— Fausto! — chiamò don Paolo svegliandosi — Vittorio! Perchè mi avete
lasciato dormire così tardi? Dovevo andare in Duomo, dovevo alzarmi
presto!...
I due giovani si appressarono al letto, con premura, ma senza
inquietudine. Sapevano; era sempre così.
Quando don Paolo si svegliava, non si rammentava più di nulla.
Qualunque ora fosse, trovandosi a letto, credeva fosse mattina e si
lagnava perchè l'avevano lasciato dormire troppo tardi.
Essi gli presero le mani e si chinarono su lui accarezzandolo.
— Perchè siete venuti così presto? Cosa facevate?...
— Fausto aveva da scrivere per il suo professore; io fingevo di
studiare il codice e guardavo fuori della finestra quella pazzerella di
Amelia che mi canzonava.
L'infermo sorrise vagamente alla evocazione dalla graziosa immagine.
Ma il languido sorriso presto scomparve, e due lagrime colarono sulle
scarne gote.
— Zio!...
— Caro zio!...
Don Paolo stese le mani, quasi trasparenti, sulle due teste brune, in
un gesto famigliare di benedizione e di tenerezza.
— Sono infermo... Non posso alzarmi... Me ne ero scordato!...
— Non è una infermità, è una convalescenza che si prolunga causa il
freddo; tutto passerà con la bella stagione.
Il vecchio crollò il capo e osservò che a lui era sempre stato
più favorevole il freddo. Perciò sperava poco. E poi... e poi...
secondo lui, avevano sbagliata la diagnosi. Non conoscevano il suo
temperamento. Certo, questo non faceva onore al professor Pisani, dopo
tanto tempo che gli andava per casa!... Lui aveva sempre sofferto
d'infiammazioni, e quello che faceva bene agli altri non conveniva
a lui. Del resto, diceva che la sapeva lunga sui pregiudizi della
scienza. Ammetteva che la medicina d'una volta avesse indebolita la
gente a forza di salassi e purganti; ma la medicina moderna a sua volta
non era buona per tutti i temperamenti. Ai vecchi come lui non giovava.
I medici moderni non vedevano che anemici e linfatici. Lui invece
era sanguigno. Avrebbero dovuto levargli sangue appena gli era venuto
il male. Sarebbe guarito! Ma un professore moderno sarebbe morto di
vergogna, se avesse ordinato un salasso ad un vecchio. Anche la scienza
aveva i suoi bigotti!
Fausto e Vittorio ascoltavano pazientemente, scambiando occhiate
malinconiche. Quella era la fissazione del vecchio: credersi ammalato
di pletora, mentre moriva di esaurimento!
Dopo un istante di silenzio l'abate ricominciava le sue requisitorie.
No, il buon Pisani non aveva capito niente questa volta. Eppure, altre
volte l'aveva curato benissimo. Chi sa! Forse aveva cambiato sistema.
Cambiavano sempre! Erano sempre alla ricerca di qualche cosa di nuovo.
— Zio — disse Fausto — vuole che facciamo venire un altro dottore?
Pisani non se l'avrà a male: ci penso io. Chi vorrebbe consultare? Ha
qualcuno in mente, o vuole che cerchi io?
Ancora una volta il vecchio crollò il capo, e rispose con infinita
amarezza:
— È inutile, non val la pena. Non saprei chi chiamare. Fanno tutti lo
stesso. Pisani è una autorità. Chiunque tu chiami mi ordinerà sempre
china, digitale, carne cruda o mal cotta, vino vecchio e cognac col
brodo... Non val la pena... Dopo tutto che importa?... Ho settantadue
anni... la mia vita è agli sgoccioli. Bisogna rassegnarsi. E mi
rassegnerei, se almeno non fossi così abbandonato!...
— Oh! zio!... Noi passiamo qui tutte le ore che abbiamo disponibili...
— Non dico per voi due!...
«So che mi volete bene. Ma il professore? Ma le ragazze? Come mi
trascurano!
Non era vero; tuttavia nessuno lo contraddisse.
— Argìa è stata poco bene — disse Fausto. — Ma stasera verrà e verrà
anche l'Amelia.
— Bene!... Ora vorrei mangiare. Dov'è la signora Luisa? Non ho fatto
colazione!...
