V.

L'aria umida e nebbiosa diacciava il viso.

— Camminiamo lesti — disse l'Amelia allo zoppino che le si era messo al

fianco.

— Si va in piazza Castello?

— Sì.

Entrarono nel Corso Vittorio Emanuele, la strada principale della

città. Qui la luce era un poco più viva in grazia dei negozi. Gruppi di

studenti fermi sui marciapiedi chiacchierottavano, guardando le poche

donnine passanti per caso. Altri scendevano il corso cantarellando, per

recarsi al solito caffè o alla solita osteria, dove li aspettavano i

soliti compagni e la inevitabile partita alle carte.

Fausto e Vittorio scambiarono alcuni saluti.

Le due coppie camminavano in una sola fila: le due ragazze in mezzo, i

due giovani, uno per parte.

Andarono così, quasi senza parlare, fino in fondo al Corso.

Quando giunsero in piazza Castello, Amelia e Vittorio cominciarono

a discutere sul monumento a Garibaldi che Amelia difendeva sempre

contro gli scherzi satirici del futuro avvocato; non perchè a lei

importasse qualche cosa del monumento, ma per il semplice gusto della

contraddizione.

Disputando affrettarono il passo e si staccarono dai compagni.

Argìa e Fausto continuarono a camminare lentamente uno accanto

all'altra. Tacevano.

— Vuoi il mio braccio?

Ella si appoggiò senza rispondere.

— Hai freddo?

— No...

— Tremi...

— Anche tu...

Tacquero nuovamente.

Lenta, grigia, fumante, la nebbia saliva dalle acque, scendeva dalle

nubi, impadronendosi dello spazio. Tutte le cose ne erano avviluppate.

I contorni svanivano. La piazza appariva più vasta; le case più

lontane. Un rivenditore di castagne passava come un'ombra gridando

la sua merce. Le fiammelle del gas prendevano toni rossastri, senza

splendore.

Il vecchio castello, trasformato in caserma, pareva una enorme massa

nera coperta di fumo denso; e in mezzo al fumo guizzavano di tratto in

tratto languidi lumicini, come le prime scintille di un incendio che

cova.

Una tromba squillò, rimbombando nello spazio.

Argìa e Fausto sedettero un momento su una panchina; ma presto si

rimisero a camminare.

La passeggiata dello stradone che essi ricordavano così animata, era

deserta. I grandi candelabri centrali non si accendevano più; ogni

cosa entrava nell'abbandono invernale, che rende così tristi i luoghi

destinati alla ricreazione estiva.

Si sentiva da lontano un tram che arrivava e le campanelle attaccate al

collo dei cavalli tintinnavano malinconicamente.

Davanti al ricovero «Pio Albergo Pertusati,» Vittorio si fermò per

interrogare Fausto sullo stato di un certo giovane che aveva subita una

terribile operazione sotto il professore Pisani.

— È in grave pericolo...

— Il babbo spera ancora!

A poco a poco Vittorio e Amelia, spinti dal freddo ripresero il passo

affrettato e si allontanarono.

— Dunque, Fausto? Hai pensato alla mia partenza? — domandò Argìa.

Egli ebbe un soprassalto e strinse violentemente il braccio che

s'appoggiava al suo.

— Non posso pensarvi.

— E allora?...

— Non so!...

Ricaddero nel loro silenzio affannoso, oppressi da una invincibile

agitazione.

Finalmente Argìa mormorò:

— Non mi resta dunque che il suicidio... O lasciarmi ammazzare dal

babbo appena saprà... È orribile!

— Consolati... Moriremo insieme, io ti farò coraggio...

Sentendosi vacillare, Argìa si appoggiò con più forza. Fausto si fermò,

le cinse la vita col braccio destro, poi con l'altro le accerchiò le

spalle e se la strinse al petto in un impeto disperato.

— Ti amo! — singhiozzò — Ti amo tanto!...

— Io non voglio che tu muoia!

— Morire con te è ormai la sola felicità a cui aspiro!...

Rimasero un momento così, stretti, nella suprema dolcezza, come rapiti.

Lo stradone era completamente deserto. In alto, sul bastione, Amelia e

Vittorio ridevano, e le loro voci giovani, cristalline, si allargavano

nel silenzio della notte.

— Oh! Fausto! Fausto! tu non devi morire! Io sola, se mai, io sola!

Egli sospirò profondamente, mentre le sue labbra si piegavano a un

amaro sorriso.

— Bambina!... Io solo, «se mai», come tu dici. Poichè tu troveresti

ancora una ragione alla vita nell'amore della tua creatura... A me

invece non resta più nulla, nulla! Dammi ancora un bacio!

Un rumore di passi li fece riscuotere.

