XII.

Una nottata affannosa seguì la giornata pessima.

L'estrazione dell'acqua dalla pleura diede poco risultato.

Verso l'alba Fausto si assopì; la testa alzata sui guanciali, i capelli

incollati alle tempie dal sudore; il viso terreo, i pomelli accesi.

Anche Argìa si assopì. Ed anche il suo viso appariva smunto ed

emaciato. Ella giaceva abbandonata all'indietro sulla poltroncina,

vinta dalla stanchezza di tutti quei giorni.

Colta dal sonno così improvvisamente, in quello stato di prostrazione,

aveva dimenticato le solite precauzioni, l'arte suprema di stare e di

presentarsi, assiduo pensiero suo.

La fascetta le si era slacciata; le pieghe delle gonne ricadevano

all'indietro, lasciando la stoffa quasi liscia sulle accentuate

rotondità dei fianchi. E la tenue luce che spandeva intorno una lucerna

di porcellana azzurrata, scendeva direttamente sopra di lei, mettendo

vieppiù in evidenza ciò ch'ella aveva così affannosamente nascosto.

Il professore e Vittorio, seduti all'altro capo della stanza,

discorrevano sommessamente della necessità di scrivere ai Lamberti,

andando pure contro la volontà di Fausto.

— Ma, io non capisco... perchè mai Fausto non vuol vedere sua madre?...

Vittorio esitò un istante.

— Mah!... A me disse che voleva risparmiarle questo affanno perchè

soffre di cuore... Vorrebbe si aspettasse un miglioramento...

altrimenti... gli estremi...

— Eh!... — mormorò il professore crollando il capo — se domani non

migliora, saremo presto agli estremi!

— È appunto questo che mi trattiene; poichè, se scrivo, Fausto capirà...

— Crede proprio che non lo sappia?... È medico anche lui: ha studiato

molto. Deve capire.

Vittorio non rispose. I suoi occhi si erano fermati su quel punto

troppo illuminato della figura di Argìa, e quella visione lo turbava

profondamente. Da parecchio tempo egli aveva dei sospetti sui quali non

voleva fermarsi e che, suo malgrado, lo rendevano inquieto. Ma dalla

sera in cui aveva trovato Fausto sul ponte del Ticino, in quello stato

di prostrazione e di sfinimento, il viso improntato da una disperazione

che non si celava più sotto la maschera abituale: da quella sera, il

povero Vittorio non sapeva come sottrarsi alle ossessioni del terribile

punto interrogativo a cui non poteva in alcun modo rispondere.

L'ansia più acuta, che gli cagionava lo stato del suo Fausto, lo

distoglieva di tratto in tratto dalla pungente ricerca; ma appena lo

spirito aveva agio di riflettere, ricompariva il punto uncinato.

Molte volte, mentre il malato si assopiva, ed egli rimaneva là a

vegliarlo insieme alla giovine fidanzata, il bisogno di conoscere quel

mistero lo assaliva con prepotenza. Voleva scoprire la verità: doveva

scoprirla.

E si rimetteva a cercarla, frugando e rifrugando in quel complicato

insieme di dati, di dubbi, di affermazioni e di negazioni tenzonanti

nel suo cervello.

Quante faccie aveva per lui quel problema!

Se Argìa aveva ceduto... Se Fausto... Insomma... se quello che di

tratto in tratto appariva, era vero... Perchè non avevano affrettato il

matrimonio?....

E ad ogni modo — era quella una causa sufficiente alla disperazione

tante volte sorpresa negli occhi di Fausto?...

E da dove veniva Fausto, quella tal sera, per essere così stanco, così

sfinito e quasi fuori di sè?...

Perchè quelle lagrime nei suoi occhi?...

Certo, il fatto di avere compromesso l'onore della sua fidanzata, e il

pensiero dei parenti irritati, dovevano tormentarlo. Ma... alla fine

poi, se loro si amavano, potevano sposarsi subito e partire appena

sposati... stare via un anno... viaggiare... Eran ricchi!... E anche se

dovevano affrontare l'opinione pubblica... bella roba!... Quando due si

amano...

E fissava lo sguardo in faccia ad Argìa come per interrogarla.

Ma il viso pallido e grave, dall'espressione verginale, rimaneva

impenetrabile... Che! forse non era vero niente, ed egli sognava a

occhi aperti. Forse aveva ragione l'Amelia quando diceva che in quella

casa c'era un contagio di pazzìa!

Ed ecco che, tutto a un tratto, ogni dubbio svaniva.

In un istante d'oblio e di stanchezza invincibile, Argìa lasciava

apparire il suo stato, nascosto con tanta cura, a costo di acerbe e

continue torture.