— La signora Luisa sale le scale. Presto sarà pronto il pranzo.
— Il pranzo?... Ma che si pranza a quest'ora? La colazione si chiama
pranzo adesso. Tutto cambia. È il disordine delle abitudini nel
disordine delle idee!
Intanto Fausto era andato a prendere l'ampia poltrona a rotelle;
Vittorio, la vestaglia.
Approfittando della loro disattenzione, il malato frugò sotto il
guanciale e ne trasse una scatolina, dalla quale prese una pillola che
inghiottì precipitosamente con un gesto scimmiesco.
Ritornando presso di lui i giovani si accorsero subito ch'egli aveva
mutato aspetto e che i suoi occhi brillavano.
Glie l'aveva fatta alla scienza, e ne gongolava.
Vittorio diede nel gomito al cugino mormorando sommessamente:
— Ha preso la pillola! Bisognerà avvertire la signora Luisa.
L'aiutarono a scendere dal letto. Sarebbe stata una cosa da nulla, per
loro, muovere quel piccolo corpo disseccato. Ma bisognava lasciargli
credere che l'aiutavano soltanto un poco, e questo aggravava la cosa.
Appena gli si accostavano gridava:
— Faccio da me!
Ed era miracolo se non precipitava dal letto.
Ad un certo punto, mentre gridava; «Faccio da me!» cadde col viso sulle
coperte, piegato in due come un cencio.
Allora soltanto, profondamente umiliato, ma dissimulando sempre e
facendo le viste di scherzare, si lasciò prendere e sostenere.
Lo vestirono alla meglio, e lo fecero sedere in poltrona, adagio adagio
perchè le sue gambe indurite si piegavano difficilmente.
Egli si lasciava fare, un po' sbalordito, con un vago sorriso sul
labbro, un'ombra negli occhi ancora intelligenti.
La porta fu aperta senza rumore, e una donna alta e magra, vestita
di un abito di lanetta verde che pareva nuovo e contava degli anni —
sottana liscia, senza una gala, senza un drappeggio; vita a sacchetto;
goletta bianca di tela e grembiale nero — entrò nella camera mostrando
il suo viso di creatura sofferente, rallegrato da un largo sorriso
benevolo.
— Oh! signora Luisa, finalmente! Che cosa porta?
— L'acqua tepida per farle la _toilette_, come tutti i giorni prima del
pranzo. Bisogna farsi belli quando si aspettano delle belle visite; non
è vero?
— Basta che vengano poi!
— To!... Non vengono tutte le sere?
— Ohibò!... Si scordano di me volentieri... Povero don Paolo!...
Visitare gli infermi è una grande opera di misericordia; ma pochi si
curano di praticarla quando l'infermo è un povero vecchio.
Egli tacque; poi come se la piena coscienza del proprio stato gli
balenasse soltanto allora, mormorò con grande abbattimento:
— Vecchio!.. Infermo!... Ah!... non avrei mai creduto che queste cose
toccassero a me!
— Alzi un po' la testa, don Paolo, altrimenti non posso lavarle il
collo.
Lentamente il prete arrovesciò la testa sullo schienale della poltrona,
senza parlare, dolcemente accarezzato dalle cure di quella mano
femminile ancora morbida e delicata.
— Ora il pettine... Dovrebbe lasciarmeli un po' accorciare questi
riccioli, don Paolo; si arruffano troppo.
Il vecchio crollò la testa con impeto.
— No, no! No, no!
— Ebbene, no; non s'inquieti.
Fausto e Vittorio si erano un po' allontanati.
Guardavano fuori della finestra nella strada e nella casa di rimpetto.
— Verranno poi?
— Certo. Andremo a fare una passeggiata, se lui ci lascia andar via
presto.
Un leggero sorriso inarcò i piccoli baffi di Vittorio.
— Povero zio — continuò Fausto — la tabe senile lo fa impazzire anche
lui. È triste la morte a quel modo.
La governante continuava a discorrere con don Paolo, mentre lo
pettinava.
— Adesso è bello e all'ordine come un giovinotto. Vuole mangiare?
— Sì, ma accanto al fuoco.