— Andiamo più in su; saremo più tranquilli.

Cominciarono lentamente la salita del bastione, lei ansando un poco

nel busto troppo serrato, provando un senso penoso di vergogna tutte

le volte che il suo compagno era costretto a fermarsi un istante per

lasciarla rifiatare.

— Dove sono loro?

— Camminano in là, sull'erba del contrafforte; li ritroveremo poi. Ci

aspetteranno come le altre volte, sull'ultimo spalto. Siediti qui un

momento, sei troppo stanca.

Sedettero sul parapetto.

Il bastione andava giù a picco, in un praticello acquitrinoso, solcato

da un rigagnolo e contornato da una roggia, che formava una cascatella

il cui rumore saliva dolcemente. Di tratto in tratto una locomotiva

lanciava un sibilo dalla vicina stazione sepolta nella nebbia.

Si provavano le macchine. Un treno partiva o arrivava.

— Partire! — mormorò Argìa sospirando. — Andare lontano lontano. Vivere

ignoti...

Fausto si scosse e crollò il capo.

— Si sarebbe sempre noi due!

— Vuoi dire che non si dimenticherebbe mai! — esclamò la fanciulla dopo

un istante di riflessione. — Questo lo so anch'io; te l'ho già scritto.

— Un amore come il mio non dimentica nulla. Tu mi hai ben compreso.

— Quello che io non comprendo — riprese Argìa con la voce velata dalla

commozione — quello che non so spiegarmi è che tu voglia protrarre

questo stato d'incertezza, questa commedia inutile. Perchè non ti

stacchi da me? Perchè non mi abbandoni al destino mio?

— Perchè non posso. Non capisci? Non posso. Ti amo più che mai; e

tu sei persa per me! persa irreparabilmente. Non posso rassegnarmi a

questa perdita. Come vedi è una cosa semplicissima. Non posso amare

la vita senza di te, e nemmeno sopportarla. Per questo ho risoluto di

morire. Non è un sacrificio che ti faccio: è piuttosto una grazia che

ti domando: lasciami morire con te.

— Oh! Fausto! tu vuoi morire!

— Sì. Senti: se potessi vivere senza di te, se potessi dimenticarti, ti

abbandonerei, come dici tu, al tuo destino; poichè, in fondo, ti odio!

Ma l'amore unito all'odio diventa più forte, più tenace.

«Non sapevi questo eh,?... Neppure io! Adesso lo so. Ti odio perchè

sei stata di un altro e perchè non sei quella che io credevo: non

sei la mia fanciulla. Dopo l'ultima lettera che mi hai scritto ho

capito anche meglio quanto ti amo e quanto ti odio. Io, con te, sarei

sempre infelice; anche se per una grazia impossibile della sorte

potessi dimenticare il maledetto fatto. Anche se potessi cancellarlo:

fare che non sia successo. Sarei infelice perchè tu hai pensieri,

sentimenti, istinti, che mi ripugnano in una donna; che stimo contrari

alla felicità famigliare, quale io l'ho sognata. Sei giovine e non ti

conosci abbastanza. Ma io ti ho compresa meglio, io so come saresti e

cosa penseresti da qui a dieci anni. Tutta contraria a me saresti: mi

giudicheresti con la tua intelligenza e mi troveresti illogico, poco

generoso. Cesseresti di amarmi, ne sono certo. Per questo voglio che tu

muoia con me, adesso che mi ami.»

— Ah! dunque non sei più tu che vuoi morire con me; bensì io che devo

morire con te? È strano!

— È strano apparentemente soltanto. È logico se pensi che io morirei in

tutte le maniere. È una cosa così: una cosa irrimediabile. Dacchè ti ho

penetrata, dacchè ti condanno, tu mi affascini, come non mi avevi mai

affascinato; e sento di amarti come non t'avevo amata mai, neppure in

sogno.

Egli parlava a voce bassa, con una intonazione dolce e molle come se

avesse dette le cose più semplici e naturali. Una blanda esaltazione

s'era impadronita del suo pensiero. E Argìa si lasciava penetrare a

poco a poco, e si lasciava vincere da quella sottile ebbrezza. La testa

appoggiata sulla spalla di lui, le palme abbandonate, essa lo ascoltava

chetamente. Quella voce soave la cullava; quelle parole appassionate la

trasportavano fuori del mondo.