Non ricevendo alcuna risposta, il Pisani scrutò il viso del suo

interlocutore e sussultò.

Quel viso rivelava l'impressione di una scoperta penosa.

Atterrito, egli girò lo sguardo sull'ammalato. Nulla di nuovo... pareva

assopito come poco prima; e Argìa...

— Ah!...

Fu un urlo soffocato.

Vittorio comprese il male che aveva fatto; cercò di ripararvi,

ripigliando il discorso con simulata tranquillità; ma non gli riescì.

La sua voce tremava, non sapeva quel che diceva.

Il professore gli troncò la parola accennandogli Argìa con un gesto

brusco.

— Guardava mia figlia?

— No!... s'inganna...

— Non finga! Non sa fingere!...

E crollò le spalle maestose con superbo disprezzo.

In due passi fu presso alla giovine addormentata; la scosse rudemente,

e appena vide che aveva aperti gli occhi le intimò di seguirlo, con

depressa eppure formidabile voce.

Completamente desta dalla violenza della commozione; completamente

presente a sè stessa, e conscia della gravità di quel momento, Argìa si

alzò pronta a obbedire.

Dopo un istante d'incertezza e di perplessità Vittorio cercò

d'intromettersi, sentendo il bisogno di difendere la fanciulla da lui

così involontariamente accusata.

Il professore l'arrestò seccamente. Restasse a guardia di Fausto.

— Argìa!... — mormorò l'ammalato sobbalzando.

— Argìa — ripetè più basso, e tornò a smarrirsi nel letargo pesante.

Il professore traversò due stanze buie, trascinandosi dietro la figlia;

e sostò in una sala dov'era un po' di luce.

Una enorme libreria occupava la parete di fondo di questa sala,

destinata alla lettura e, in casi eccezionali, alla scherma; le altre

pareti erano decorate da carte geografiche e fasci d'armi disposti

a guisa di trofei. Una stuoia di juta copriva l'ammattonato. Pochi

mobili: alcuni tavolini, una scrivania in un cantone, e varie sedie

e seggioloni coperti di cuoio e ornati di borchie dorate, imitazioni

dell'antico, di fabbrica milanese.

Su un tavolino agonizzava per tre beccucci una lucernina d'ottone,

lucente come oro. E soltanto questa lucernina dalle catenelle

scintillanti rivelava la vecchia casa di provincia.

Da una finestra rimasta aperta si vedeva il giardino pieno di neve e

una distesa di cielo imbiancato dai primi lucori dell'alba.

Il professore trascinò Argìa fino a quella finestra che era nell'angolo

più remoto, serrandole i polsi, scuotendola con involontaria violenza.

Il primo impeto lo agitava ancora, ma era evidente che voleva dominarsi.

Argìa non fiatava.

Lasciata libera, si appoggiò al muro per non cadere. I suoi occhi

muti fissavano il suolo. Pareva insensibile. Non le balenava neppure

che il cuore del suo povero babbo aspettasse una rivolta suprema,

contro quelle asprezze, che lei avrebbe dovuto trovare ingiustificate,

pazzesche.

Egli la guardava intensamente, spogliandola con l'occhio del medico; e

tremava come un paralitico.

Finalmente proruppe.

— Non dici niente?.. Non ti ribelli?... È vero, dunque, è vero! Tu

confessi... Ti sei lasciata... Uff!...

Digrignò una bestemmia e una parolaccia e con un gesto energico si

battè un pugno sulla bocca.

— Ah! imbecille che sono, speravo ancora che i miei occhi m'avessero

ingannato!... Ma non sai che ti dovrei ammazzare?...

Un leggero stringimento di spalle fu la risposta.

Questo esasperò il padre. Tornò ad afferrarla; la scosse, la piegò in

due come il vento furioso fa di un povero arbusto.

— Mi hai disonorato!... hai disonorato tuo fratello ufficiale.... la

tua sorellina!... E non dici una parola?... E non ti giustifichi?...

Non capisci? Dì'! Cosa pensi?... Che cosa pensavi?..

Parla! Dio di Dio! Non sai che dire di sì?..

Ella spiccicò a stento:

— Mi sarei punita da me... Puniscimi tu!..

— Ah! punirti?... Che cosa avrò guadagnato quando ti avrò punita?...

Chi lo punirà, lui?... Ah! Perchè non ti sei fatta sposare a tempo

piuttosto?

Ella non rispose neppure con un gesto.

