Era nel principio di quella ultima estate. I giorni passavano, le
settimane, i mesi, e Fausto non ritornava più da Mantova, dalle
vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a dire che donna Evangelina,
indisposta, voleva il figliuolo presso di sè.
Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse gli studi, perchè sua
madre, sempre avversa alla medicina — scienza atea — non voleva avere
un figliuolo medico; e perchè egli sposava la contessina d'Arco.
Per molto tempo, Argìa non aveva prestato fede a tale voce.
Prima di partire, stringendole le mani, Fausto le aveva detto: «A
rivederci Argìa.» Nient'altro. Ma con tale accento, con tale sguardo da
valere un giuramento.
Ah! perchè non l'avevano lasciata nella sua fede?
Perchè avevano voluto strapparle quel conforto?
Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono di Lamberti: come
se tutto il male della vita consistesse nel nutrire una vana illusione;
e non fosse peggio, mille volte peggio non averne più nessuna.
Suo padre che aveva fatto conto su quel matrimonio, era furente contro
i Lamberti, e perfino contro don Paolo.
A volte pareva abbattuto, lui che nulla abbatteva. Era il primo
schiaffo della sorte, e lo sentiva.
Un giorno, un amico venuto da Mantova disse che il matrimonio
Lamberti-D'Arco era fissato: si vedevano i due giovani andare fuori
insieme: si aspettavano le pubblicazioni che dovevano essere prossime.
Allora, come un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi, il professore aveva
preso Argìa a parte, e fatto un appello al coraggio, alla saggezza,
all'orgoglio di lei — il solito appello che si fa quando si sta per
ferire a morte una povera creatura, con una notizia perversa — egli
le narrava tutto quello che aveva sentito, aggravandolo col proprio
furore, dando carattere di verità alla semplice diceria.
Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva nelle incertezze,
la fanciulla si sentì mancare; cercò però di nascondere quello che
provava.
Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, tutto il suo orgoglio, e —
pallida come la morte, ma con apparente calma — rispose che per lei era
lo stesso: Fausto non le aveva fatta alcuna promessa!
Il padre la baciò e la lodò molto di quella fermezza.
Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: egli la voleva allegra e
felice.
E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati da ripigli di
collera che lo spingevano a nuove sfuriate contro il Lamberti.
Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di tutto per trovarle un
altro partito egualmente vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava
fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, pieni di boria, che
non volevano la figliuola di un povero professore; bisognava fargliela
vedere a quei tirchi!...
La fanciulla, che si sentiva morire, e non vedeva l'ora di essere sola
nella sua cameretta, ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente
qualche monosillabo.
Ma il professore non voleva lasciarla sola: sapeva che avrebbe pianto,
che si sarebbe intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei ritorni
dell'affetto che soffocano l'orgoglio.
Per distrarla la condusse a Milano; le fece conoscere molte persone.
Ritornando a Pavia, continuò nel proposito di farla divertire a
qualunque costo.
Lei restava malinconica, fredda, indifferente a tutto. Non basta: stava
anche male. Allora il professore pensò di mandarla in campagna. L'aria
dei campi l'avrebbe rinvigorita. Fu dunque deciso che Argìa avrebbe
passato qualche mese in villa con la cugina Carmela e Bice Chiari.
Altre amiche erano invitate a passare alcuni giorni.
Il professore si recava a trovarla due volte la settimana, conducendo
seco l'Amelia, i suoi studenti prediletti e altri amici. In tali
occasioni si ballava, si faceva musica.
Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica con passione. Anche
triste, anche affranta, quando la musica penetrava nei suoi nervi, ella
si lasciava trascinare nel vortice di un valzer e volontariamente si
stordiva. Non per questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava di
soffrire; ma era una sofferenza diversa, più acuta e nel medesimo tempo
quasi dolce, con una sensazione di ebbrezza nella disperazione.
Non durava però quello stato. Poco dopo, cessata la musica, ella
ricadeva in un abbattimento più profondo e più cupo. Allora il
professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni.
Se faceva così era inutile! Aveva perduto già due partiti: due uomini
molto agiati, non tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano
innamorati vedendola ballare, ma poi avevano mutata opinione trovandola
così malinconica e fredda. Non capiva che era una bambina? Non così
andava presa la vita. La vita era una palestra, bisognava lottare e
vincere i primi premi. L'arma della donna era la bellezza e l'amore. Il
premio, un ricco matrimonio, e il piacere di essere adorata.
