VII.

Era nel principio di quella ultima estate. I giorni passavano, le

settimane, i mesi, e Fausto non ritornava più da Mantova, dalle

vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a dire che donna Evangelina,

indisposta, voleva il figliuolo presso di sè.

Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse gli studi, perchè sua

madre, sempre avversa alla medicina — scienza atea — non voleva avere

un figliuolo medico; e perchè egli sposava la contessina d'Arco.

Per molto tempo, Argìa non aveva prestato fede a tale voce.

Prima di partire, stringendole le mani, Fausto le aveva detto: «A

rivederci Argìa.» Nient'altro. Ma con tale accento, con tale sguardo da

valere un giuramento.

Ah! perchè non l'avevano lasciata nella sua fede?

Perchè avevano voluto strapparle quel conforto?

Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono di Lamberti: come

se tutto il male della vita consistesse nel nutrire una vana illusione;

e non fosse peggio, mille volte peggio non averne più nessuna.

Suo padre che aveva fatto conto su quel matrimonio, era furente contro

i Lamberti, e perfino contro don Paolo.

A volte pareva abbattuto, lui che nulla abbatteva. Era il primo

schiaffo della sorte, e lo sentiva.

Un giorno, un amico venuto da Mantova disse che il matrimonio

Lamberti-D'Arco era fissato: si vedevano i due giovani andare fuori

insieme: si aspettavano le pubblicazioni che dovevano essere prossime.

Allora, come un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi, il professore aveva

preso Argìa a parte, e fatto un appello al coraggio, alla saggezza,

all'orgoglio di lei — il solito appello che si fa quando si sta per

ferire a morte una povera creatura, con una notizia perversa — egli

le narrava tutto quello che aveva sentito, aggravandolo col proprio

furore, dando carattere di verità alla semplice diceria.

Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva nelle incertezze,

la fanciulla si sentì mancare; cercò però di nascondere quello che

provava.

Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, tutto il suo orgoglio, e —

pallida come la morte, ma con apparente calma — rispose che per lei era

lo stesso: Fausto non le aveva fatta alcuna promessa!

Il padre la baciò e la lodò molto di quella fermezza.

Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: egli la voleva allegra e

felice.

E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati da ripigli di

collera che lo spingevano a nuove sfuriate contro il Lamberti.

Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di tutto per trovarle un

altro partito egualmente vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava

fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, pieni di boria, che

non volevano la figliuola di un povero professore; bisognava fargliela

vedere a quei tirchi!...

La fanciulla, che si sentiva morire, e non vedeva l'ora di essere sola

nella sua cameretta, ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente

qualche monosillabo.

Ma il professore non voleva lasciarla sola: sapeva che avrebbe pianto,

che si sarebbe intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei ritorni

dell'affetto che soffocano l'orgoglio.

Per distrarla la condusse a Milano; le fece conoscere molte persone.

Ritornando a Pavia, continuò nel proposito di farla divertire a

qualunque costo.

Lei restava malinconica, fredda, indifferente a tutto. Non basta: stava

anche male. Allora il professore pensò di mandarla in campagna. L'aria

dei campi l'avrebbe rinvigorita. Fu dunque deciso che Argìa avrebbe

passato qualche mese in villa con la cugina Carmela e Bice Chiari.

Altre amiche erano invitate a passare alcuni giorni.

Il professore si recava a trovarla due volte la settimana, conducendo

seco l'Amelia, i suoi studenti prediletti e altri amici. In tali

occasioni si ballava, si faceva musica.

Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica con passione. Anche

triste, anche affranta, quando la musica penetrava nei suoi nervi, ella

si lasciava trascinare nel vortice di un valzer e volontariamente si

stordiva. Non per questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava di

soffrire; ma era una sofferenza diversa, più acuta e nel medesimo tempo

quasi dolce, con una sensazione di ebbrezza nella disperazione.

Non durava però quello stato. Poco dopo, cessata la musica, ella

ricadeva in un abbattimento più profondo e più cupo. Allora il

professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni.

Se faceva così era inutile! Aveva perduto già due partiti: due uomini

molto agiati, non tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano

innamorati vedendola ballare, ma poi avevano mutata opinione trovandola

così malinconica e fredda. Non capiva che era una bambina? Non così

andava presa la vita. La vita era una palestra, bisognava lottare e

vincere i primi premi. L'arma della donna era la bellezza e l'amore. Il

premio, un ricco matrimonio, e il piacere di essere adorata.