Il professore si allontanò di qualche passo, si asciugò la fronte

madida. Il sangue tumultuava nelle sue vene gonfie. Aveva paura di

sè stesso. Voleva vincersi e dominare con fermezza di spirito quella

situazione così difficile; salvare l'onore della famiglia. Ma la

collera tenace gli offuscava il cervello; aveva impulsi ciechi e lo

sforzo che faceva per reprimerli, lo soffocava.

— Tutto perchè non hai avuto confidenza in tuo padre!... Ma quando è

stato? Quando?... Eppure, io ho vegliato!... Ah! no, per Iddio, io non

ho meritato questa vergogna! Ho sacrificato tanto per voi altri, per

non darvi una matrigna, per starvi sempre al fianco!... E tu, la mia

figliuola maggiore, la ragazza savia di cui non ho mai dubitato, tu mi

hai tradito così!...

Parlava a scatti, battendo i denti; e nella voce rotta era lo schianto

di un dolore più grande della collera.

— Parla, Argìa! non farmi perdere la ragione col tuo mutismo. Perchè

appena ti sei accorta, non hai cercato di affrettare il matrimonio?...

E se tu non osavi, perchè non hai detto qualche cosa a me?... Avrei

parlato io con quel signorino!...

S'interruppe e poi riprese cambiando tono e come parlando a sè stesso:

— Oh! mi pare ancora impossibile!... Un ragazzo intelligente e leale

come Fausto!.... Uno studente di medicina, quasi dottore!.... Non pare

vero!...

Si mise a camminare per la stanza ripensando tra sè. Non poteva

capacitarsi. La debolezza, sì, purtroppo, la capiva. Ma quella condotta

così grulla?!... Quella mancanza di ogni senso della vita pratica?...

Tutto a un tratto si battè la fronte e ritornò precipitosamente presso

a sua figlia, gridandole nella faccia:

— Non ti ama forse più?!..

— Oh!... povero Fausto!... Mi ama sempre!..

— Meno male.... Purchè non muoia, quel minchione!... Che cosa faremo se

muore?!..

— Morirò anch'io!...

— Ah, sì?... Brava! Che bella consolazione tu ti figuri di dare a tuo

padre!...

Era commosso. Una invincibile tenerezza gli entrava nell'anima. Se

avesse potuto salvarla, la sua Argìa... renderla felice malgrado

tutto!...

L'amava più di tutti i suoi figli. Era sempre stato superbo di lei.

Avrebbe potuto strozzarla nel primo impeto, appunto perchè l'amava

così. Ma sentirla, lei, parlare di morire, lo agghiacciava: gli serrava

il cuore.

Si rimise a camminare in su e in giù, per riflettere, per cercare.

La tenerezza gli recava un leggiero accasciamento; le sue spalle si

curvavano un poco e la sua larga schiena si arrotondava. Visto così,

nella luce livida, il bel professore appariva assai meno fresco e

giovane. L'accasciamento non era soltanto esteriore. Qualche cosa di

strano accadeva nel buio della sua coscienza.

La grande sicurezza che l'aveva sostenuto in tutti i momenti, pareva

scossa: e il benefico convincimento di avere sempre operato saviamente,

correttamente, e che ciò bastasse nella vita, minacciava di sfasciarsi:

un vago dubbio sorgeva nel punto più riposto, più imprecisabile della

sua compagine. Forse qualche volta aveva fatto meno bene che non

credesse...

Forse... nel suo affetto c'era più egoismo..

Si raddrizzò come uno che si prepara a combattere un nemico occulto.

Assurdo! La sua coscienza aveva torto di tormentarlo!

Sorgeva il giorno.

I beccucci della lucernina avevano una bracetta rossa in mezzo alla

fiamma torbida, agonizzante; e la luce di fuori, sempre più diffusa,

recava nell'ampia stanza quel senso di freddo e di tristezza che mette

i brividi dopo una notte di veglia.

Per una singolare coincidenza di luce e di colore, il Pisani ebbe la

visione di un'altra alba, lontana di molti anni. Era il tempo delle

guerre contro lo straniero. Un cielo livido, un paesaggio piatto,

biancheggiante per la brina caduta nella notte; e nello stanzone

dove sostavano dopo una marcia forzata di sette ore, una lucernetta

agonizzante... così! Arrivavano tardi per aiutare; lo scontro era

terminato, il nemico aveva ceduto il campo. Si sentiva il rullo dei

tamburi che si allontanavano malinconicamente nella nebbia. Quanti

morti! Quanti feriti sparsi sulla spianata!...

Presto all'opera!

Ed egli ci s'era messo all'opera, con tutto l'ardore della gioventù.

Lavorava per quattro, fresco, arzillo, come se si fosse alzato allora.

