Il vecchio _Fido_ le si accostò dimenando la coda. Ella gl'intimò di
ritirarsi nella sua cuccia.
Camminava lentamente sull'erba umida di rugiada e quel contatto faceva
bene ai suoi piedi stanchi e indolenziti. Provava un sollievo in tutto
il corpo.
Non più oppressione, nè affanno.
Ma la sua anima cosa diceva?
Non le era mai riuscito di rammentarsene.
Quando rievocava quei momenti funesti e cercava di penetrare nello
stato dell'anima sua, non riusciva a scoprir nulla. Un gran buio era
dentro di lei.
Andò diritta fino alla panca di pietra, al piede della rovere, e
il breve tragitto bastò a stancarla. Si lasciò cadere sulla panca:
appoggiò le spalle al tronco coperto di musco.
Alzò gli occhi al cielo. Come era limpido! Come era profondo! Mai le
stelle avevano brillato così sul suo capo.
Ad un tratto le parve che si velassero.
Erano i suoi occhi, che si velavano: piangeva. Quello splendore la
inteneriva...
Qualcuno camminava nella corte...
Ella ebbe un sussulto. Quella piccola parte della sua volontà che
resisteva ancora, la fece balzare.
Volle fuggire: volle gridare.
Non potè. Ricadde sulla panca, inerte. Una lassitudine mortale
avviluppava tutto il suo corpo: le sue palpebre fatte pesanti si
chiudevano.
Furtivo e ardito, Ruggeri era sceso nella corte. Quell'avventura gli
pareva alquanto arrischiata; ma non era uomo da ritirarsi davanti a una
ragazza così bella. Tutto stava che non lo cogliessero sul fatto! Dopo,
lui partiva subito, e la Russia era lontana! Del resto, non doveva
già essere il primo, che diamine! Sul finire della serata, mentre
gl'invitati si congedavano, egli aveva stretto la mano della fanciulla,
chiedendole arditamente di poterle parlare da solo a sola; ed ella non
aveva ricusato.
Solo nella sua camera, si era messo al balcone aspettando un cenno.
Argìa era alla finestra, ma non faceva alcun cenno, nè pareva disposta
a muoversi.
La vedeva bene nel riverbero della luna; la guardava fisso, e
sommessamente le diceva: — Vieni amor mio! — mettendo tutta la forza
del suo desiderio in quella invocazione.
Ed ecco che lei si era mossa ed era discesa. Non gli aveva fatto alcun
cenno, ma era andata ad aspettarlo laggiù nell'ombra fitta di quel
grand'albero; proprio come lui aveva pensato, per maggior sicurezza,
sapendo bene che, alla peggio, se lo sorprendevano all'aria aperta
avrebbe trovata qualche scappatoia; mentre il solo fatto di essere
sorpreso nella camera della fanciulla poteva cagionargli i più gravi
imbarazzi.
Adolfo Ruggeri non era un ipnotizzatore scientificamente conscio
dell'opera sua.
Se aveva sentito parlare d'ipnotismo, certamente non se ne era
occupato. Profondo soltanto in musica, come la maggior parte dei
musicisti, tutto il resto dello scibile gli era indifferente. Sapeva
però che le sue larghe pupille fosforescenti affascinavano; sapeva
pure di possedere una forza d'attrazione che, in certi casi e con certe
persone, era addirittura irresistibile. Ma tale coscienza del proprio
potere non valeva che ad aumentare la sua fatuità. Non aveva neppure
il sospetto che le sue seduzioni rapide potessero essere, in dati casi,
veri delitti; le sue vittime, vere innocenti violentate.
Non faceva mai violenza alle donne, lui! Esse lo amavano, lo volevano
perchè era bello, perchè aveva i più dolci occhi e i più luminosi. Non
doveva egli compiacerle quelle care donnine?
Se poi, alla conclusione, alcune fingevano di non capire, o se
giocavano alle estatiche, alle mezze morte... arti femminili erano, si
sapeva bene! O che doveva confondersi lui per quelle commedie?...
Le donne eran fatte a quel modo: desideravano la voluttà come gli
uomini; ma poi non volevano che si dicesse!...
Non più alto di così il pensiero di quell'artista destinato a una
brillante carriera; non più fine, il suo sentimento.
Argìa aveva penato molto per ricordarsi di quello che era avvenuto
sotto la rovere, e sempre rimaneva per lei un lato oscuro in quella
tragedia della sua vita.
Era in uno stato anormale, letargico.
Sognava, o le pareva di sognare. L'allucinazione la dominava. Le
pareva che Fausto fosse ritornato... che sedesse accanto a lei...
le parlasse... Tutto a un tratto, un barlume: era veramente Fausto,
quell'uomo?...
Era l'amore, la gioia, l'oblio.
E dopo un momento, una sensazione terribile, che la risvegliava
completamente.
Aveva gridato con tutta la sua forza. Quel grido avrebbe dovuto
risuonare alto nella notte, destando tutti. Ma la sua voce soffocata
non aveva alcun suono!
Eppure ella era presente a sè stessa: aveva riconosciuto quell'uomo;
compreso il delitto. Senonchè, rapida come il baleno, era stata quella
percezione. La sua intelligenza si smarriva in profonde tenebre.
Come dal fondo di un pozzo sentì abbaiare il cane. Poi nulla: il sonno
pesante, senza visioni, senza sogni.
Allorchè finalmente si svegliò da quel letargo, era sola e non si
ricordava di niente. Tremava di freddo e il suo corpo era tutto un
dolore.
Nel cielo buio, senza luna nè stelle, apparivano le prime striature
dell'alba.
Perchè era là in quello stato? Perchè aveva passato la notte su quella
panca?
