III.

Don Paolo non doveva rimettersi più di quell'attacco: ma la catastrofe

era giudicata lontana. Passati i primi giorni, lo avevano ricondotto

a casa sua, a Pavia; la paralisi si era dichiarata e sarebbe andata

progredendo di giorno in giorno, lentamente, ma inevitabilmente fino

all'ultima estinzione delle forze. Una fine malinconica, ma senza

grandi dolori e confortata da molte illusioni.

Donna Evangelina e l'avvocato Lamberti si erano recati a visitare lo

zio; anche il signor Carlo Giudici era accorso al letto del fratello,

dimenticando i vecchi rancori, forse sperando in un repentino mutamento

nelle intenzioni dell'infermo. Son casi che accadono. Più di una volta

un testamento si trasforma completamente negli ultimi giorni di vita e

l'erede principale diventa l'ultimo. I moribondi hanno strani capricci.

Il signor Carlo doveva certo averne fatte di queste saggie

considerazioni partendo da Milano. Ma giunto a Pavia trovò donna

Evangelina installata al letto dell'infermo, e s'arrabbiò tanto che

ripartì subito. Non c'era mezzo di snidarli «quegli usurpatori.» Egli

si sfogava a chiamarli così, senza vedere il sorriso fine di donna

Evangelina che aveva l'aria di non accorgersi di nulla, gentilissima e

affettuosa con lui come col canonico.

Ma dopo una quindicina di giorni anche donna Evangelina se ne ritornò

a Mantova col marito, poichè don Paolo poteva durare anche un anno,

secondo l'opinione del professor Pisani e di tutti i medici.

Quanto all'eredità, ella non aveva alcun dubbio. Suo zio Paolo non

poteva deluderla; ma zio Carlo aveva torto di andare in collera con

lei: lei non faceva proprio nulla per influenzare il canonico. Era una

simpatia, così; quasi una idea fissa del vecchio poeta. Del resto,

dacchè il suo Fausto doveva sposare Argìa, ella era diventata tanto

indifferente a tutto, che non si sarebbe accasciata per nulla anche se

don Paolo avesse cambiato il testamento.

Intanto però il Pisani aveva approfittato della presenza dei genitori

di Fausto per stipulare definitivamente le condizioni del matrimonio;

il quale era stato fissato al prossimo carnevale, o alla Pasqua,

secondo lo stato in cui si sarebbe trovato don Paolo.

Altri quindici giorni erano trascorsi così senza alcun avvenimento

importante.

Don Paolo, affidato alle cure della sua governante, del nipote

Vittorio, e del pronipote Fausto, e sopratutto del professor Pisani,

tirava innanzi come un condannato a morte che aspetta la grazia.

I due giovani gli dedicavano tutto il tempo di cui potevano

disporre. Di solito, essi studiavano e scrivevano nella vasta camera

dell'infermo.

Vittorio recava con sè il suo umore gaio, esilarante; Fausto nascondeva

sotto a una dolce malinconia e una profonda tenerezza, il cordoglio che

lo struggeva.

Così diversi d'indole, essi si amavano fin dall'infanzia e si

accordavano perfettamente.

Nessun rancore dalla parte di Vittorio: nessun sospetto nel cuore di

Fausto.

Giovani, nel vero significato della parola; il cervello pieno di sogni

e di speranze sublimi, erano rimasti estranei alle lotte d'interessi

che mettevano tanta freddezza tra le loro rispettive famiglie; non

avevano mai provate le ansie del denaro, gli acuti morsi di desiderii

non potuti soddisfare; le fiere smanie del godere e del comparire.

Creature privilegiate.

In fondo Vittorio poteva stare sicuro che, se Fausto era ricco, a lui

non sarebbe mancato mai nulla; e d'altra parte Fausto poteva credere

fermamente che, se tutte le sue ricchezze fossero sfumate, Vittorio

avrebbe diviso con lui anche il frutto del proprio lavoro.