Tutti lo benedicevano; tutti gli obbedivano e l'ammiravano. Ah! quelli

eran tempi!

Ebbene? Decadeva forse? Per quei pochi brividi? Per quel senso di

spezzatura che ogni tanto lo forzava a curvarsi?...

Ah! I cinquant'anni, le prime avvisaglie della inevitabile sconfitta!

Anche per lui sarebbe suonata l'ora fatale, anche per lui!...

Tutto ciò in confuso; più sentito che pensato.

Con un movimento quasi inconsapevole, egli scattò a guisa di protesta,

per il bisogno, innato in lui e strapotente, di trovarsi forte; di

vincere tutto e sopra tutto l'età.

Argìa intanto era rimasta nella sua immobilità, presso alla finestra,

gli occhi fissi sul padre, domandandosi che cosa egli avrebbe risoluto

e a quali altre dure prove l'avrebbe messa.

Finalmente egli tornò presso di lei e si mise a sedere quasi calmo.

— Spegni quella lucerna, mi dà noia. Ora vieni qui: siedi accanto a me.

Io voglio salvarti, figlia mia! Abbi confidenza in me. Sono tuo padre,

ti adoro. Non pretendo di essere stato un santo nella mia vita, ma

come padre non ho rimorsi: ho amato teneramente tutti i miei figli, te

specialmente. Voglio salvarti, dunque: salvare l'onore della mia povera

casa! Ma tu, assecondami per carità! Senti bene: è necessario agire

subito: noi dobbiamo essere prudenti, avveduti: non possiamo affidarci

al caso... Senti, Fausto può morire: è molto aggravato, sai! Se non

morirà tanto meglio... Non piangere così, perdio!... Farò di tutto

perchè non muoia. Intanto però bisogna ch'egli ti sposi. Io gli parlerò

in nome dell'onore; che diamine, è un uomo!... Tu poi gli parlerai del

tuo amore...

— No, babbo!

Ella stava ora di fronte a lui, la testa alta, gli occhi fissi, con

qualche cosa di rigido, di teso nella persona e nella espressione del

volto.

— No! — ripetè — e la sua voce morì come strozzata.

— No?... Che cosa «no»?...

Egli non capiva realmente.

Era tanto anormale quel «no» per lui, che la sua intelligenza si

ribellava.

— Parla, scimunita! Che cosa «no»?

La voce tuonò a insaputa di lui. Ora la collera lo prendeva davvero:

lo schiantava. Era un uragano, un ciclone. Con un gesto istintivo si

sbottonò il colletto. Soffocava. Dopo un istante, con voce rauca e

concitata rantolò:

— Parla, Argìa! Che cosa è quello che non vuoi?...

— Non voglio che Fausto mi sposi!... — disse Argìa con voce ferma.

Era troppo. La longanimità del padre non giungeva fino a tale eccesso.

Di scatto egli balzò in piedi e si avventò su lei coi pugni stretti,

livido; tanto più esasperato che non riesciva a penetrare il pensiero

di sua figlia.

— Sei pazza?... Ti burli di me?

Argìa indietreggiò atterrita. Nel medesimo tempo le passò per la mente

come un lampo la promessa fatta a Fausto di non rivelare quel segreto

funesto. Si riprese e balbettò:

— Non voglio che mi sposi così...

— Ah!

Le braccia protese ricaddero lentamente, ma i pugni restarono chiusi.

Vi fu un silenzio.

Il professore tornò a sedere. Cercò di calmarsi e non parlò finchè non

fu padrone di sè.

Quando cominciò aveva la voce sicura e dolce, l'accento persuasivo.

— Capisco ciò che tu hai voluto dire. In fondo il tuo rifiuto deriva

da un sentimento delicato, nobile; malgrado ciò, rimane insensato. E

poi... tu non pensi che all'amante. E il... bambino? Vuoi tu mettere al

mondo un miserabile, senza nome, senza padre?

Il viso di Argìa tradì una intensa commozione.

Egli se ne compiacque: aveva toccata la corda sensibile.

— Vedi! Non ci avevi pensato alla tua creatura! Lasciati dunque guidare

da me. Vedi come è buono tuo padre!

— Sì, tu sei buono, e ti ringrazio... Ma io non posso... non voglio!...

— Ah! No!... Sei cattiva e ostinata. Ma non importa. Farò senza il tuo

aiuto: e tu obbedirai, come è tuo dovere. E ora va! La mia pazienza è

esaurita. Va!...

Argìa fece per ritornare da Fausto; ma il professore la prese per un

braccio e la strappò via.