Fausto andò a mettersi dietro alla poltrona per farla rotolare
vicino al caminetto; mentre Vittorio sosteneva delicatamente le gambe
intirizzite dell'infermo.
Quando fu a posto gli collocarono davanti una piccola tavola già
apparecchiata, e la cuoca recò la minestra.
— Siamo qui anche noi! — gridò la petulante Amelia con la sua voce
argentina, precipitandosi nella camera.
— Oh! cara Amelia! come sei bella! Più bella del solito, che è tutto
dire.
Ella era veramente leggiadra nel suo costumino di panno rosso antico,
guernito in piuma di struzzo grigio chiaro; con la piccola toque
assortita all'abito, sui capelli biondi.
— Siedi qui accanto a me: mangerò di migliore appetito.
La guardava con tenerezza; le sorrideva. E il vecchio viso consunto si
rischiarava, e gli occhi stanchi brillavano di nuova luce.
Non era soltanto una bella fanciulla, allegra, la cui vista lo
consolava: era per lui una dolce immagine della giovinezza; un vivo
riflesso del bel tempo passato.
— E la nostra sposina?
A passi misurati ma disinvolta e spigliata, Argìa, che era rimasta un
po' indietro, traversò la camera e salutò affettuosamente il «suo buon
zio.»
Il prete voleva ch'essa lo chiamasse così, anticipando sull'avvenire.
Era quasi impossibile indovinare il doloroso segreto, vedendola così
elegante e sicura. Portava un lungo mantello di felpina color lontra,
che l'allungava e l'assottigliava; e il suo bel viso appariva fresco,
verginale, di sotto al cappellino «Direttorio» della stoffa e del
color del mantello. Soltanto il suo sguardo aveva qualcosa di strano:
scattando di sotto alle lunghe ciglie, contornato dalle occhiaie
azzurrognole, leggermente affossate, esso aveva un'espressione così
intensa e addolorata, che lei stessa sentiva il bisogno di velarlo
abbassando le palpebre appena qualcuno la fissava. Anche quando si ebbe
levato il mantello, la sua figura si rivelò correttissima nelle pieghe
sapienti di una polonese riccamente drappeggiata.
— Come sa soffrire! — pensò Fausto che la osservava.
I giovani si assisero formando un circolo intorno al piccolo desco. La
signora Luisa, ritta in piedi presso all'infermo, continuò a servirlo,
rompendogli il pane, tagliandogli il lesso in minutissimi pezzi,
mescendogli da bere, badando che egli non versasse il vino nell'alzare
il bicchiere con la mano tremolante.
Imbruniva. Il crepuscolo invernale si allargava rapidamente nella vasta
camera; la fiamma rosseggiava nel caminetto.
— Come fa notte presto!
Entrò il domestico coi candelabri accesi, e accese pure la lampada
pendente dal soffitto.
— Oh! così mi piace! Ho sempre amato la luce, io, la gran luce. Faccia
il piacere, Luisa, accenda anche quelle candele laggiù accanto al
letto. Oh! bello così! L'oscurità mi è sempre parsa il simbolo della
morte...
— Dicono che in paradiso c'è tanta luce!..
— Birichina!... Dicono, già...
Egli sorrise, poi si rabbuiò improvvisamente.
— Mi dirà se le piace questa frittura, don Paolo; l'ho fatta su una
ricetta del giornale di mode che mi ha dato la signorina.
— Si occupa di mode lei, Luisa?... È per codesti sacchetti che le
occorre il giornale?
I giovani proruppero in una risata; la stessa Luisa non potè a meno di
ridere:
— Ah! don Paolo, come mi canzona!... Leggo i romanzi, non sa?...
— E le ricette di cucina — completò l'Amelia.
— Questo fritto è eccellente davvero; evviva i giornali di mode! E ora
cosa mi dà?
— Un arrosto di vitello.
— Quel fritto è piaciuto anche al babbo; l'abbiamo fatto l'altro
giorno. C'era anche il dottor Fausto — la birichina lo chiamava sempre
così. — Ma lui non si accorge di queste cose... vive d'aria come mia
sorella.
— E d'amore! — completò l'abate con un piccolo sospiro.
— A proposito del babbo: mi ha detto di fare le sue scuse se non è
venuto oggi; non ha potuto; verrà questa sera.
