— Fausto Lamberti muore, mentre suo zio infermo, imbecillito, minaccia
di campare chi sa quanto tempo!
La dura notizia correva la città, destando un senso di terrore;
eccitando gli animi alle sorde imprecazioni.
La morte si accaniva contro il giovine vigoroso e fiero che l'aveva
sfidata; e pareva disposta a lasciar vegetare nella demenza il vecchio
pauroso ed inutile.
Era il terzo giorno.
La casa dell'abate aveva un aspetto desolato. La governante correva dal
vecchio infermo al giovine; i domestici perdevano la testa.
Nelle stanze terrene, un via vai di gente affannata e curiosa. Medici,
studenti, professori, preti, signori e signore, amici del Lamberti e
dei Giudici.
Il professore Pisani dirigeva la cura di Fausto; ma altri due medici lo
assistevano.
In generale, poche speranze. Era una pleurite delle più arcigne.
Una sola circostanza favorevole: la parte attaccata, la destra. Inoltre
il cuore pareva sano e capace di resistere, se la malattia faceva un
corso regolare.
Ma la febbre saliva a quarant'un gradi e più. Se cresceva ancora,
impossibile scongiurare la combustione: la fine fatale.
Da tre giorni Argìa non dormiva, nè si staccava da quel letto di pena.
Invano suo padre aveva tentato di allontanarla.
Ella spasimava con Fausto, agonizzando nell'ansia. Il vecchio rimorso
l'accasciava: come aveva potuto permettere che Fausto si preparasse
a morire con lei... per lei?... Ora più che mai, quel proposito di
suicidio le pareva un delitto. In conseguenza di quella aberrazione,
a cui lei aveva ceduto, Fausto era stato colpito dalla terribile
malattia; ed ella doveva vederlo penare così... morire, forse...
Quale punizione!
L'immagine di Fausto, freddo, insensibile, morto... le si fissava nella
mente, con la persistenza di un incubo che la schiacciava.
Tuttavia, la sua volontà sempre sveglia e tenace, si ribellava alla
truce immagine. No! no! no! Fausto non sarebbe morto!... Lei non voleva
che morisse: non doveva morire. I medici dovevano trovare il modo di
guarirlo. Si trattava di un giovine robusto, che non aveva sofferto di
nessun male: se non riescivano in quel caso, potevano affogarsi tutti
quanti erano, professoroni insensati!
Aspettava suo padre nell'anticamera, si avvinghiava a lui,
scongiurandolo, singhiozzante, fuori di sè.
Egli s'irritava.
— Credi dunque che dipenda dalla mia volontà?... Credi che io non
faccia tutto il possibile?...
Ella, in cuor suo, ripeteva: — Mio Dio! fatelo guarire!... Io andrò
poi via, lontano, per vivere sola, povera, dimenticata, ma felice di
saperlo vivo!...
Fausto la indovinava, guardandola fisso, gli occhi smisuratamente
dilatati.
Malgrado l'acutezza della febbre egli non delirava.
Aveva qualche visione; ma in complesso, conservava piena coscienza di
sè e del proprio stato. Il suo pensiero dominante era questo:
Sarebbe morto, avrebbe lasciato Argìa nella vita senza di lui. Il
destino a cui aveva voluto sfuggire si compiva. Era giusto. Argìa
doveva vivere per il suo bambino. Era giusto! Lui solo doveva morire...
lui che non aveva avuto il coraggio di prendersela così... nè la forza
di strapparsela dal cuore.
Intanto però, leggendole negli occhi che lei sarebbe morta, perchè
voleva seguirlo, egli si sentiva sollevato; e soffriva meno di
quell'atroce puntura al polmone e di quella oppressione affannosa.
La ringraziava con un pallido sorriso; l'accarezzava dolcemente. Ma
di tratto in tratto, un violento scoppio di tosse interrompeva le
carezze. L'angoscia lo riafferrava. Doveva morire solo, distrutto dalla
malattia; in mezzo agli spasimi... Mentre la morte sognata con Argìa
sarebbe stata così dolce!...
Il destino non aveva voluto concedergli quell'unica gioia. La morte
implorata amica, lo assaliva a tradimento, lo colpiva nell'ombra, come
fa l'assassino. Gli pareva di averla dinanzi, fantasma terribile, e
l'apostrofava, la insultava.
Una nebbia pesante gravava, quella sera, il suo intelletto. Non
discerneva più chiaramente le immagini del pensiero dalle figure vere;
il sogno dalla realtà. Tutto si confondeva.
Gli parve... sognò... di essere già morto. Non poteva muoversi. Lo
portavano al cimitero.
Argìa lo seguiva, additata dalla folla, e qualcuno mormorava una parola
che poi tutti ripetevano.
— Non ha fatto a tempo a farsi sposare — dicevano le amiche sorridendo
malignamente.
Egli sentiva quelle risatine feroci; ma non poteva muoversi; non poteva
difenderla, povera Argìa!...
Si scosse e la chiamò sommessamente:
— Argìa! Argìa!
Ella si chinò su lui, bagnandogli il volto di lagrime. Questo lo calmò:
si assopì.
Ritornò a sognare. Rivedeva Argìa col suo bimbo in una bella casa in un
paese lontano. Presso a lei era un giovine. Chi?
Lui stesso forse? No, ah! no! Non lui... quell'altro! L'aveva sposata:
si amavano, e parlavano di lui, morto, con quella mestizia leggera, per
cui i felici sentono più intensamente la gioia di vivere e di amare.
Egli assisteva ai loro colloqui: sentiva i loro baci lunghi,
sonanti... Voleva fuggire; fuggire l'odiato spettacolo, ma non poteva:
l'attrazione lo inchiodava. Un peso enorme gli gravava il petto... Era
la pietra tumulare, che lo divideva dal mondo, la pietra su cui Argìa
aveva voluto morire... Ah! ah! ah! ah! ah! Come rideva!
Il riso atroce si mutò in un terribile scoppio di tosse. Pareva che il
petto gli si frangesse. Uno sputo oscuro, sanguinolento, gli insozzò
la bocca. Il professor Pisani e Vittorio accorsero con premura per
sostenerlo. Passato l'assalto gli somministrarono alcune cucchiaiate di
una pozione efficacissima, fatta preparare dal Pisani.
Tornò la calma ed il sonno. Ma la febbre era cresciuta ancora!
Entrò un altro medico che brandiva l'occhialetto. Il Pisani trasse di
sotto l'ascella del malato il piccolo termometro per mostrarlo al nuovo
venuto, e si misero a parlare tra loro sommessamente, masticando le
parole.
Poi l'uomo dall'occhialetto volle fare una rapida ascoltazione
al polmone ed al cuore del paziente, sotto agli occhi ansiosi del
professore e di Argìa.
Era un medico giovane, sebbene già famoso; non ancora avvezzo alla
morte, mal corazzato contro le angoscie dei parenti e degli amici che
vegliano presso ad un ammalato in pericolo.
Quando si raddrizzò mostrò un viso pallido, disfatto, e i suoi occhi
atterriti si fissarono in quelli del professore improvvisamente
ammutolito.