I giovani si misero a ballare in mezzo alle acclamazioni e agli evviva.

Argìa rientrò; voleva ballare anche lei. Era mezza sbalordita, con le

ossa rotte, le membra pesanti; ma voleva ballare. Ballare fino alla

vertigine, fino all'annientamento delle forze.

E in fondo all'anima aveva un sentimento oscuro di dover fare così; era

un obbligo, una promessa. A chi aveva promesso? A suo padre? Oh! no!...

Uno più potente di lui le aveva imposto di tutto obliare.

Ballava. E nei momenti in cui si sentiva stanca e debole, era come se

un nuovo impulso l'avesse sostenuta, rialzata.

E ballava ancora, e rideva e chiacchierottava con tutti, come non mai

aveva fatto.

Due o tre volte il Pisani le si accostò, incoraggiandola col suo

sorriso. Gli pareva guarita e si congratulava con sè stesso di quella

cura tanto difficile. Ella non pensava: non faceva alcuna riflessione;

era come una ruota che ha ricevuto un impulso e va fino in fondo

all'abisso.

Ruggeri aveva deposto il violino: voleva ballare.

Tutto a un tratto, Argìa si sentì presa, portata via. Non ballava:

aveva la sensazione di volare. Chi era quell'uomo?... Fausto?... No.

Era quell'altro!

Provò un senso di raccapriccio: una vertigine. Si arrestò: volle

fuggire.

Ma il braccio potente di Ruggeri la sollevò e la trascinò seco.

Inutile lottare contro quell'uomo.

Egli la guardava sempre, e quegli occhi fissi in lei, così da vicino,

la turbavano profondamente.

Le pareva ch'ei le dicesse con voce ineffabile:

— Guardami!... Guardami!...

E se si arrischiava a levare gli occhi su lui sentiva una fiamma

salirle al viso e tremava tutta. Ma a poco a poco, ella si abituava a

quella sensazione: non poteva più farne a meno. Ballava guardandolo

fisso, e tutto spariva d'intorno a lei. Non vedeva che quello

sfolgorio. Non sentiva che quella fiamma. E intanto le sue forze

s'illanguidivano; ella diventava sempre più debole, sempre più debole.

Il sonno magnetico la opprimeva.

Prima di lasciarla, mentre la società si scioglieva, Ruggeri le mormorò

alcune parole, che lei intese benissimo, ma di cui non le fu mai

possibile risovvenirsi, poi, nelle posteriori rievocazioni.

Essendo troppo tardi per ritornare in città,. Ruggeri e i suoi due

compagni restavano ospiti del Pisani anche per la notte.

Ruggeri aveva la camera di Filippo che guardava verso mezzogiorno,

con un balcone. Gli altri due erano insieme in una camera grande verso

tramontana.

Sola nella sua camera, Argìa spalancò la finestra per guardare la

notte, come faceva sempre.

In cielo era sorta la luna, bianca, falcata; e la sua presenza rendeva

la notte ancor più bella e fantastica.

Argìa aveva il sentimento di non aver visto mai una notte così; ed era

nella vaga incosciente aspettazione di un avvenimento straordinario.

Le pareva che tutta la campagna guardasse a lei e che i due alberi

della corte, quei due custodi giganteschi, bisbigliassero sommessamente

parole misteriose.

Improvvisamente ella balzò in piedi. Doveva scendere nella corte! Non

poteva resistere alla voce imperiosa che la chiamava. Eppure, una parte

della sua volontà rimaneva libera e tentava di resistere.

Tornò a sedere. No, no! non sarebbe discesa. Ma un'altra chiamata

imperiosa risuonò dentro di lei e la scotè tutta.

Doveva obbedire. Lentamente però obbediva.

Il suo petto era oppresso; la sua testa, in fiamme; respirava

faticosamente.

Discese al buio: attraversò i corridoi e alcune stanze, senza far

rumore, senza inciampare. Andò diritta al verone della sala; aprì la

portiera, poi le persiane, adagio adagio, con precauzione, e scese

nella corte.

Il romanzo della morte · 第 12 / 24 题