— Bravo! Ci bisticceremo.... Ah! Luisa, questo non è buono. È coniglio!
La governante protestò; era vitello del più fine.
Ma don Paolo crollò il capo e respinse il piatto con una sorta di
orrore.
La governante portò via l'arrosto mal venuto, abituata a questi
capricci del malato.
— Vuole un _bifstec?_
— No... non voglio più carne. Quel coniglio mi ha disgustato. Dammi il
dolce.
— Ma, che cos'ha coi conigli, don Paolo? Il signor Fausto ne voleva
tenere l'anno passato per certi esperimenti, ma non fu possibile...
— Canaglie di medici!... Tormentano anche le bestie!
— È per la scienza, zio...
Il vecchio alzò le spalle.
— Bella scienza, che dopo tante fatiche, tanti tormenti e tante
pretese, ci lascia invecchiare e morire come prima! Quanto ai conigli
essi mi rammentano una delle più tristi e forti impressioni della mia
infanzia.
— Racconti, don Paolo!... Racconti!
— Sono vecchie storie che non possono interessarvi.
— Cattivo don Paolo! Ci mette in curiosità e poi non vuol raccontare! —
esclamò l'Amelia accostandosi al vecchio con un gesto vezzoso, come una
gattina che fa le fusa.
— Racconti, don Paolo!
— Racconti, zio!...
Argìa e Fausto si scambiarono un'occhiata. Se ora don Paolo si metteva
a raccontare, addio passeggiata.
— Ah! ragazzi, voi non sapete... _Nessun maggior dolore che ricordarsi
del tempo felice nella miseria!_
— Era felice allora, don Paolo?
— Ero un fanciullo, e adesso sono un vecchio. Voi non potete intendere
questa verità che io vi dico. La sola, grande ventura della vita è la
gioventù con la salute; la sola, irreparabile infelicità è la vecchiaia
co' suoi malanni.
— Eppure vi sono tanti giovani infelicissimi.
— Efflorescenze, caldane!... Io darei vent'anni di vecchiaia felice per
un solo mese delle vostre grandi infelicità!
— Ah! don Paolo — esclamò la governante — Si vede bene che lei è stato
un uomo fortunato. Io ho quarant'anni; ma preferirei averne tutto di un
colpo sessanta, piuttosto che tornare indietro ai miei venti.
Il prete la guardò stupito; poi, volgendo ai giovani una delle sue
occhiate maliziose di vecchio impenitente, mormorò a mezza voce:
— Povera figliuola, capisco!
Ma i giovani non sorrisero. La sola Amelia strinse il bocchino, poi
tornò a insistere sui conigli. Non che lei fosse curiosa di quelle
vecchie storie; ma le piaceva di far dispetto ai due fidanzati che
indovinava impazienti. Don Paolo cominciò:
— Avrò avuto circa otto anni; mio fratello cinque o sei. Avevamo un
precettore, certo don Bortolo, un buon diavolo di pretonzolo ignorante,
assai bell'uomo se ben ricordo, robustissimo: nato certo per tutt'altra
professione. Più che maestro, don Bortolo era un compagno dei nostri
giuochi; meglio che in biblioteca si passava il tempo in corte o in
giardino; fra noi tre, e due conigli che un amico del babbo ci aveva
regalati, ci si divertiva un mondo. Più d'una volta don Bortolo era
sgridato per colpa nostra. In compenso noi lo si amava quasi quanto
Nino e Bianchetto, i due bei conigli. Bianchetto era candido e portava
al collo un nastrino celeste che mi aveva regalato la mamma: Nino aveva
le orecchiette nere e portava un nastro rosso. Il nostro primo pensiero
la mattina appena alzati, era di correre in corte a trovare i conigli
che ci venivano incontro come due cagnolini.
