XIII.

Le formalità indispensabili, la richiesta di permessi speciali, i

preparativi di diverso genere, occuparono tutta la giornata.

IL professore e Vittorio Giudici giravano gli uffici pubblici; davano

e ricevevano appuntamenti; scrivevano biglietti nelle anticamere dei

pubblici funzionari occupati.

Appena era possibile correvano un momento a casa; si assicuravano dello

stato di Fausto, e poi, via, di gran carriera, verso un altro punto

della città.

La temperatura dell'ammalato era discesa di mezzo grado circa; sempre

altissima, ma meno allarmante.

— È il cuore che mi fa paura; sempre il cuore! — diceva Fausto con un

pallido sorriso.

E il professore crollava il capo dall'alto al basso, in segno di grave

preoccupazione.

— Se il cuore resiste siamo salvi!...

La parte principale della cura era rivolta a sostenere quel povero

cuore tanto bersagliato.

Ogni volta che Vittorio o il Pisani apparivano sulla soglia, Fausto li

interrogava con lo sguardo ansioso.

Che paura aveva di morire prima!

Finalmente, verso le quattro, Vittorio recò la buona novella: tutte le

difficoltà erano vinte, l'ufficiale civile aveva promesso di arrivare

puntualmente, tra le cinque e mezzo e le sei.

La signora Luisa addobbava la camera, rasciugandosi le lagrime che

voleva nascondere a Fausto.

— Ah! chi l'avrebbe detto! chi l'avrebbe detto! — ripeteva tristamente.

— Sposarsi a questo modo! che disgrazia!...

Argìa aveva mandato a prendere uno degli abiti del suo corredo, già

mezzo pronto; un abito di felpa azzurra fatto terminare in tutta

fretta; e stava vestendosi nella camera della signora Luisa.

Dacchè Fausto aveva pronunciato quelle solenni parole, e tutti si

agitavano intorno a lei per quella cerimonia ufficiale, che doveva dare

a lei e al figlio suo il nome onorato dei Lamberti, ella rimaneva come

trasognata.

A momenti le pareva di essere fuori del mondo e che tutto quanto

accadeva intorno a lei non fosse realtà ma visione fantastica.

Lei stessa non si riconosceva. I sentimenti che l'agitavano erano tanti

e così diversi e nel medesimo tempo così intralciati, che non riesciva

a discernerli.

Ora le pareva di potersi rallegrare, poichè non era possibile che

Fausto dovesse morire dacchè la sposava. Una strana sicurezza le

entrava in cuore. Avrebbero vissuto insieme tanti e tanti anni, e

sarebbero stati felici!

E aveva dei sussulti di gioia che la rendevano più bella, tingendole il

volto di un vago carnato.

Ma tutto a un tratto si ricordava che Fausto si era risolto a sposarla

soltanto perchè si teneva sicuro di morire, e voleva che lei vivesse

onorata e tranquilla.

Pochi momenti prima le aveva detto:

— Ricordati che tu devi vivere!...

Vivere? Le pareva una imposizione ingiusta e crudele. Perchè doveva

vivere se lui moriva?... Per chi?...

Per quel figlio?... Oh! se fosse stato di Fausto, sì. Sarebbe vissuta,

sempre nel lutto, consacrandosi a quella creatura. Ma, così, no!

Sentiva che non l'avrebbe mai amato quel bimbo; vedeva in esso la causa

di tutti i suoi mali, e, soprattutto, la causa materiale della morte di

Fausto.

No, non poteva amarlo! Un sordo rancore le germogliava in cuore contro

quell'essere. Per lui doveva affrontare la vergogna di un matrimonio di

riparazione; gli sguardi scrutatori di Vittorio, la collera del padre e

del fratello, e il risolino falsamente ingenuo di quella maligna di sua

sorella.

Perchè avrebbe dovuto amarlo quel frutto non desiderato del capriccio

altrui? Perchè avrebbe dovuto sacrificarsi a quell'intruso che già

le aveva fatto tanto male e sarebbe diventato il tormento, forse il

tiranno di tutta la sua vita?

Ma perchè c'era questa cosa terribile nella vita della donna?...

Perchè, una fanciulla ignara poteva diventare madre, anche senza il

concorso della sua volontà, senza sapere, senza averci pensato?

Un uomo passava nella sua vita, approfittava della sua debolezza o

della sua ignoranza, e continuava il proprio cammino.

La fanciulla era diventata donna e madre. Tutta la sua vita era

legata all'intruso — e doveva amarlo! Aveva dei doveri sacri. Se li

conculcava, la società l'avrebbe chiamata infame: se li adempiva era

disonorata. I benevoli l'avrebbero compatita, perdonata forse, in

grazia della sua espiazione.

Espiazione di che cosa?

Si può espiare un delitto, un fallo volontario.... Ma dovere espiare

la legge di cui si è vittime!... Espiare!... E poi? Inutile anche

l'espiazione.

Fausto la sposava. Ebbene, anche se egli viveva, anche se tutti

continuavano a credere che il bimbo fosse di lui; di là a trent'anni,

quando lei sarebbe stata nonna, i suoi conoscenti, i suoi amici, i

parenti dei parenti si sarebbero ricordati ancora di quella piccola

infrazione alla legge, come di una macchia incancellabile! E intorno a

lei ne avrebbero parlato ad ogni occasione!