Da parte di una fanciulla, l'amore andava inteso quale un mezzo per

accasarsi bene, e un passatempo piacevole: un affare e una farsa; guai

a chi ne faceva la tragedia della vita!

Gli uomini non meritavano l'amore delicato, esclusivo, spesso sublime

di certe donne. Quelle illusioni, quelle tenerezze erano margherite

gettate ai porci.

Era un pezzo ch'egli le pensava quelle cose. Finchè si trattava

delle altre lasciava correre: che gl'importava? Peggio per loro se

l'esperienza e l'esempio non le illuminava; peggio per i loro genitori

che le allevavano così stupidamente.

Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, della sua creatura

prediletta, tirata su con tanto amore, con tanta cura; ora non poteva

tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire per un uomo: avrebbe

parlato tanto finchè l'avrebbe convinta che nessuno, proprio nessuno

meritava le lagrime, il dolore di lei. Fausto meno di chiunque.

Nella passione di convincerla giungeva ad accusare sè stesso.

Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, neppure lui aveva

meritato completamente l'amore di quell'angelo di sua moglie!

Non l'aveva compresa, poverina, non aveva saputo essere abbastanza

dolce, abbastanza poetico... sebbene l'amasse realmente, come pochi

mariti amavano.

Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era stato capace di dare alla

donna amata quella felicità di amore che le donne sognavano, che cosa

poteva sperare Argìa ragionevolmente da un altro uomo? In nome di Dio,

come poteva illudersi ancora?

Pochi giorni dopo aveva un altro partito, un eccellente matrimonio

pronto per lei.

Era un collega dell'Università.

Quarantacinque anni, ma un uomo sano, benissimo conservato. Di quelli

che tengono la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla tutta in

una volta al momento buono. Diecimila lire di rendita e cinquemila di

stipendio! Un partito magnifico insomma!

Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè gli uomini erano così

indegni di amore; non voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco tra

padre e figlia, e il padre fu violento, poi debole.

Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio per lei: lui era contento

di tenersela in casa, purchè fosse allegra e si divertisse.

E continuava l'andazzo solito.

Intanto una immensa amarezza era entrata nell'animo dell'infelice sua

figlia.

Le teorie paterne la rendevano pessimista, senza ch'ella potesse trarre

da quel pessimismo il supposto profitto.

L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma si vergognava di amarlo

ancora, come ci si vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato se

avesse potuto. E adagio adagio ella faceva ogni giorno più largo posto

al bisogno di stordirsi.

Sentiva oscuramente il desiderio fatale della vendetta. Solamente,

poichè non avrebbe mai avuto il cuore di far del male a Fausto, si

sarebbe vendicata sugli uomini in generale.

Nessuno dei giovani che suo padre conduceva in villa era capace

d'interessarla. Nemmeno il professore suo pretendente che continuava a

farle la corte.

Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili da Fausto la cui immagine

l'assediava. Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica penetrava

l'animo suo e s'impadroniva di tutte le sue facoltà.

Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano insulsi e noiosi, si

trasformavano per lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè sentiva

i loro discorsi. Non sentiva che la musica; non vedeva che il turbinio

confuso, inebbriante del ballo.

E certi motivi di _valtzer_ le davano la sensazione di smarrirsi in

un vortice misterioso. Allora il braccio di un indifferente le pareva

il braccio di Fausto: e di Fausto era l'alito caldo che le sfiorava il

viso. Era lui che la portava via nell'ebbrezza.

Negli intervalli rimaneva spossata, senza idee, quasi senza coscienza.

La notte non poteva dormire, stava lungamente alla finestra,

trasognata, triste; la testa in fiamme, il cervello pieno di visioni.

Soltanto verso l'alba, quando la frescura penetrava il suo corpo,

sentiva il bisogno di coricarsi e dormiva un poco.

Qualche volta ella passava quelle ore di veglia, nella disperazione

e nel pianto. E il nome di Fausto ritornava continuamente sulle sue

labbra arse.

Una sera il Pisani arrivò alla villa in compagnia di alcuni musicisti,

tra i quali un violinista celebre; Adolfo Ruggeri, venuto da Milano per

salutare gli amici prima di partire per la capitale della Russia, dove

andava a stabilirsi con lauto stipendio.

Argìa non l'aveva mai visto.

Come sempre quando conduceva degli ospiti, il Pisani si era fatto

precedere dal cuoco. Le ragazze dunque sapevano che sarebbero arrivati

alcuni signori, ma ne ignoravano i nomi.

