CAPITOLO VII[192]

Io ho avuto paura de tre cose:

D’esser d’animo povero e mendico,

Io so che tu m’entendi senza chiose,

De servire altrui e despiacere,

E perder per lo mio defecto amico;

Onde io so’ ricco, quanto al mio vedere,

Chè speso ho el tempo de mia poca vita

In acquistar scienzia et onore

Et in seguire altrui con l’alma unita.

Non per ricchezza fra li boni ho loco;

Non val ricchezza a povertà de core,

E poco vale a chi conosce poco.

S’io avessi conoscenza, qual io bramo,

De le bestie, sì como de li umani,

Non amaria molti ch’io amo. [L. c. 69]

Amore e anche l’odio desface

La cognoscenza con li penser vani,

Fin che ven iorno che speranza tace.

Porresti dubitar perchè ciò dico?

E io a te: Perchè son nati multi,

Che parlano secondo el tempo antiquo,

Chè a saver cose meraviose

Ove non è fructo, dicono li stulti,

Snizzando le lor bocche desdegnose.

Grande è la pena qui e plù lo tacere; [C. c. 66 t.]

Convience de partir da questa gente,

Che d’omini non nacque ma de fere,

Rengrazio ’l mio Signor che non me fece

Del numero de quisti da niente,

E de intellecto che non me desfece.

Un om iuva cento, e cento no iuva uno;

Tant’è ’l valor de l’om, quant’ha intellecto,

E quanto ha al mondo de grazia dono;

Assai è ricco l’om po’ ch’è contento;

E meglio è conoscenza con defecto,

Che non ricchezza con viver in stento.

Non ebbi, n’averò, nè ho mai spene

In om che viva, sì ch’è d’avanzo

S’io conseguisco el non pensato bene.

Per te si’ bono, non sperando in omo;

Chè troppo ha sale la cena col pranzo

De l’altrui pane, tu vidi ben como.

E tu a me: Omai è tempo et ora,

Con questa gente, de parlar tacendo,

Ove cotanta ignoranzia demora.

Or dimme de queste ombre che vedemo,[193]

Prima ch’io faccia quel ch’è diffinendo,

Chè ’l tempo te non lassi. O quanto io temo!

Ombra non è altro che celata luce

Da corpo tenebroso che receve

Lo raggio che dirietro non traluce. [L. c. 69 t.]

Secondo che la luce è alta o bassa,

L’ombra cossì diversa e qui advene;

Per più veder in ciò la mente spassa.

E tu a me: Omai vorria sentire [C. c. 67]

Qual’è quell’ombra che chiami reversa,

Che la deritta so ben che vol dire.

Che onne corpo ch’è diritt’en piano

Facendo, como vole, umbra reversa,

Questa è deritta da presso e lontano.

Se corpo astile cade sopra torre,

Quell’ombra si è reversa che tu vidi,

Che varia secondo che ’l Sol corre;

Questa crescendo, la deritta scema,

E ciò converso, voglio che te fidi,

Chè ver te dice qui onne mio tema.

Perchè, quanto la luce è plù da presso

Dal corpo, tanto fa l’ombra menore,

Et è maior, quanto è più da cesso?

Lu raggio ch’è da presso è in sè unito,

Despargese lontano lo splendore;

Guarda lu lume e leva su ’l to dito.

Perchè tremano l’ombre ne l’extremo?

Guarda lo Sole che ven per fenestre:

Dal gran Magistro doie rasone avemo.

Trema la spera de lo Sol movendo,

O l’aire move ’l Sol con soe palestre?

La prima e la seconda qui commendo.

E tu a me: Perchè l’ombra più dura,

Io dico, de le nocti de lo verno;

E varia d’estate soa figura?

E io a te: In ciò pun cura e guarda:

Se li signi son d’inverno, i quai discerno,

La nocte che ciascun so moto tarda,

Ne l’oriente nascono directi [C. c. 67 t.]

Dal Cancro fin a la stella che sagetta:

Guarda la Spera in ciò se ti delecti. [L. c. 70]

E l’altri signi, se po’ nascono torti,

Ciascun nascendo lo so moto affretta;

Io so che quisti ditti a te son forti.

Da Capricorno fin al doppio segno

Nascono torti di verno nel iorno;

La nocte è altri sopra ’l nostro regno.

Li signi dritti nascono d’istate;

Non varia già mai el moto diurno

Le nocte che dal primo li for date.

Tene ciascun signo a nascere doie hore;

Sei nascono de iorno, e sei de nocte,

Secondo ch’è el voler del lor motore.

Vinti quattro hore è el iorno naturale;

Tucte l’hor non son oguali ma dirocte,

Io dico del iorno artificiale.

El quale è tanto, fin che ’l Sole alluma

Una fiata tucto l’orizzonte;

Cossì la gente lui chiamar costuma.

Arteficial è ditto, perchè l’arti,

De fin che ’l Sol non posa, tegnon fronte;

Or te sia a mente se de qui te parti.

E tu a me: Or dimme se quest’ombra

È luce o corpo o natural acto,

Chè ’n gran penser de ciò la ment’ingombra.

Ascolta qui che ciò ch’è qualitate,

Io dico, in concreto et in abstracto,

Natura, che sia corpo, ciò non pate.

Sopra le cose corporate e mixte. [C. c. 68]

La luce è forma, io dico, excellente,

Tolta da li occhi perchè onn’omo atriste.

E tu a me: Or questo onde procede,

Che senza luce l’om deven dolente?

E io a te: Natura ciò concede.

Li spiriti son lustri per natura,

E simele con simel se conforma;

Cossì li spiriti, con la luce pura, [L. c. 70 t.]

Ciascun attrista l’ombra, quando apprende.

Sì como dal contrario se disforma

De l’allegrezza che prima comprende.

Com’io distinguo qui, fa che si’ attento,

Poi saverai de la luce tucto

El termene del vero, ch’io sento.

Dico, la luce in dui modi s’entende:

O quando, distinguendo, nasce fructo,

O quando, per fallazia, alcun contende.

La luce ch’esce da lu primo agente

Ha luminoso corpo, und’è activo;

Cossì è forma sustancialmente:

El fulgure de lei che cerca ’l mixto,

Ch’è obiecto del senso motivo,

È accidente. Qui plù non resisto.

Più ch’io non voglio dir, intendi et odi

La luce, distinguendo, in questi modi.

L'Acerba · 第 121 / 144 题