VIII.

Anche quel giorno, mentre Argìa ritornava così tristamente sul passato,

il giovine medico incalzato dalle furie, errava per le vie della città,

alla ricerca dell'ignoto rivale.

Gli pareva impossibile che non fosse a Pavia; e se era a Pavia, doveva

incontrarlo; e se l'incontrava, l'avrebbe indovinato! Ne era convinto.

Nell'atrio dell'università, uno studente di legge lo urtò in malo modo;

e nel chiedergli scusa, parve a Fausto che sorridesse malignamente. Era

colui forse!

Ah! se avesse potuto strappargli il suo segreto!...

Questo era avvenuto nella mattinata; man mano che le ore avanzavano, il

primo fuggevole sospetto diveniva certezza nell'animo del geloso.

Quasi senza saperlo entrò nella nota via; infilò il noto uscio; salì

in due salti le scale e si precipitò nella galleria, dove la sua povera

fidanzata stava lavorando.

Così stralunato e sconvolto le fece paura.

— Ah Fausto!.. sospirò.

— Devo parlarti. Devi rispondere francamente alle mie domande. L'ho

visto!... Tu hai sempre mentito dicendomi che non era qui!... L'ho

incontrato e.., l'ho indovinato nel ghigno beffardo!...

— Chi?.... — Si turbò e s'interruppe. Poi riprese: — Non è

possibile!... Non oserà mai più, quel vigliacco!...

— Speravi forse che interrompesse gli studi? La fanciulla allibì.

— Di che studi parli!...

— Lo sai bene perdio! gli studi di legge!... Non farò l'ipocrita! Sai

bene che parlo del contino...

E abbassando la voce pronunziò il nome di un giovine conte molto alla

moda.

Inconsapevolmente il viso di Argìa si rischiarò e un largo sospiro le

sollevò il petto.

— T'inganni, Fausto!...

Ei le aveva prese le mani e la fissava con gli occhi ardenti.

— M'inganno!... Devo crederti, poichè il tuo viso non mi nasconde che

tu sei lieta del mio errore.

Ghignò amaramente.

— Ebbene, se non è lui, è un altro: io voglio conoscerne il nome.

Questa incertezza mi è insopportabile. Non voglio morire senza

conoscerlo... Senza avergli rotta la testa! Parla: chi è?

— Che cosa t'importa, Fausto? Io morirò... E quell'uomo è lontano...

— Che cosa m'importa?!... Ah!.. Dimmi dov'è.

Ella balbettò:

— È a Pietroburgo.

— M'inganni!..

— No, Fausto: è la verità.

— Dimmi il suo nome!...

— ... Ruggeri...

— Il violinista?!... Oh!... Come l'hai conosciuto?... Dove?...

— In villa... Lo condusse il babbo...

— Ah! Questo gli somiglia al tuo babbo!...

— Povero babbo!... Mi vedeva morire per il tuo abbandono... Voleva

distrarmi...

— E tu eri contenta di distrarti, eh?.... Parla!... L'hai amato!... È

stato un capriccio violento!... Parla!...

Ella non poteva parlare; scoteva il capo in segno di diniego.

— Ma dunque! Vuoi farmi credere che ti sei data, così, ad un uomo che

vedevi forse per la prima volta; che, certamente, conoscevi appena... e

ciò senza essere pazza di lui?... Vuoi dunque che io ti creda... una...

Un riso atroce gli stirò la bocca e una parola oscena uscì fischiando

dalle sue labbra.

Egli stesso n'ebbe vergogna, e nell'ira subitanea ed inconscia di

essersi abbassato a quel punto, afferrò la giovine alle spalle, e

scuotendola brutalmente le gridò nella gola:

— Parla o ti ammazzo!... Inventa delle scuse. Menti, sii femmina! Ma

racconta qualche cosa! Non vedi che impazzisco?

— Non posso! — sospirò Argìa. — Vorrei dirti tutto... Ti sembrerei

meno... rea... Ma non posso... non so raccontare... È impossibile!.. E

poi, tu non mi crederesti...

— Vuol dire ch'è tutto falsità quello che pensi di dirmi!

— Como vuoi: io non mi difendo.

— Mi sfidi?... Maledetta!...

Si voltò per afferrare una forbice lunga, affilata, che splendeva sul

tavolino da lavoro; ma Argìa lo prevenne. Afferrata la forbice, prima

ch'ei potesse raggiungerla, se l'appressò al collo.

Bastò tale atto per far cadere la collera di Fausto, che si gettò su

lei per trattenerla, disperato, ansimante.

— Lasciami morire! — ripeteva Argìa con voce sorda. — E tu vivi, per

amor mio! Tu devi vivere e io devo morire!...

Finalmente egli riuscì a disarmarla. Allora soltanto s'accorse che,

nella lotta, Argìa si era ferita alla mano sinistra. Il sangue colava

e le goccie si fermavano come perle di granato sul vestito di flanella

celeste.