Da parte di una fanciulla, l'amore andava inteso quale un mezzo per
accasarsi bene, e un passatempo piacevole: un affare e una farsa; guai
a chi ne faceva la tragedia della vita!
Gli uomini non meritavano l'amore delicato, esclusivo, spesso sublime
di certe donne. Quelle illusioni, quelle tenerezze erano margherite
gettate ai porci.
Era un pezzo ch'egli le pensava quelle cose. Finchè si trattava
delle altre lasciava correre: che gl'importava? Peggio per loro se
l'esperienza e l'esempio non le illuminava; peggio per i loro genitori
che le allevavano così stupidamente.
Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, della sua creatura
prediletta, tirata su con tanto amore, con tanta cura; ora non poteva
tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire per un uomo: avrebbe
parlato tanto finchè l'avrebbe convinta che nessuno, proprio nessuno
meritava le lagrime, il dolore di lei. Fausto meno di chiunque.
Nella passione di convincerla giungeva ad accusare sè stesso.
Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, neppure lui aveva
meritato completamente l'amore di quell'angelo di sua moglie!
Non l'aveva compresa, poverina, non aveva saputo essere abbastanza
dolce, abbastanza poetico... sebbene l'amasse realmente, come pochi
mariti amavano.
Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era stato capace di dare alla
donna amata quella felicità di amore che le donne sognavano, che cosa
poteva sperare Argìa ragionevolmente da un altro uomo? In nome di Dio,
come poteva illudersi ancora?
Pochi giorni dopo aveva un altro partito, un eccellente matrimonio
pronto per lei.
Era un collega dell'Università.
Quarantacinque anni, ma un uomo sano, benissimo conservato. Di quelli
che tengono la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla tutta in
una volta al momento buono. Diecimila lire di rendita e cinquemila di
stipendio! Un partito magnifico insomma!
Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè gli uomini erano così
indegni di amore; non voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco tra
padre e figlia, e il padre fu violento, poi debole.
Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio per lei: lui era contento
di tenersela in casa, purchè fosse allegra e si divertisse.
E continuava l'andazzo solito.
Intanto una immensa amarezza era entrata nell'animo dell'infelice sua
figlia.
Le teorie paterne la rendevano pessimista, senza ch'ella potesse trarre
da quel pessimismo il supposto profitto.
L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma si vergognava di amarlo
ancora, come ci si vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato se
avesse potuto. E adagio adagio ella faceva ogni giorno più largo posto
al bisogno di stordirsi.
Sentiva oscuramente il desiderio fatale della vendetta. Solamente,
poichè non avrebbe mai avuto il cuore di far del male a Fausto, si
sarebbe vendicata sugli uomini in generale.
Nessuno dei giovani che suo padre conduceva in villa era capace
d'interessarla. Nemmeno il professore suo pretendente che continuava a
farle la corte.
Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili da Fausto la cui immagine
l'assediava. Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica penetrava
l'animo suo e s'impadroniva di tutte le sue facoltà.
Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano insulsi e noiosi, si
trasformavano per lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè sentiva
i loro discorsi. Non sentiva che la musica; non vedeva che il turbinio
confuso, inebbriante del ballo.
E certi motivi di _valtzer_ le davano la sensazione di smarrirsi in
un vortice misterioso. Allora il braccio di un indifferente le pareva
il braccio di Fausto: e di Fausto era l'alito caldo che le sfiorava il
viso. Era lui che la portava via nell'ebbrezza.
Negli intervalli rimaneva spossata, senza idee, quasi senza coscienza.
La notte non poteva dormire, stava lungamente alla finestra,
trasognata, triste; la testa in fiamme, il cervello pieno di visioni.
Soltanto verso l'alba, quando la frescura penetrava il suo corpo,
sentiva il bisogno di coricarsi e dormiva un poco.
Qualche volta ella passava quelle ore di veglia, nella disperazione
e nel pianto. E il nome di Fausto ritornava continuamente sulle sue
labbra arse.
Una sera il Pisani arrivò alla villa in compagnia di alcuni musicisti,
tra i quali un violinista celebre; Adolfo Ruggeri, venuto da Milano per
salutare gli amici prima di partire per la capitale della Russia, dove
andava a stabilirsi con lauto stipendio.
Argìa non l'aveva mai visto.
