Quando il cavaliere Codicini seppe il resultato della mia visita,
non si scoraggiò molto; egli sapeva bene, che, dopo le sue antiche
gesta, l’innamorata doveva essersi staccata da lui. Si sarebbe fatto
un mediocre concetto di una ragazza, la quale, in condizioni simili,
fosse ricascata nella stessa trappola. Era contento di essere odiato
un poco, perchè l’odio è ancora un sentimento, diceva lui, non tanto
lontano dall’amore come sembra volgarmente. «Solo che è l’opposto,»
osservai melanconicamente. «È il rovescio della medaglia, mi
rispose; ma è ancora la medaglia. Ah! se Tizia fosse arrivata davvero
all’indifferenza, la cosa sarebbe quasi perduta!» E io, per carità di
prossimo, non gli dissi che vi era proprio arrivata.
Ma vi era proprio arrivata? Mi sarei aspettata che, dopo una notte
d’insonnia, l’amica mia mi piombasse in casa all’alba, se non pentita
del rifiuto, se non mansuefatta all’idea di ripigliare la croce d’una
volta, almeno almeno inpensierita della pessima nottata che le avevo
fatto passare. Invece, aspettò due giorni prima di venirmi a trovare;
e, quando si lasciò vedere, se non dicevo io che Codicini era stato a
prendere la risposta, essa non avrebbe fiatato di lui.
Ancor che non volesse sapere nulla, io le dissi tutto. Essa rimase
silenziosa per un poco, poi mandò un sospiro, non a lui nè ad altri,
ma solamente all’etere, come si dice; poi rise, senza voglia, per
abitudine, poi si fece seria per annunziarmi una nuova moda che le era
piaciuta immensamente.
Per pagare il tributo alla moda, io non mi feci pregare: ma tanto,
prima che Tizia se ne andasse, mi provai a dire guardandola ben bene in
faccia.
— A me puoi dire tutto; è quasi un tuo debito, perchè, se così non
fosse, a che servirebbe essere tu l’amica mia migliore? Quella notte
(sottolineavo «quella») non hai potuto dormire perchè pensavi all’uomo
che doveva essere lo sposo tuo, e non volle, e ora sarebbe pronto se tu
volessi. Ma tu non vuoi.
Verissimo. Tizia confessò francamente chè quella notte era stata
bianca per lei; ma non ammirò la mia perspicacia. Non l’avevo io vista
piangere alle mie parole?
Aveva poi preso sonno all’alba, e quando Diego Corona era venuto a
darle il buon giorno, poi ch’essa non era andata come il solito da lui,
gli aveva svelato tutto quanto le capitava.
E Diego Corona?
Diego Corona si era taciuto per intendere meglio il caso difficile
della sua figliuola. Ma non era un caso difficile, per fortuna. Essa
non sarebbe mai stata fidanzata un’altra volta all’uomo che l’aveva
quasi condotta fino all’altare, per piantarla.
— Benissimo! diceva Diego Corona.
— Meglio sposa al primo venuto che a lui, aveva dichiarato Tizia.
— Meglio! aveva confermato Diego Corona. Non le mancherebbero partiti,
ancorchè essa non avesse una grossa dote, e le fosse toccata la
sventura di perdere lo sposo sulla porta della chiesa. Tutto stava
a non pretendere il marito giovane. Vi sono degli uomini maturi,
ma solidi, anche vedovi, anzi meglio vedovi... con i quali la vita
coniugale è una festa....
Tizia aveva osservato ridendo che, in ogni caso, essa si
accontenterebbe di uno solo di questi uomini maturi, anche vedovi...
senza volerne un reggimento.
Diego Corona aveva risposto che infatti, se egli aveva parlato di molti
mariti, è perchè già ne aveva quasi pronto uno... ma non disse altro.
Dunque Codicini, cioè il cavalier Codicini, ero proprio condannato?
Condannato proprio.
Tizia però era contenta di non poter odiare il suo antico innamorato,
perchè ora, sapendo che egli si vantava di avere dovuto cedere ad una
_necessità orrenda_ nel momento di piantarla col suo fardelletto di
nozze, quando questa necessità le fosse stata messa davanti ed essa
l’avesse riconosciuta legittima per quanto orrenda, l’odio suo sarebbe
cessato ed allora era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così, no; se
anche la _necessità orrenda_ le fosse dimostrata, l’avrebbe lasciata
quella di prima, cioè _indifferente_.