Dopo un silenzio che durò alcuni istanti, Fausto riprese:

— Questo stato dell'anima mia è incomprensibile a me stesso. Non

saprei scrutarne la natura. Le cause mi sfuggono. Davanti a certi

misteri dell'anima e del sentimento siamo tutti ignoranti. La scienza

dà una formula, come la fede un dogma. Il fenomeno resta inesplicato

e il mistero ci deride. La sola cosa che io so è che l'amor mio,

quest'amore nuovo che mi lega a te, è di sua natura indistruttibile;

ma so pure che mi deve distruggere. E il perchè di tale distruzione

lo intravedo. Ci dev'essere troppo distacco, troppa disarmonia fra

quest'amore e la mia indole, fra le idee a cui quest'amore si collega

e le idee e gl'istinti che la tradizione e l'eredità mi hanno dato.

Le idee vecchie e i sentimenti ereditati vivono in me di una vita

troppo tenace. Una volta credei di averli domati con la scienza. Ma la

scienza non è che un'astrazione superba senza l'esperienza della vita.

Davanti alla scienza, gli astuti finsero di cedere, e si accovacciarono

nella parte più intima del mio essere. Adesso che si tratta di una

vera battaglia sanguinosa, li ritrovo più forti, più implacabili e

baldanzosi. Perchè io potessi vivere, bisognerebbe sradicare le vecchie

idee dal mio cervello e strappare dal mio cuore i vecchi sentimenti:

oppure, strappare questo amore, come si strappa una escrescenza

pericolosa e deforme. Una operazione chirurgica come tante altre! Ma

vi sono operazioni apparentemente facili, alle quali certi individui

apparentemente robusti non possono resistere. Un'altra cosa questa, che

la scienza non mi spiega!

Egli ebbe un riso strano e tacque un istante, come sorpreso dalle

immagini indeterminate, tumultuose che si affollavano nel suo cervello.

A poco a poco la sua fronte eretta incontro alla brezza fredda, si

chinò; e le sue labbra cercarono le labbra della fanciulla.

— Oh! i tuoi baci!... i tuoi baci!... Se si potesse baciarsi sempre e

non pensare mai!...

«Del resto tu hai intuito il mio stato scrivendomi che una felicità

inferiore a quella che avremmo avuta — o immaginata — senza la tua

disgrazia... ti sarebbe intollerabile. Soltanto, la parola «inferiore»

non dipinge la situazione: non dice quello che io sento. La gioia

che provo quando ti stringo fra le mie braccia è suprema gioia,

insuperabile ebbrezza. Non vi può essere felicità maggiore. Ma questa

felicità è avvelenata da un dolore senza nome e senza misura. È uno

stato difficile a intendersi, più difficile a spiegarsi, lo stato

dell'anima mia ammalata. Sento nel medesimo tempo tutta la soavità di

un amore immenso e tutta l'amarezza dell'odio divoratore. Una vita così

— tu l'hai compreso — non è possibile sopportarla: nessuno la potrebbe

vivere. Ma per morire insieme non si potrebbe immaginare nulla di più

inebbriante. La nostra morte sarà deliziosa!

— Oh! sì! — mormorò Argìa, stringendosi sempre più fortemente al petto

di lui.

— Sì, t'intendo!

E dopo un istante di silenzio, con nuovo impeto mormorò:

— T'intendo, sì!.. Guarda l'acqua laggiù come c'invita!... Senti

come ci chiama teneramente! Lasciamoci cadere laggiù, da questa

altezza. Moriremo subito. E non si potrà mai sapere se siamo caduti

per imprudenza, o se abbiamo voluto morire. Il primo caso sembrerà

più probabile. Stretti in un amplesso, i nostri cuori cesseranno

di palpitare nel medesimo istante e le nostre anime si involeranno

insieme...

Fausto la interruppe, crollò il capo e si alzò.

— No, Argìa, no!... Alzati! andiamo! Non voglio cedere alla tua

vertigine. Non così, non così... Tu non hai capito. La nostra morte

deve essere una festa, un tripudio. E poi, i nostri corpi devono

rimanere nascosti, il più che si può... M'intendi? La mia gelosia

sorpassa la morte.

Tornò a stringerla ed a baciarla quasi in delirio.

— Io vorrei morire subito — mormorò la fanciulla. — La morte è incerta

come la vita!... Forse un istante simile non ritornerà mai più. Moriamo

subito, Fausto!

Curva sull'abisso nero, ella fissava il vuoto con gli occhi intenti,

ascoltando la cascatella che ridacchiava in fondo al muraglione.

Si sentiva attirata da un fascino misterioso.

Ma Fausto la strappò via.

— Vieni, Argìa, vieni! Più bella deve essere la nostra fine, più

poetica. Vieni!

Le circondò la vita col braccio robusto e trascinandola, quasi

portandola, s'allontanò rapidamente per fuggire quella tentazione,

il cuore palpitante di un gaudio nuovo, la fantasia abbagliata da una

visione luminosa di amore eterno, infinito.

Il romanzo della morte · 第 9 / 24 题