Si alzò a fatica. Lentamente, vacillando un poco, riattraversò la corte.
_Fido_ tornò a farle festa. Ella rabbrividì; un ricordo confuso di cose
spaventevoli si ridestava nel suo cervello.
Il terrore si era impadronito di lei; le pareva di essere inseguita e
non osava voltarsi. Saltò sul verone; entrò, e rinchiuse, con rapidità
convulsa, le imposte e i vetri.
Il cuore le batteva furiosamente.
Nel medesimo tempo si chiudeva adagio adagio il balcone della camera di
Ruggeri.
Il violinista andava a dormire dopo di avere aspettato che Argìa
rientrasse.
Consumato il delitto, un vago rimorso aveva turbato quel suo cuore di
fatuo. Gli girava la testa. Quel letargo, quella rigidità della vittima
lo spaventavano. Avrebbe voluto svegliarla, e non osava. Aveva paura
de' suoi rimproveri, de' suoi lamenti. E se l'avessero sorpreso con
lei in quello stato?!.. Se il professore avesse avuto un sospetto?...
Doveva affrettarsi a rientrare. Argìa si sarebbe svegliata da sè e
avrebbe provveduto a' casi suoi.
La preoccupazione personale aveva cancellato così il tenue rimorso:
egli non aveva pensato più che a mettersi in salvo, con infinite
precauzioni, evitando i punti illuminati dalla luna, tenendosi lontano
dal cane, come un ladro vigliacco.
E allorchè finalmente vide rientrare la povera fanciulla apparentemente
tranquilla, gli ultimi scrupoli tacquero ed egli andò a letto e dormì
beatamente, il sonno del giusto.
La mattina, intorno alle dieci, la Carmela entrò nella camera di sua
cugina. Come mai dormiva così tardi? Non aveva sentito che confusione
nella corte quando quei signori erano partiti?... L'aspettavano per
salutarla. Ma il professore aveva detto che era meglio lasciarla
dormire, che si era coricata tardi. D'altra parte il signor Ruggeri
aveva fretta, dovendo ritornare a Milano per mettersi in viaggio nella
giornata...
Argìa ebbe un sobbalzo.
— Ruggeri?! — gridò: — Ruggeri!? Chi è?...
Ricadde sul letto spossata.
La Carmela che non era ragazza di molta fantasia, restò sbalordita.
Toccò le mani di Argìa e sentì che bruciavano. Aveva la febbre e il
professore era partito! Bisognava subito mandare un messo.
Argìa restò così tre giorni; apparentemente, colpita da una febbre
d'infezione per la quale le fecero trangugiare forti dosi di chinino.
In realtà, essa era assediata da un incubo che la faceva impazzire. Che
cosa era stato di lei?... Quale avvenimento terribile l'aveva colpita?
Il terrore di cui si ricordava, le immagini confuse, i latrati del
cane che la facevano riscuotere ogni volta che si ripetevano, erano
altrettanti indizi di un pericolo ch'ella aveva corso. Ma era stato
soltanto un pericolo?...
Dopo alcuni giorni cominciò a stare meglio.
La febbre scomparve.
Ma non l'angoscia che la struggeva. Cercava, frugava nella memoria.
Voleva ricordarsi: voleva sapere. E non le riusciva!...
Certi giorni era più tranquilla. Metteva ogni cosa sul conto della
febbre: doveva aver delirato, e nel suo cervello indebolito erano
rimasti i fantasmi del delirio....
Ma la notte la gettava nella disperazione, ridandole la coscienza della
realtà.
Il professore decretò che dopo quella febbre l'aria della campagna non
le conveniva più.
Argìa ritornò con le amiche in città, dove passò giorni tetri,
sconsolati.
Eppure la sua speranza non era completamente estinta: di tratto in
tratto risorgeva nell'animo contristato. Ella si sentiva portare in
alto da un nuovo soffio di vita, e le sue illusioni rinverdivano.
Fausto sarebbe ritornato, e lei non poteva essere indegna di lui....
Ma una circostanza, da prima non avvertita, dissipò l'ultimo inganno.
La sua salute deperiva tutti i giorni. Ella aveva dei sintomi strani
che un angoscioso pudore le vietava di palesare.
Nel settembre, ritornando in villa, rivedendo quei luoghi, si ricordò
improvvisamente di tutto.
Ah! non sogno era stato; non sogno, ma irreparabile realtà!...
Era perduta!
E non solo il fatto orrendo era vero, indistruttibile; non solo,
ahimè!...
Il frutto di quell'infamia viveva nelle sue viscere.
La prima idea che le venne fu quella del suicidio; e per alcuni giorni
la nutrì con ardore.
Voleva distruggersi: cancellare la colpa col proprio sangue.
Ma a poco a poco il suo coraggio diminuì, poi le mancò affatto. La
disperazione acuta cedette il posto all'abbattimento; e una specie di
torpore sempre più grave s'impadronì del suo corpo e della sua anima.
In tale stato ella era durata fino al giorno in cui Fausto si
presentava improvvisamente dinanzi a lei.
Oh! come si augurò allora di essere scomparsa, sepolta!
Egli l'amava come prima: più di prima: i suoi occhi lo dicevano.
Vinti i contrasti, sormontate le difficoltà, egli si presentava a lei
come un trionfatore; e nel suo viso raggiante sfavillava la gioia.
E lei, poverina, si sentiva come un cadavere a cui il destino perverso
avesse lasciato — per colmo di malvagità — la facoltà di soffrire e
l'apparenza ingannevole della vita....
Oh! se Fausto avesse potuto leggerle in cuore, come avrebbe dovuto
compiangerla!...