«Una mattina — credete, mi pare adesso — la mamma disse che non si
doveva andare in corte, che faceva freddo. Allora io domandai che Nino
e Bianchetto fossero portati in cucina. La mamma si allontanò senza
rispondere, e la cuoca si mise a ridere sgangheratamente. — Andiamo
a dirlo a don Bortolo — mormorò Carlo che è sempre stato più furbo
di me. Tutti e due ci avviammo alla camera del precettore che era
quella dove dorme Vittorio. Eravamo certi che Bortolo avrebbe trovato
il modo di accontentarci. Ma si era appena salite le due prime scale,
allorchè i nostri occhi stupiti, enormemente spalancati, rimasero in
contemplazione di una cosa orrenda, incredibile, che ci appariva sulla
terrazza al di là del finestrone. Erano — o almeno parevano — i corpi
di Nino e Bianchetto appesi per le zampine alla corda del bucato. Le
testine piatte penzolavano nel vuoto, con le orecchiette floscie.
«Carlino cacciò un urlo, io sentii come un rivoltolone nelle mie
viscere; mi parve di cadere, vacillai; poi ad un tratto, preso da un
impeto che centuplicava le mie forze, traversai l'andito in due salti
e mi trovai sulla terrazza. Carlino che si era attaccato ai miei abiti,
inciampò, cadde e si rialzò senza lamentarsi, ammutolito nel terrore.
«Non vi so dire, sebbene io lo senta ancora, quello che provai quando
vidi le due pelli dalla parte interna, con le tracce del sangue
rappreso, la testina vuota, le zampette sparate; mi si oscurò la vista,
sentii un gran freddo nella schiena, e rimasi intontito. Ma nel mio
cervello era un subbuglio di idee confuse. Nino e Bianchetto ridotti in
quello stato... Perchè? Come?...
«Li avevano ammazzati.... come la cuoca faceva coi polli... Per questo
rideva la cuoca!... Erano morti... Non li avrei riveduti mai più...
Mai più avrebbero giuocato con noi... mai più... mai più!... E il
terribile enigma della morte in cui il mio pensiero infantile non si
poteva fissare, paralizzava il mio spirito inconscio con le sue truci
immagini. Le impressioni sono in noi e la loro intensità è raramente
subordinata all'importanza della causa. Per me fanciullo, quella fu una
impressione di prima forza, ed ebbe influenza su tutta la mia vita. La
sento ancora. Quando ho visto morire mio padre, quella prima immagine
tragica si riaffacciò alla mia memoria; capii che fino da quel momento
avevo avuto la percezione dell'immane tragedia, che sempre ci sta sopra
e a cui nessuno sfugge.
— Nervi delicati, sensibilità squisita e precoce: malattia di famiglia
— osservò Fausto con un sorriso.
— E chi aveva ammazzato Nino e Bianchetto? Quell'ipocrita di don
Bortolo, scommetto!
— Proprio lui. Irritato perchè gli mangiavano certi legumi ch'egli
aveva piantato in un angolo del giardino! Quando noi lo si seppe, fu
uno scoppio di collera e di indignazione. Lui, don Bortolo?! Uno che
diceva di volerci bene, che giuocava con noi, che faceva le carezze
alle due bestiole come le faceva a noi!... Le nostre anime candide non
potevano concepire tanta crudeltà. E con la fiera logica infantile, ci
si diceva che don Bortolo avrebbe potuto ammazzarci noi pure. Appena
lo vedevo, fuggivo trascinandomi dietro Carlino, pazzo di terrore e di
odio. Naturalmente egli dovette andarsene dalla nostra casa. Mi ricordo
che piangeva, e mi fece un certo senso. Ma quando si accostò per
baciarmi, voltai la faccia. L'orrore che egli m'ispirava soverchiava
ogni altro sentimento.
Il narratore si arrestò improvvisamente: era stanchissimo e la sua voce
aveva un suono così fioco e debole che appena si sentiva.
Dopo alcuni istanti riprese:
— Ho parlato troppo, ragazzi, non voglio farmi sgridare dalla «Facoltà»
che mi troverà spossato!... Perciò andatevene; approfittate della mia
discrezione. Io tornerò a letto.
— Noi accompagneremo le signorine in casa Donati, poi verremo a pranzo;
vero Luisa che abbiamo il tempo?
— Ricordatevi del povero vecchio; è un'opera di carità visitare gli
infermi.
Le ragazze protestarono gentilmente: era un piacere per loro...
Poi gli strinsero la mano e chinarono le giovani teste, che egli
benedisse col suo gesto famigliare e paterno.