stessa nel procurarmi con tanto studio il
ritratto, chi sa non lo abbia fatto a bella posta per umiliarmi? — Che
dico forse? certamente è così! Ed io ringraziava la perfida amica!...
Iniqui tutti! Ma tu, vipera riscaldata nel mio seno, non devi unirti co’
derisori del tuo sangue. — Se adesso sono brutta, non lo era prima di
generarti... sai? — Il travaglio di portarti nove mesi in questo mio
fianco, — i dolori ch’ebbi a soffrire nel metterti al mondo, mi hanno
ridotta così, sciagurato! — Anche tu mordi le poppe che ti hanno porto
il latte, figlio di traditore, e nipote di traditori. — Maledetto il
giorno in che ti concepiva! — Va, — dopo una vita di stenti ti attenda
una morte d’infamia!... possa una moglie infedele renderti con usura
quello che tuo padre fa sopportare a me! — L’ultimo oggetto che ti
percuota la vista sia — l’abbracciarsi, — l’ultimo suono che ti giunga
all’orecchio sia — il lagnarsi degli adulteri, che di troppo si
prolunghi la tua agonia. — Prendi, tristo fanciullo! — prendi, ribaldo!
piangi anche tu...”
Alla procella delle parole e dei colpi, che lo percossero per la faccia
e sul capo, il bambino rimase come trasognato; — poi proruppe in pianto
senza freno: il singulto così profondo gli stringe la gola, che pareva
volesse strangolarlo: — faceva proprio pietà!
In mezzo alle tempeste più feroci dell’anima il pianto del figlio si fa
sempre sentire alle viscere di una madre. Donna Veronica risensò
all’improvviso, trattenne a mezzo un colpo che stava per discendere
sopra il figlio, e mutatone direzione, se lo dette di gran forza nella
fronte urlando forsennata:
“Faccio orrore a me stessa!”
Alle furie che già la dominavano, aggiunse la colpa che l’aveva tratta a
incrudelire contro il suo sangue, il dolore del figlio, e la paura di
averne meritato l’odio implacabile. Tremende visioni le si aggiravano
vorticose per la mente. Il demonio la sferzava co’ suoi più velenosi
flagelli. Fra tanti modi di vendetta uno le piacque, e fu il peggio: —
lo scelse, — lo ripose nell’anima come un tesoro, e con l’indice della
destra si comprimendo la fronte là dove si dividono le ciglia, con voce
roca profferì questa parola:
“Ho deciso!”
In quella notte Giomo Pelliccia, cagnotto di casa Cybo, soprannominato
Margutte, armato fino ai denti, per ordine della signora duchessa
montato sopra poderoso cavallo si pose in viaggio per a Massa.