Le mani del medico tremavano così forte, ch'ei non riesciva a fasciarla.

E aveva voluto ucciderla!...

— O Argìa! Argìa!... Amore santo, amore mio unico!... Perdonami;

perdona al tuo povero Fausto che ti ha insultata, ferita... Non

togliermi il tuo amore, non rifiutarmi la suprema consolazione di

morire con te!...

Piangeva come un fanciullo, vinto da un impeto nuovo di tenerezza.

Ma Argìa aveva ritrovata la tetra calma, stato abituale dell'animo suo

in quei giorni; e con parole dolci e disperate, piene di un profondo

convincimento, gli andava spiegando le ragioni per cui egli doveva

vivere e abbandonare lei al suo destino.

— Per amor mio devi farlo!... — insisteva la misera, stringendolo fra

le sue braccia — per amor mio! Se tu muori con me, la mia agonia sarà

amareggiata dai rimorsi. Morirò disperata. Se tu mi lasci morire sola,

ti benedirò.

L'arrivo di Amelia troncò la disputa dolorosa.

Poco dopo Fausto si ritirò, e il suo ultimo sguardo, la sua ultima

stretta di mano ripeterono ancora alla fidanzata della morte, che egli

non poteva lasciarla, perchè non poteva vivere senza di lei.

La mattina seguente, egli così le scriveva:

«Non tormentarti, mia povera Argìa, con vani rimorsi: non turbare con

inutili torture questi supremi istanti.

«E perdona a me di averti tormentata con le mie insistenze. Perdona al

mio amore, alla mia intensa passione. Ora è finito: ho vinto...

«Quello che so, basta. E che mi gioverebbe sapere di più?... Intendo

quale tormento sarebbe per te ritornare su quei fatti; ricercarne i

particolari nella memoria, e ripeterli a me: intendo lo spasimo della

tua anima, l'angoscia del tuo pudore...

«Ed io stesso, quale soddisfazione ne avrei?... Una morbosa

soddisfazione che mi avvilirebbe ai tuoi occhi ed ai miei.

«Più in alto! Più in alto!...

«Ti ricordi quel che ti ho detto sul bastione l'ultima sera? Noi

dobbiamo librarci nell'infinito con l'anima serena, il cuore ebbro di

un amore rinnovato e purificato. Lungi da noi le miserie della vita

comune, le stupide convenzioni, le meschine idee ricevute. Tu non sei

niente più colpevole di me, Argìa! Lo sa la mia coscienza. Quando ti

accuso sono ingiusto: sono un povero essere debole e geloso. Tu devi

compatirmi, perdonarmi: non darmi ragione però: non mai avvilirti.

«E se tu avessi ceduto al mio barbaro intento di farti narrare ciò che

tanto ti affligge, ti saresti avvilita. Ti ringrazio, o mia Argìa, di

non averlo fatto!... Io ti amo tanto, appunto per questo tuo orgoglio.

No, tu non sei più colpevole di me. Se io non ti avessi abbandonata, tu

non saresti caduta; e se io fossi stato veramente forte, se non avessi

titubato di fronte alla suggestione della famiglia e del pregiudizio,

non ti avrei lasciata così, sei lunghi mesi; nutrendo la sciocca

pretesa che tu non disperassi di me, mentre io mi dibattevo con le mie

debolezze.

«Alza la testa stanca ed oppressa, dolce fanciulla mia! Ma non

disdegnare il tuo povero compagno. Non dirmi che vuoi morire sola. So

che nel tuo pensiero intendi di pronunciare la tua condanna e la mia

assoluzione: ma io, che per indole scruto la logica fatale delle idee

e dei sentimenti, io so quello che tu non sospetti: so che il pensiero

di morire sola ti viene da un oscuro disprezzo della mia debolezza: so

che a tua insaputa nel tuo cuore s'insinua un inesprimibile disgusto di

questo misero che muore d'amore per te, e non ha mai saputo, e non sa

neppure ora amarti come vorrebbe.

«Non protestare, Argìa, non protestare: se tu avessi cuore di

scrutarti, vedresti che ho ragione io.

«Ma tu sei donna e detesti le amare indagini. Ebbene, sii generosa:

aprimi il paradiso del tuo amore e lasciami precipitare con te

nell'eterna notte — una notte d'amore che non finirà mai.

«E se alla tua femminea generosità ripugna il crederti superiore:

ebbene, ammetti pure che siamo tutti e due egualmente deboli; due

povere creature sospinte e risospinte dalle correnti contradditorie

della vita intima e della vita esteriore: due povere anime umane

innamorate, che cercano fuori del mondo un asilo intangibile all'ideale

del loro amore.

«Addio Argìa, a domani.

«_Fausto_.»

Il romanzo della morte · 第 14 / 24 题