Ma Tizia avrebbe pianto anche più di _quella sera_, per pietà di lui e
della miserabile sorte che aveva condotto lei da un grande amore alla
perfetta calma.
Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni e sempre nelle ore
che il babbo era all’uffizio, tanto che non essendosi ancora trovato
con lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla delle sue visite. E
perchè le visite potessero continuare e perchè egli aveva una gran fede
in questa continuazione, che a me sembrava invece non dovesse approdare
a nulla di buono, un giorno venne poco dopo l’ora della colazione e
non tardò a entrare in materia. Dopo di aver visto il trionfo soltanto
nella mia complicità segreta, quel giorno lo vide meglio in una
complicità più larga. Si fece complice anche il babbo.
*
* *
Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un po’ odiato dalla sua antica
innamorata e perciò a un pelo di innamorarla un’altra volta, un giorno
della stessa settimana, visto uscire dal portone di casa Diego Corona
per correre al telonio, si fece un gran coraggio; invocò tutti i santi,
salì le scale lentamente e dopo essere rimasto un pezzo a contemplare
il bottone del campanello senza sapersi risolvere ad approfittarne,
ne approfittò tanto poco che la fantesca non si mosse di cucina. Ma
un eroismo fa come le ciliege, ne tira un altro; e il cavaliere toccò
lungamente il bottone, e dopo un breve intervallo di silenzio già si
preparava a ripetere la dose, quando la fantesca venuta sull’uscio,
domandò: chi è?
E prima ancora che il cavaliere si precipitasse dal pianerottolo, o
si annunziasse per quel che era, la porta della sua felicità gli si
spalancò tutta quanta.
— La signorina è in casa?
— Non so, rispose la fantesca, perchè le avevano insegnato a dire così;
e lasciando il visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio
d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne andò a _vedere_.
E poco dopo tornò a dire che la signorina era uscita.
— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente il cavaliere.
Sì, ma non era in casa.
Senza manco avvedersene, l’innamorato si trovò dietro l’uscio e poi
sulle scale e poi in istrada, dove soltanto si arrestò per riflettere.
Che la signorina fosse in casa, non ne poteva dubitare, ma essa
sicuramente, al punto d’incontrarsi col suo innamorato d’un tempo, non
se ne era sentita il coraggio.
Perchè mai le donne dovrebbero essere più forti degli uomini? Non è
forse vero che il cavaliere Codicini, se fosse stato introdotto in
salotto, non era ben sicuro di arrivarvi vivo e sano? E che al momento
di andarsene, se una cosa l’aveva consolato della sconfitta, era il
ritardo al colloquio tanto desiderato. Dunque?
Per poco non cercò anche l’alleanza di mio cugino, arrivato in quel
punto; ma questo chimico benedetto si mostrò così ribelle al primo
incontro, manifestando una svogliatezza, un languore, un mal di capo,
da scoraggiare il meglio intenzionato.
Quel giorno il cavaliere se ne andò sconfortato e il cugino dottore
rimase peggio.
Quando il babbo andò a pigliare il cappello, per correre all’uffizio,
Augusto scattò come una molla.
— Ma questo cavaliere che incontro ogni volta quando vengo da te... che
significa?
— Significa probabilmente che tu vieni qui di rado, e che egli viene
più spesso di te.
— Non altro?
— Nient’altro, mi pare.
— E ha egli confessato che il suo nome vero è Ramelli, che aveva
promesso di sposare la tua amica Tizia.
— Sì! l’ha confessato.
— E ora che vuole?
— Vuole....
Veramente non avevo il diritto di servirmi di una confidenza, ma potevo
io lasciar sospettare cose diverse dal vero?
— Vuole... una cosa impossibile.
— La tua mano?
Ah! Ah! che bella e buona risata fu allora!
— E ti pare che per domandare la mia mano fosse necessario,
assolutamente, essere stato il fidanzato di un’altra e che quest’altra
fosse proprio la mia amica migliore? Lo comprendi anche tu... manco
male.
Sì, ora comprendeva anche lui.
— Ma allora che vuole?
— Vuole che la mia Tizia lo sposi; sei contento?
Egli era proprio contento; io no.
Avevo fatto male a svelare un arcano che non mi apparteneva, e glielo
dissi.