— Non di là!... A casa devi andare. Non lo vedrai più, giacchè non vuoi

che ti sposi, sgualdrina!...

— Oh! babbo! babbo!...

E s'attaccava a lui per seguirlo. Ma egli la respinse brutalmente e

chiuse l'uscio a chiave.

Prima di rientrare dall'ammalato, il Pisani volle ricomporsi e

riflettere, su quello che doveva fare.

Le due stanze attraversate prima al buio, erano ora abbastanza chiare.

Una era la camera di Vittorio; l'altra, l'anticamera che metteva

alle scale. Restò nella prima e si gettò su un divano perchè gli

pareva d'avere le gambe rotte. La testa chinata fra le mani, cercò di

raccapezzarsi, di riflettere. Ciò che un momento prima gli era parso

facilissimo, gli si presentava ora sott'altro aspetto.

Bisognava parlare a Fausto dell'imminente pericolo... vale a dire

prostrarlo nell'istante in cui aveva il maggior bisogno di tutte le

sue forze! Se moriva, la desolazione di Argìa avrebbe rinfacciato

eternamente, al padre, quell'imprudenza, come un omicidio!.. E Argìa

stessa poteva morire, uccidersi!.. Non aveva ella detto: «Morirò

anch'io?...»

Che terribile rischio!...

Ma d'altra parte, se Fausto moriva ugualmente per la forza della

malattia, egli non si sarebbe mai perdonato di non avere fatto quanto

era da lui per salvare l'onore della sua figliuola, l'onore della

famiglia!... Maledetto anche l'onore!

Un leggiero rumore venne a distrarlo. Alzò la fronte. Vittorio stava

dinanzi a lui aspettando.

— Che c'è?... Un peggioramento?...

E balzò in piedi.

— No no... direi quasi il contrario. Pare stanchissimo, ma ha la mente

chiara... Ha sognato.... ha pianto.... ha chiamato Argìa.... Dov'è la

signorina?...

— Di là... E adesso che cosa dice?...

— Adesso egli vuol parlare a lei, professore... sa... io non ho potuto

nascondergli che lei ha scoperto...

— Ah!... meglio così!... E si è agitato...?...

— Non tanto... Anzi, ha detto come lei «meglio così!» Ma venga, venga...

Il professore si incamminò, come sollevato da un gran peso; la fortuna

fedele non l'abbandonava neppure in quel frangente! Tornava giovine;

era sempre forte.

Un'occhiata gli bastò a giudicare dello stato di Fausto. Qualche cosa

d'insolito era avvenuto: una crisi che poteva condurlo a salvamento

od a morte nel volgere di poche ore. I pomelli accesi, di un rosso

più intenso, facevano paura. Ma il raggio di limpida intelligenza che

brillava nei dolci occhi, era una speranza.

— Ebbene Fausto? Come stai?...

— Non saprei... La morte mi è passata accanto: mi ha sorriso e mi ha

dato un consiglio...

— Dà consigli la morte?...

— Qualche volta...

— Vediamo intanto il termometro!...

Con terrore, che non riuscì a nascondere, il Pisani constatò ancora

un aumento di temperatura. Fausto sorrise tristamente e un'ombra gli

oscurò la fronte. Ma in quel medesimo istante entrò nella camera Argìa

al fianco di Vittorio, e la fronte oscurata si rischiarò.

— Oh! Argìa non m'abbandonare! Mi hai lasciato, e ho sognato di

morire!...

Pallida, ma sicura in volto, ella si chinò su lui e lo baciò,

mormorando:

— Non ti lascierò più.

E la voce commossa, solenne, palesò tutto il significato della promessa.

Il professore rabbrividì. Voleva parlare e si sentiva paralizzato.

Finalmente, Fausto disse:

— Professore, mi vuol sempre bene, vero? Non mi ha perso la stima?...

— Oh! Fausto!.. protestò il Pisani commosso.

E sebbene egli credesse di avere dinanzi a sè il seduttore della figlia

sua, colui che aveva compromesso l'onore dei Pisani, sentiva in cuore

— al posto della collera che avrebbe dovuto provare — una tenerezza

infinita e qualche cosa di strano, di solenne che lo scuoteva e non

avrebbe saputo esprimere nè spiegare.

— Ebbene... dunque — mi faccia una grazia... padre mio... faccia che io

sposi Argìa... che ripari... il male... subito... subito... prima che

venga la morte!...

— Oh! Fausto!... No!... No, Fausto!... — gridò Argìa fuori di sè.

Ma egli le impose silenzio con uno sguardo supplichevole, e si

abbandonò sui guanciali stremato di forze.

Il romanzo della morte · 第 18 / 24 题