Come sempre quando conduceva degli ospiti, il Pisani si era fatto
precedere dal cuoco. Le ragazze dunque sapevano che sarebbero arrivati
alcuni signori, ma ne ignoravano i nomi.
Verso le cinque, Bice Chiari aspettava con molta curiosità, a una
finestra del secondo piano. Argìa e Carmela erano occupate nella sala
da pranzo.
Improvvisamente la Bice entrò gridando:
— Arrivano! Hanno lasciato le carrozze in fondo al viale. Sono tre gli
ospiti!... Amelia ha un vestito nuovo tutto rosso...
Poi, dopo un momento di esitazione:
— C'è Fausto Lamberti!
Argìa diventò pallida, ma non disse nulla. Salì le scale in un baleno
e si affacciò alla finestra da cui si scopriva tutto il viale. Il
cuore le balzò. Era tra quei signori, un giovane di statura media, di
proporzioni eleganti, un po' esile; la sua testa finamente disegnata,
aveva un'aria pensosa. A quella distanza, sotto a quella luce, pareva
tutto Fausto. Una gioia ineffabile s'impadronì della povera Argìa.
— Pare proprio lui! — mormorò rivolgendosi alle amiche che l'avevano
seguita.
La comitiva avanzava discorrendo allegramente. Si sentivano le voci.
L'abito rosso di Amelia sfolgorava.
— Ah! — gridò Argìa, gettandosi tra le braccia della Carmela — non è
lui!
Più tardi, passata la crisi, cancellati i segni delle lagrime, Argìa
sedeva a tavola vicino al maestro Ruggeri, che suo padre le aveva
presentato. Era il primo uomo che le paresse degno di attenzione dopo
Fausto Lamberti.
Esisteva realmente tra il Ruggeri e il Lamberti, una di quelle
affinità per cui, in dati momenti, certe persone si rassomigliano,
mentre l'istante appresso; mutando espressione non si rassomigliano
più. Ruggeri aveva di Fausto la figura, la forma generale del viso
con piccoli baffi senza barba; e, in certi momenti l'espressione
appassionata dello sguardo. Senonchè gli occhi di Fausto erano scuri,
dolci, benevoli. Il musicista invece aveva le pupille chiare, cangianti
di tono e di uno splendore che abbagliava.
A suo malgrado Argìa era trascinata a guardarlo. E quando egli fissava
in lei lo sguardo fiammeggiante, ella provava un malessere indefinito
che la faceva tremare e impallidire.
Il musicista si accorse presto di quella attenzione timorosa e se ne
compiacque; fatuo, pensò di avere fatta una conquista. Forse credè
che Argìa fosse una di quelle donne, non rare nella società, che
volentieri accettano l'amore degli uomini in procinto di partire con la
probabilità di non ritornare per lungo tempo, o mai più.
Cominciò a guardarla con insistenza. Era una bella figliuola, per Dio!
E se fosse stata un poco compiacente...
Il fatuo non dubita di nulla; non ha scrupoli, va diritto per la
sua strada, convinto che tutto è dovuto al suo merito; indifferente
alle sofferenze altrui. Adolfo Ruggeri macchiava di questa volgare
perversità la sua anima di artista. Qualcuno gli aveva detto che Argìa
amava uno studente di Mantova poco curante di lei, e che tale amore
infelice la rendeva indifferente a tutti gli omaggi. Subito, prima di
vederla, il violinista aveva pensato: se avessi tempo proverei io a
farle la corte. Ed ora, mentalmente, egli si diceva: «Forse riesco in
una sola sera: i miei occhi fecero altre volte cotali miracoli.»
Le sue grandi pupille grigie, abbaglianti, avevano ricevuto realmente
dalla cieca natura, una strana potenza di fascinazione. Ed egli, come
se ne valeva!
La povera Argìa era assediata, mitragliata da quegli occhi, capaci di
esprimere tutti i sentimenti, senza che l'anima vi prendesse parte.
Già non era padrona di non guardarlo.
Di tratto in tratto, aveva come un barlume del pericolo: la sua volontà
si risvegliava improvvisamente, e con grande fatica ella riesciva a
tenere gli occhi bassi.
Ma non ci reggeva a lungo.
Egli le imponeva di guardarlo; ed ella doveva obbedire al fascinatore,
dopo un istante di lotta intima. Cedeva senza accorgersene, e trovava
una sorta di benessere, un dolce riposo in quell'abbandono della
volontà.