Verso le cinque, Bice Chiari aspettava con molta curiosità, a una

finestra del secondo piano. Argìa e Carmela erano occupate nella sala

da pranzo.

Improvvisamente la Bice entrò gridando:

— Arrivano! Hanno lasciato le carrozze in fondo al viale. Sono tre gli

ospiti!... Amelia ha un vestito nuovo tutto rosso...

Poi, dopo un momento di esitazione:

— C'è Fausto Lamberti!

Argìa diventò pallida, ma non disse nulla. Salì le scale in un baleno

e si affacciò alla finestra da cui si scopriva tutto il viale. Il

cuore le balzò. Era tra quei signori, un giovane di statura media, di

proporzioni eleganti, un po' esile; la sua testa finamente disegnata,

aveva un'aria pensosa. A quella distanza, sotto a quella luce, pareva

tutto Fausto. Una gioia ineffabile s'impadronì della povera Argìa.

— Pare proprio lui! — mormorò rivolgendosi alle amiche che l'avevano

seguita.

La comitiva avanzava discorrendo allegramente. Si sentivano le voci.

L'abito rosso di Amelia sfolgorava.

— Ah! — gridò Argìa, gettandosi tra le braccia della Carmela — non è

lui!

Più tardi, passata la crisi, cancellati i segni delle lagrime, Argìa

sedeva a tavola vicino al maestro Ruggeri, che suo padre le aveva

presentato. Era il primo uomo che le paresse degno di attenzione dopo

Fausto Lamberti.

Esisteva realmente tra il Ruggeri e il Lamberti, una di quelle

affinità per cui, in dati momenti, certe persone si rassomigliano,

mentre l'istante appresso; mutando espressione non si rassomigliano

più. Ruggeri aveva di Fausto la figura, la forma generale del viso

con piccoli baffi senza barba; e, in certi momenti l'espressione

appassionata dello sguardo. Senonchè gli occhi di Fausto erano scuri,

dolci, benevoli. Il musicista invece aveva le pupille chiare, cangianti

di tono e di uno splendore che abbagliava.

A suo malgrado Argìa era trascinata a guardarlo. E quando egli fissava

in lei lo sguardo fiammeggiante, ella provava un malessere indefinito

che la faceva tremare e impallidire.

Il musicista si accorse presto di quella attenzione timorosa e se ne

compiacque; fatuo, pensò di avere fatta una conquista. Forse credè

che Argìa fosse una di quelle donne, non rare nella società, che

volentieri accettano l'amore degli uomini in procinto di partire con la

probabilità di non ritornare per lungo tempo, o mai più.

Cominciò a guardarla con insistenza. Era una bella figliuola, per Dio!

E se fosse stata un poco compiacente...

Il fatuo non dubita di nulla; non ha scrupoli, va diritto per la

sua strada, convinto che tutto è dovuto al suo merito; indifferente

alle sofferenze altrui. Adolfo Ruggeri macchiava di questa volgare

perversità la sua anima di artista. Qualcuno gli aveva detto che Argìa

amava uno studente di Mantova poco curante di lei, e che tale amore

infelice la rendeva indifferente a tutti gli omaggi. Subito, prima di

vederla, il violinista aveva pensato: se avessi tempo proverei io a

farle la corte. Ed ora, mentalmente, egli si diceva: «Forse riesco in

una sola sera: i miei occhi fecero altre volte cotali miracoli.»

Le sue grandi pupille grigie, abbaglianti, avevano ricevuto realmente

dalla cieca natura, una strana potenza di fascinazione. Ed egli, come

se ne valeva!

La povera Argìa era assediata, mitragliata da quegli occhi, capaci di

esprimere tutti i sentimenti, senza che l'anima vi prendesse parte.

Già non era padrona di non guardarlo.

Di tratto in tratto, aveva come un barlume del pericolo: la sua volontà

si risvegliava improvvisamente, e con grande fatica ella riesciva a

tenere gli occhi bassi.

Ma non ci reggeva a lungo.

Egli le imponeva di guardarlo; ed ella doveva obbedire al fascinatore,

dopo un istante di lotta intima. Cedeva senza accorgersene, e trovava

una sorta di benessere, un dolce riposo in quell'abbandono della

volontà.