E le cugine, le nipoti, le vecchie serve si sarebbero raccontate

sommessamente che Fausto l'aveva sposata dal letto di morte, perchè era

incinta... Tali cose non si dimenticavano mai.

Dunque non bastava che la donna fosse condannata dalla natura a

tutte le miserie della maternità: non bastava che dovesse perdere

l'indipendenza, la bellezza, le forze, e, molte volte, la vita, per

dare la vita ad un essere che, in moltissimi casi, il suo cuore non

aveva sognato, nè desiderato?... Non bastava, no! Gli uomini vi avevano

aggiunto le loro leggi, i loro pregiudizi, che disonorano la madre per

tutta la vita e degradano il figlio prima della nascita!...

Era troppo. Lei non voleva sottoporsi: non voleva vivere per adempire i

doveri che lei non aveva accettati. Non voleva vivere per il figliuolo

di un ladro che l'aveva derubata e resa madre contro la sua volontà, a

tradimento!

Vi erano delle donne... che sopprimevano l'essere ignoto.... L'aveva

letto in una cronaca di giornale, recentemente.... con grande

sorpresa.... L'avrebbe fatto lei?...

No.... Le faceva troppo orrore. Poi, se ne sarebbe ricordata tutta la

vita, e sarebbe stata infelice lo stesso, irreparabilmente infelice per

tutta la vita.

Non si faceva alcun merito però di questo sentimento delicato. Non si

credeva migliore di quelle altre. Le compiangeva anzi. La rettitudine

che era in lei, le pareva una cosa involontaria, come quei pensieri che

le venivano, chi sa da dove: come le sue ribellioni.

Forse l'aver pensato a fuggire, per andare a vivere lontano, tra

persone sconosciute, col guadagno del proprio lavoro, come una povera

operaia, era una conseguenza dello spirito battagliero ereditato dal

padre.

Anche da bambina, quando si sentiva a disagio nella casa paterna dopo

la morte della mamma; quando Filippo la tormentava e Amelia aveva

troppi capricci, quante volte aveva pensato di fuggire, di andare

lontano, sola, senza denari; come una piccola profuga; senza alcuna

paura; contenta di avere dinanzi a sè il mondo aperto.

E come sognava allora!...

Perfino la morte le si era affacciata sotto la forma di una fuga: di

un lungo viaggio nell'infinito, al di là, e al di là ancora; sempre più

lontano. Così l'aveva sedotta quel progetto di suicidio.

Ma ora non ritrovava più quelle immagini affascinanti, quei vaghi

sogni. Invano vi ripensava.

Anche la morte l'aveva delusa!

L'idea che Fausto moriva negli spasimi della malattia, le rendeva la

morte orrenda, paurosa.

Ma se Fausto guariva?...

Ah! se egli guariva, tanto più doveva morire, lei!

Voleva forse condannarlo a vivere tutta la vita, supposto padre di un

figlio non suo?.... Se Fausto guariva, ella doveva uccidersi. E subito.

E farlo in modo che tutti credessero a una morte accidentale...

Tale era il destino suo. Condannata: irreparabilmente condannata!... E

tutto per quell'essere senza nome, senza forma precisa: quell'ignoto..

quel figlio di un vile che lei odiava!...

Aveva dei brividi; tremava tutta, e le sue mani convulse non riescivano

ad abbottonare il bell'abito azzurro, attillatissimo.

Improvvisamente, ella ebbe una sensazione così strana, così nuova, così

inesprimibile, che si sentì gelare, e quasi mancar la vita.

Restò un momento perplessa, paralizzata, ansimante.

Quella strana sensazione si rinnovò. Era come se le sue viscere si

fossero sollevate esultando in un impeto di gioia.

Gioia, in lei che agonizzava nel dolore della condanna appena

pronunciata?!...

Soffocava dal caldo, e un sudore diaccio le bagnava le tempie; il cuore

le balzava fortemente e uno strano terrore soggiogava il suo spirito.

Che cosa avveniva dentro di lei?... Chi l'agitava così?... E perchè si

ammolliva la sua fibra tesa, perchè sentiva tanta tenerezza in luogo

del rancore e dell'odio di poco prima?...

Quell'essere senza nome, che lei chiamava un intruso... era egli

passato improvvisamente dalla vegetazione alla vera vita?... Aveva

egli forse già una coscienza?... Sentiva forse, o presentiva il dolore

a cui era condannato? le cieche ostilità degli uomini, che per lui —

sciagurata creatura — si preannunziavano nelle ostilità della madre?...

Scoppiò in singhiozzi e pianse a lungo.

Questa benefica crisi le fece dimenticare le dolorose recriminazioni.

La madre si era rivelata in lei, e la madre aveva altri pensieri.

Oh! povera creaturina innocente senza difesa! Povero piccino che

esultava in lei al primo impulso della vita, ignaro del male che le

faceva, ignaro del destino che l'aspettava!... Povero!... Povero!...

Era vinta, soprafatta da una commozione suprema; i suoi occhi si

fissavano in una contemplazione interiore... Un corpicino esile le

appariva, un corpicino tutto roseo, con un visetto d'angelo, che

stendeva verso di lei le manine...

Oh! lei non ci reggeva! Era suo il bimbo, viveva in lei! E non aveva

che lei al mondo! E lei aveva bestemmiato di odiarlo!...

Involontariamente incrociò le braccia nell'atto di stringersi il bimbo

sul cuore: e restò assorta, rapita in un'estasi nuova.

Il romanzo della morte · 第 19 / 24 题