Vittorio aveva ereditato per atavismo il carattere e la mente di don

Paolo; gli rassomigliava in tutto, meno la bellezza. Era poeta come

lui, epicureo geniale, amabilmente scettico e inconsciamente filosofo.

Si sentiva disposto alla conquista del mondo; ma se mai tale conquista

gli fosse fallita, era certo di trovare qualche consolazione a tale

sventura in sè stesso.... od in altri.

Se fosse stato bello avrebbe dato tutto il suo cuore a una donna...

o alle donne, poichè pure questo dipende dal caso. Essendo zoppo e

sapendosi poco adatto al gusto delle femmine in generale, avrebbe

voluto sfuggirle. Ma non ci riesciva: la vita gli appariva troppo

stupida senza il loro sorriso.

Si sarebbe accontentato di essere il loro amico, il loro confidente, e

fantasticava una di quelle intellettuali amicizie che, talvolta, legano

due cuori meglio dell'amore.

Anche quel giorno Vittorio fantasticava, mentre don Paolo dormiva nel

suo bel letto di noce intagliato, sotto al padiglione di raso celeste,

e mentre Fausto scriveva.

I suoi pensieri fluttuavano davanti al codice aperto e abbandonato

sopra un piccolo tavolino che gli serviva di provvisoria scrivania

nella camera dell'infermo.

Certo non pensava al codice. I suoi occhi spaziavano nell'azzurro

immaginario, straniero affatto al cielo nebbioso dell'autunno pavese.

L'azzurro era per lui nella casa dirimpetto, dove Amelia Pisani

accostava di tratto in tratto il visino alla invetriata di un balcone

del primo piano, spiaccicando spietatamente la punta del suo nasino per

fare dei segni bizzarri, delle smorfiette satiriche.

Di tratto in tratto Vittorio le sorrideva, o la minacciava furiosamente

col gesto; poi faceva mostra di rimettersi a studiare; ma l'istante

appresso tornava a distrarsi.

All'altra estremità della camera — una camera immensa, riscaldata dal

calorifero che dalla cantina diramava le sue arterie per tutta la casa,

e rallegrata dalla fiamma del caminetto — Fausto scriveva curvo sul suo

tavolino.

Aveva da fare un resoconto di clinica.

Il tavolino sul quale scriveva era nel vano di una finestra che

dava sulla corte. Egli sedeva dunque voltando le spalle a Vittorio,

alla finestra di strada e alla casa dei Pisani. S'era messo così per

concentrarsi di più. Voleva assorbire tutto il suo spirito nel lavoro;

dominare l'affannosa inquietudine, nasconderla alla chiaroveggenza di

Vittorio.

Non aveva preso ancora nessuna risoluzione; o meglio, ne prendeva una

tutti i giorni; ma tutte cadevano sotto la riflessione.

Una sola persisteva a ripresentarsi: la più disperata.

Per essere libero, per non sottostare a veruna influenza esteriore,

per avere tutto l'agio di fare quello che avrebbe risoluto, egli doveva

innanzi tutto custodire gelosamente il terribile segreto: nascondere a

tutti gli occhi ciò che avveniva nell'animo suo.

E di questo essenzialmente egli si preoccupava, sebbene gli costasse

uno sforzo supremo quella continua finzione. La sua salute languiva

sotto a quel peso: la sua intelligenza, già così lucida, aveva momenti

di tenebre.

E se a forza di torturarsi riesciva a dissimulare il dolore che lo

straziava, non era in potere suo nascondere le occhiaie livide, le

guancie pallide e l'evidente stanchezza di tutta la persona.

Fino a un certo grado tali segni di malessere si potevano attribuire

alle notti insonni ed alla grande inquietudine che doveva cagionargli

lo stato di don Paolo.

Ma egli inorridiva di sè notando la crescente indifferenza con cui

assisteva il povero vecchio, e quella sostituzione di causa gli

ripugnava.

Per fortuna sua madre era partita. Se fosse rimasta ella gli avrebbe

letto nel cuore, e il crudele segreto si sarebbe forse rivelato

da sè medesimo agli occhi vigili e alle affannose investigazioni

dell'inquietudine materna.