Allora le accadeva una cosa strana: non vedeva più nulla del viso di
quell'uomo; non vedeva che gli occhi. E quegli occhi scintillanti,
magnetici, imperiosi, erano di Fausto! Era Fausto che la guardava così.
L'allucinazione non durava che brevi istanti, ma era terribile.
Per fare festa al suo ospite, il Pisani aveva fatto avvertire alcune
famiglie di villeggianti vicini, che in casa sua era Adolfo Ruggeri e
che nella serata avrebbe suonato.
In campagna simili inviti non si lasciano cadere: a poco a poco la
società diventò numerosa.
Ruggeri prese il violino; uno dei suoi amici, arrivato alla villa con
lui, un eccellente pianista, si apprestò ad accompagnarlo. Col violino
in mano, Ruggeri cessava di essere fatuo: non pensava che all'arte e si
elevava con essa.
Argìa si era seduta nel posto più lontano, presso al balcone,
nell'ombra della tenda drappeggiata. Raramente nella sua vita ella
aveva avuto occasione di sentire della musica così buona. E siccome
aveva nell'anima la facoltà di comprenderla, l'impressione fu
potente... Quei suoni s'impadronirono dei suoi sensi.
Il violino di Ruggeri era affascinante come gli occhi di lui. Non uno
strumento pareva ad Argìa quel violino, bensì una voce sovrumana,
una voce misteriosa che parlava all'anima sua un linguaggio nuovo,
consolante, divino.
Dopo il primo pezzo che era di Sgambati — un po' troppo serio per la
media del pubblico ascoltante — Ruggeri volle dare un saggio anche del
suo non comune ingegno di compositore.
La notizia che il pezzo: «Canti dell'anima» deposto sul leggìo, era
lavoro dello stesso esecutore, circolò subito per la sala, e signore e
signorine si entusiasmarono anticipatamente, fantasticando su la poesia
di quel titolo.
Il pezzo era lungo, ma assai svariato. Con le armonie potenti, le dolci
e vibranti melodie, le sapienti dissonanze, gli inaspettati passaggi,
l'artista aveva voluto esprimere le diverse passioni che agitano
l'anima umana.
La bontà del pezzo, non piccola, era portata al massimo effetto dalla
meravigliosa esecuzione.
Argìa ascoltava rapita un motivo pieno di dolcezza, un lamento di cuore
infranto.
Esso le narrava l'eterna e crudele storia dell'amore tradito. Era il
canto dell'anima nel dolore.
A un certo punto ella dovette uscire sul terrazzino per non darsi in
ispettacolo e piangere liberamente.
Era una notte stellata meravigliosa. La campagna sembrava incantata.
Argìa sentiva nell'aria qualche cosa di solenne, d'inesplicabile. E la
voce del violino giungeva al suo cuore, più dolce, più appassionata.
Improvvisamente il canto patetico cessò, rotto da uno scoppio di note
selvagge come una risata infernale; e da quello scoppio, che aveva
agghiacciato l'anima della fanciulla, scaturì un motivo cristallino,
saltellante, pieno di foga e di spensierata, superba gaiezza.
Era la canzone del capriccio, giocondo, spietato, irresistibile. A
poco a poco questo si trasformava in un inno di guerra, cui faceva
seguito un canto irrefrenato, di trionfo, di tripudio. Ritornava il
motivo flebile del principio, più straziante, angoscioso. Ma la canzone
della gioia lo interrompeva perentoriamente, lo derideva, lo forzava
al silenzio, e finalmente lo trascinava con sè nella ridda vertiginosa
delle note ebbre. Argìa seguiva con ansia il tramutarsi della tenue
melodia sentimentale. Le pareva una voce di anima in pena, balbettante
i ritornelli del piacere, con delizioso terrore. Ma presto non la
distingueva più, soffocata, agonizzante, in quel tripudio di note, in
quel delirio di fantasie di affetti opposti, di ebbrezze, che pure si
fondevano in un insieme armonioso, potente, straordinario.
Così agonizzava anche l'anima di lei, in un vortice d'abbaglianti
immagini, straziata da un dolore acuto, sopraffatta da una potenza
ignota, irresistibile.
Il pezzo finiva stupendamente con un canto largo, pieno di voluttà e di
sospiri, che andava perdendosi lontano.
Uno scoppio di applausi salutò il maestro. E siccome l'entusiasmo
delle signore si prolungava un po' troppo, Ruggeri ebbe lo spirito
d'interromperlo intonando un valtzer.