Allora le accadeva una cosa strana: non vedeva più nulla del viso di

quell'uomo; non vedeva che gli occhi. E quegli occhi scintillanti,

magnetici, imperiosi, erano di Fausto! Era Fausto che la guardava così.

L'allucinazione non durava che brevi istanti, ma era terribile.

Per fare festa al suo ospite, il Pisani aveva fatto avvertire alcune

famiglie di villeggianti vicini, che in casa sua era Adolfo Ruggeri e

che nella serata avrebbe suonato.

In campagna simili inviti non si lasciano cadere: a poco a poco la

società diventò numerosa.

Ruggeri prese il violino; uno dei suoi amici, arrivato alla villa con

lui, un eccellente pianista, si apprestò ad accompagnarlo. Col violino

in mano, Ruggeri cessava di essere fatuo: non pensava che all'arte e si

elevava con essa.

Argìa si era seduta nel posto più lontano, presso al balcone,

nell'ombra della tenda drappeggiata. Raramente nella sua vita ella

aveva avuto occasione di sentire della musica così buona. E siccome

aveva nell'anima la facoltà di comprenderla, l'impressione fu

potente... Quei suoni s'impadronirono dei suoi sensi.

Il violino di Ruggeri era affascinante come gli occhi di lui. Non uno

strumento pareva ad Argìa quel violino, bensì una voce sovrumana,

una voce misteriosa che parlava all'anima sua un linguaggio nuovo,

consolante, divino.

Dopo il primo pezzo che era di Sgambati — un po' troppo serio per la

media del pubblico ascoltante — Ruggeri volle dare un saggio anche del

suo non comune ingegno di compositore.

La notizia che il pezzo: «Canti dell'anima» deposto sul leggìo, era

lavoro dello stesso esecutore, circolò subito per la sala, e signore e

signorine si entusiasmarono anticipatamente, fantasticando su la poesia

di quel titolo.

Il pezzo era lungo, ma assai svariato. Con le armonie potenti, le dolci

e vibranti melodie, le sapienti dissonanze, gli inaspettati passaggi,

l'artista aveva voluto esprimere le diverse passioni che agitano

l'anima umana.

La bontà del pezzo, non piccola, era portata al massimo effetto dalla

meravigliosa esecuzione.

Argìa ascoltava rapita un motivo pieno di dolcezza, un lamento di cuore

infranto.

Esso le narrava l'eterna e crudele storia dell'amore tradito. Era il

canto dell'anima nel dolore.

A un certo punto ella dovette uscire sul terrazzino per non darsi in

ispettacolo e piangere liberamente.

Era una notte stellata meravigliosa. La campagna sembrava incantata.

Argìa sentiva nell'aria qualche cosa di solenne, d'inesplicabile. E la

voce del violino giungeva al suo cuore, più dolce, più appassionata.

Improvvisamente il canto patetico cessò, rotto da uno scoppio di note

selvagge come una risata infernale; e da quello scoppio, che aveva

agghiacciato l'anima della fanciulla, scaturì un motivo cristallino,

saltellante, pieno di foga e di spensierata, superba gaiezza.

Era la canzone del capriccio, giocondo, spietato, irresistibile. A

poco a poco questo si trasformava in un inno di guerra, cui faceva

seguito un canto irrefrenato, di trionfo, di tripudio. Ritornava il

motivo flebile del principio, più straziante, angoscioso. Ma la canzone

della gioia lo interrompeva perentoriamente, lo derideva, lo forzava

al silenzio, e finalmente lo trascinava con sè nella ridda vertiginosa

delle note ebbre. Argìa seguiva con ansia il tramutarsi della tenue

melodia sentimentale. Le pareva una voce di anima in pena, balbettante

i ritornelli del piacere, con delizioso terrore. Ma presto non la

distingueva più, soffocata, agonizzante, in quel tripudio di note, in

quel delirio di fantasie di affetti opposti, di ebbrezze, che pure si

fondevano in un insieme armonioso, potente, straordinario.

Così agonizzava anche l'anima di lei, in un vortice d'abbaglianti

immagini, straziata da un dolore acuto, sopraffatta da una potenza

ignota, irresistibile.

Il pezzo finiva stupendamente con un canto largo, pieno di voluttà e di

sospiri, che andava perdendosi lontano.

Uno scoppio di applausi salutò il maestro. E siccome l'entusiasmo

delle signore si prolungava un po' troppo, Ruggeri ebbe lo spirito

d'interromperlo intonando un valtzer.

Il romanzo della morte · 第 11 / 24 题