Povera mamma sua!

Nella tenace preoccupazione egli si era staccato con una soddisfazione

amara da quelle braccia amorose. Povera mamma! Quanti dispiaceri le

aveva dati: quanti doveva dargliene!...

Prima l'aveva rattristata con la passione delle scienze positive, che a

lei, educata a cercare la pace e la felicità nella sottomissione alle

tradizioni, ispirava una specie di terrore; poi, l'aveva contrariata

nel suo desiderio di vederlo unito ad una fanciulla nobile e ricca;

infine, trascinata ad approvare una unione che a lei non pareva bene

assortita... Ah! se ella avesse saputo fino a qual punto... Ma non

doveva saperlo. Egli non voleva. Argìa sarebbe morta ed egli sarebbe

morto con lei portando nella tomba il loro segreto. Nessuno doveva

sapere che Argìa non era degna...

Questi pensieri passavano in turbinante visione traverso lo spirito del

giovine medico, mentre la sua mano correva febbrilmente sopra la carta

scrivendo le parole della scienza, che il cervello connetteva quasi

meccanicamente.

Quand'ebbe finito gettò la penna e restò un momento sopra pensiero.

Poi trasse dal petto una lettera; la spiegò; la lisciò col palmo della

mano, la guardò a lungo, e infine si mise a leggerla, attirato dal

fascino misterioso che da essa emanava.

L'aveva già letta parecchie volte; ma il suo spirito vi ritornava sopra

continuamente.

«Tu vuoi sapere — scriveva Argìa — il nome di colui; sapere i

particolari di un fatto che, meglio per noi se lo si potesse

dimenticare! Il nome conta poco. Quell'uomo è lontano e tu non lo

conosci. Ma i particolari?... È impossibile! Io stessa rifuggo dal

ripensarvi, e quando vi penso provo una vertigine.

«Te l'ho già detto, meglio sarebbe stato che tu mi voltassi le spalle,

senz'altro cercare, appena hai saputo... che non potevo essere tua

moglie.

«Abbandonata a me stessa avrei presa una risoluzione, buona o cattiva.

Mi sarei buttata dal ponte, dove il Ticino è più fondo, o sarei fuggita

per vivere sola e nascosta con la mia creatura, che avrei amata forse,

malgrado tutto.

«Questa sospensione sull'abisso è più crudele della morte.

«Questa commedia che tu mi hai imposta, questo fingerci in buon

accordo, simulando una felicità che è un incubo, mi fa paura e mi

umilia. Quanto più tu sei buono con me, tanto più mi sento avvilita.

«Ah! se avessi saputo che tu mi amavi così!... Se avessi saputo... Ma

tu puoi pensare che io dico queste cose per avere una scusa ai tuoi

occhi e questo mi umilia più di tutto.

«Senti, se fosse possibile l'impossibile, cioè che tu mi sposassi per

salvarmi, io mi ammazzerei piuttosto che accettare. E ti amo sai, ti

amo di un amore così grande che non mi par vero di avere ancora in

me la forza di amare tanto. Ma di vera felicità per noi non ce ne può

essere, ormai, in nessuna maniera. Ed io preferisco morire, o vivere

sola, lontana, vituperata, piuttosto che vivere con te pensando sempre

alla felicità che non si può avere più. Ho paura che ti odierei. Vi è

dentro di me un sentimento strano di cui non mi rendo conto. Forse è la

mia perversità? In ogni modo è tanto forte questo sentimento, che non

lo posso vincere. Devo dirtelo?

«Ti sembrerà mostruoso. Ecco, in fondo, io non mi posso convincere di

meritare la morte, nè il disonore, nè il disprezzo... e meno che mai

il perdono che tu potresti accordarmi, un perdono che intorbidirebbe la

fonte di tutte le nostre gioie, un perdono di cui leggerei, sempre, nei

tuoi occhi l'angoscia od il pentimento!...

«Da dove mi vengono questi pensieri? In quali libri li ho letti? Chi me

li ha suggeriti?...

«Non so, Fausto; non so. Li ritrovo in me, come erbe maligne cresciute

spontaneamente in un orto mal custodito. Sono pensieri perversi,

contrari a tutto quello che mi hanno insegnato; ma non potrei

sradicarli dal mio cervello.

«Certo questo ti deve convincere che io non ero donna per te, in nessun

caso. Tu non puoi stimarmi e il tuo amore non è che una illusione. Io

non ero la donna che tu sognavi. Per quanto ti avessi amato, forse non

sarei mai riuscita ad amarti come tu vuoi essere amato. Giustamente tua

madre mi vede di mal'occhio. Ella mi ha intuita: non ero nuora per lei.

Meglio così. Questo convincimento ti guarirà. Sarai ancora felice: io

non avrò il rimorso di avere distrutta la tua vita, la tua felicità.

«Intanto, ti prego, ti supplico: lasciami al mio destino, se non puoi

o se non vuoi aiutarmi a fuggire, o a morire; liberami almeno da questa

terribile commedia che tu mi hai imposta: non ne posso più.

«Anche con tua madre hai voluto che fingessi! Ma perchè? Con quale

speranza? Quella finzione con tua madre mi è pesata oltre ogni dire.

Come mi guardava, lei, con quell'aria aristocratica; come si sforzava

ad essere gentile per farti piacere!... Ma neppure lei è nata per

simulare. Sentivo che le ripugnavo. E se non ti avessi data la mia

parola di non parlare, le avrei detto: «Stia tranquilla, non se ne farà

niente!» Sono sicura che allora mi avrebbe abbracciata con un vero

slancio di riconoscenza. Povera donna!... Non si è potuta tenere: ha

detto, ch'ero veramente troppo matronale per una fanciulla!

«Oh! Fausto! Per il bene che ti voglio e che tu mi vuoi, finiamola

presto questa commedia. Io soffoco. Presto non mi potrò più nascondere

in nessun modo. La gente comincerà a parlare... e incolperanno te!...

Mi sento gelare tutte le volte che mio padre mi guarda. Se si accorge,

se lo piglia la collera, una di quelle sue collere rapide e cieche,

è capace di ammazzarmi, o di ammazzare te, il primo che gli capita! E

poi?... Tutta la famiglia disonorata; rovinata per colpa mia!

«Lasciami partire. Ho pensato. Andrò dalla zia Geltrude a Napoli.

Partirò da Milano approfittando della gita che devo fare la settimana

ventura, per certe spese, con mia cugina Carmela. Appena partita

scriverò a mio padre che sono andata via perchè non ti amo e non

ti voglio sposare. Tu gli dirai che sapevi; e a poco a poco, se

sarà necessario, gli scriverò tutto. La zia Geltrude mi nasconderà

in qualche luogo. Napoli è grande. Dopo... quando sarò guarita...

m'imbarcherò per l'America del Nord: so un po' d'inglese: so lavorare

da sarta: lavorerò; dicono che in America pagano molto meglio il lavoro

delle donne. Mio padre si consolerà... Ha tanti mezzi di consolazione,

lui!... E tu pure, Fausto, tu pure!

«Addio!

«Non credere che io non ti ami!... Ti amo, ti amo...

«Ma preferisco che tu mi creda fredda amante che desiderosa di scusarmi

ai tuoi occhi per farmi perdonare. Appunto perchè non voglio essere

scusata, non te li posso raccontare i particolari che tu mi chiedi.

«Sii discreto. Io non ti domando nulla a te. Eppure ce li hai anche tu,

i tuoi segreti. Fortunatamente per te, i tuoi non hanno conseguenze.

Ho pensato tanto e mi sono convinta che non vi è altra differenza.

Soltanto per questo, io sono colpevole e tu sei innocente.

«Vedi?... Sono così. Consolati, non hai perso nulla di buono: non la

donna mite ed inconsapevole: non la santa e soave compagna.

«Sono quasi tranquilla pensando che mentre ti addoloro, ti do pure un

forte rimedio che ti sanerà.

«Stasera ci vedremo a casa tua. E se non pioverà, quando ci

riaccompagnerete tu e Vittorio, proponi di fare una passeggiata.

Vittorio e Amelia correranno avanti come il solito, e noi si potrà

parlare.»

Fausto restò alcuni momenti con gli occhi fissi su quei caratterini

minuti; poi ripiegò il foglio e se lo cacciò nel petto.

Era disperato, sopratutto perchè Argìa aveva ragione: non era donna

per lui: non la dolce e ingenua compagna che egli aveva sognata. Questa

convinzione che avrebbe dovuto guarirlo, lo esasperava.

Invano si ammoniva a dimenticarla. Invano si diceva che avrebbe dovuto

aiutarla a partire, aiutarla a vivere lontana, per quell'affetto

amichevole preesistente all'amore, che nulla poteva cancellare; e non

pensarci più.

Perchè non se ne sarebbe consolato? Aveva la famiglia, la scienza,

una giovinezza ricca di entusiasmi. Per distrarsi poteva ricorrere al

mezzo più efficace: viaggiare. I denari non gli mancavano. Se non aveva

più voglia di studiare poteva smettere. E nel mondo lontano avrebbe

forse incontrata un'altra fanciulla, candida e serena, con la quale

ricominciare il dolce romanzo, senza rancori, senza vergogne.

Eppure questo non gli giovava.

Con sorda collera, cui si mesceva una specie di terrore, egli doveva

riconoscere che la sua passione era ingigantita dopo l'orribile

scoperta. E quanto più si affannava a combatterla, tanto più cresceva.

Non poteva sottrarsi a quel fascino: un fascino acre e penetrante, che

si attaccava ai sensi e allo spirito.

I suoi desiderii d'innamorato si irritavano presso a quella falsa

vergine che conosceva le segrete voluttà dell'amore. E l'istinto

dominatore del maschio — fortissimo in lui — si esasperava di fronte a

quella inconscia ribelle.

E quel mistero che non gli era dato squarciare; quell'uomo ignoto,

sempre presente al pensiero — fantasma inafferrabile di un eterno

incubo — dava un senso di vertigine, un carattere di ossessione alle

voluttuose visioni che lo perseguitavano.

In mezzo a queste battaglie dei sensi, egli chiamava a soccorso il suo

forte intelletto, la saldezza vigorosa dell'animo suo.

Ma l'aiuto sperato mancava.

Il suo intelletto subiva, come i suoi sensi, una irresistibile

attrazione.

Invano l'avevano educato con le massime tradizionali e i pregiudizi di

una famiglia severa, nella quale l'elemento aristocratico e l'elemento

borghese si fondevano mirabilmente per formare uno dei più saldi

puntelli della vecchia società. Invano egli aveva portato seco, nel

nascere, la sua parte di eredità atavista nei nervi e nel sangue:

invano aveva assorbite fin dall'infanzia le idee preconcette della

provincia e della famiglia. Troppa luce di scienza era entrata nel suo

spirito; troppe nuove idee vi si erano maturate.

E in forza di queste nuove idee, egli la scusava quella colpevole: il

giudice diventava difensore. E a marcio dispetto del proprio istinto

di borghese, il giovine studente, già quasi medico, l'entusiasta

adoratore della scienza, sentiva che Argìa aveva ragione di non potersi

convincere che il fallo commesso la rendesse degna di un castigo

terribile, nè del disonore, nè di un perdono umiliante: ragione, di

ribellarsi alla confessione particolareggiata ch'egli voleva da lei. I

pensieri che germogliavano, per semplice intuizione, in quella povera

anima martoriata, erano giusti; e nulla avevano in sè di perverso.

Erano pensieri e sentimenti derivanti dai principii scientifici e

liberali ch'egli stesso aveva abbracciati con entusiasmo, allorchè

non poteva dubitare di trovarsi in lotta con essi: ignaro dell'enorme

differenza che passa tra il pensare da filosofo e da scienziato, e

l'operare da semplice uomo nelle vicissitudini della vita.

Fausto non era un debole, nè un retore, nè uno di quegli uomini

condannati a rimanere in perpetua oscillazione tra una fede e l'altra,

tra due opinioni disparate. Egli era forte, entusiasta, e la sua

evoluzione si doveva compiere immancabilmente in un senso o nell'altro.

Ma egli si trovava per la prima volta nell'attanagliante vicenda. E le

antiche massime succhiate col latte, e i pregiudizi necessariamente

assorbiti, e l'istinto autocratico di maschio, fortificato dalla

millenaria abitudine delle fibre e dei muscoli, tenevano forte in

questo giovine rampollo della vecchia società, e non potevano mutarsi

senza uno schianto di tutto l'essere.

La gelosia poi irritava il suo orgoglio, nel medesimo tempo che

eccitava i suoi sensi; e cercando ausiliari da per tutto, li trovava

appunto nei vigorosi istinti, nelle abitudini ereditarie; e con essi

lo spingeva alla reazione, suscitandogli in cuore un oscuro bisogno

di vendetta; facendo sorgere, nella sua mente scomposta, insensati

pensieri di punizione.

Un combattimento mortale questo, titanico; nel quale la volontà

impotente si abbandonava volta a volta al soffio più gagliardo: una

lotta capace di sorgere così violenta soltanto in una organizzazione

eccezionale.

Perdonarle, sposarla, la sua povera Argìa; accettare siccome proprio

il figliuolo di cui ignorava il padre: o meglio, fuggire con lei,

vivere accanto a lei, nell'appagamento della passione consumatrice che

non poteva divellere dal proprio cuore: ma andare lontano assai, in

un paese sconosciuto, in una terra vergine, dove nessuno gli avrebbe

chiesto lo stato di famiglia e le fedi di nascita, queste catene del

mondo civile!

Tale, il voto affannoso del cuore innamorato, la richiesta imperiosa

della carne.

Ma l'orgoglio non lo concedeva; ma tutte le altre potenze dell'essere

si ribellavano gridando che sarebbe stata la più codarda viltà.

Lei stessa, fiera e nobile a sua volta, non avrebbe accettato: lo

diceva francamente nella sua lettera.

Dunque: vivere con lei... No! Abbandonarla?... Neppure.

Una sola uscita si presentava al desolato spirito: un unico

scioglimento per quel dilemma: morire con lei.

La morte livellava tutto: la morte li salvava tutti e due dalla

bassezza e dalla disperazione. La morte, questa fatalità misteriosa

che fa dell'uomo un essere predestinato e gl'imprime in fronte il

marchio della sventura, da cui sgorga la sublime pietà e la ineffabile

tenerezza: la morte si presentava a lui come una madre amorosa, che

apre le braccia possenti e si stringe al seno i disperati figliuoli.

Egli si fermava in questa contemplazione e andava inebbriandosene a

poco a poco.

Che cosa sarebbe mai stata la vita senza quel rifugio supremo, senza

quell'ombra misteriosa dell'_al di là_, che mette in così alto rilievo

i deboli conati di una breve esistenza?

La invocava; la chiamava amica degli uomini: divina consolatrice.

Per lui veramente essa era l'amore e la libertà.

Debole uomo gli pareva di non poter sciogliere i vincoli che lo

legavano alle tradizioni, ai pregiudizii.

Ma con l'aiuto della morte spezzava tutto!

Mostrava agli uomini il suo disprezzo per una vita schiava ed

incompleta: diceva chiaramente a tutti, che piuttosto di venire a

patti con le miserie della vita, con le inevitabili debolezze, voleva

scendere nel sepolcro, libero e forte, e con l'amor suo.

Dunque? Era deciso: sarebbero morti insieme!

Il romanzo della morte · 第 7 / 24 题