— Sono una stupida, dovevo tacere; questa confidenza non era cosa mia,
ho fatto male.
— Un giorno saprai tutto, mi disse.
Io sapevo tutto da un pezzo, ma mi piacque non intendere.
Il cavaliere, pensando meglio al caso suo, capì che piombando come un
fulmine accanto alla fanciulla amata, avrebbe commesso un’imprudenza
grave; ma perchè bisognava pure spiegare la _necessità orrenda_, senza
di che non era possibile ricuperare la posizione d’una volta, decise
d’aspettare il padre all’uscita dall’uffizio, fermarlo in istrada e
spiegarsi bene.
Senonchè quel giorno Diego Corona aveva tardato ad uscire e il
cavaliere Codicini aveva temuto invece d’essere lui in ritardo; dunque
risalì le scale di Tizia un’altra volta.
E ci trovò insieme, perchè io avevo passato due ore con la mia buona
amica, e stavo per andarmene, quando il campanello ci annunziò una
visita.
Saputo che era Codicini, il quale domandava del babbo, fu una titubanza
lunga.
Dovevamo lasciare il salotto per farvi andare lui?
Sì, era il meglio; ma allora Tizia pretendeva che io mi fermassi,
e intanto Brigida mi guastava il risotto e mi dava un saporino di
casseruola al tonno in salsa di pomidoro. Ma il cavaliere poteva
aspettare in anticamera, e allora a me non sarebbe stato possibile
passargli sotto il naso senza farmi scorgere.
Fortunatamente, mentre durava l’incertezza crudele, il campanello sonò
un’altra volta.
— È il babbo! disse Tizia riconoscendo il suo modo speciale.
E subito, mentre la fantesca correva in anticamera e noi di corsa nella
vicina stanza e il babbo e il cavaliere si avviavano in silenzio al
salotto, Tizia, escita da ogni perplessità, mi disse in gran collera:
— È una persecuzione. Che cosa crede di guadagnare in questa sua
miserabile commedia? Io non lo so proprio. Guadagnerà sicuramente ch’io
lo ripiglierò ad odiare, a quest’ora mi ha seccata assai.
Per tacito accordo rimanemmo un poco in silenzio ad ascoltare quel che
diceva il cavaliere a Diego Corona. Egli non disse nulla per un po’, il
tempo di penetrare bene in salotto fino ai piedi del divano.
— S’accomodi, consigliò bruscamente il signor Corona.
E il cavaliere s’accomodò senza dir nulla; poi fu ancora il babbo di
Tizia a interrogare, e la sua parola fu meno brusca di prima, forse per
lo spettacolo miserando che aveva sott’occhi.
— Mi vuol dire che cosa l’ha condotto da me?
Allora il cavaliere sospirò forte, e quel sospiro passando per la porta
socchiusa, arrivò alla mia pietà, ma non al cuore di Tizia.
Essa mormorò dispettosa: «Commediante!» senza batter ciglio, guardando
la parete di fondo.
Ora il cavalier Codicini parlava sottovoce e il suo mormorio lungo non
fu mai interrotto da Diego Corona, ma disgraziatamente non arrivò fino
a noi.
Diego Corona, con voce mansuefatta, domandò che cosa potesse fare per
contentare quell’ombra di genero ormai svanita per sempre.
Dopo un lungo silenzio la voce di Diego Corona empì la casa, come mi
parve, dichiarando che quanto a lui non avrebbe visto nulla di male
che _la cosa_ si accomodasse, ma aveva un forte sospetto che la sua
figliuola non volesse più.
— Ma quando ella saprà ogni cosa; perchè ad essa dirò tutto tutto... se
vorrà....
Guardai il viso impassibile dell’amica mia; essa guardava sempre la
parete e non battè ciglio.
— Vuole che io le vada a dire?...
Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego Corona si affacciò nel
vano dell’uscio; stette un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava
positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato sulla parete, egli
chiuse l’uscio alle sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino
alla figliuola. Le prese la testina pallida con le due mani e le lisciò
lungamente la fronte.
— Vuoi? interrogò.
Tizia fece di no.
— Che cosa vuol confessare a me, se non poteva confessarla a mio padre?
E che vuol confessare a me, se prima ha bisogno ch’io stessa _voglia
sapere_? Vagli a dire ch’io non voglio sapere nulla.
Diego Corona lisciò ancora il visino pallido, e non sapendo che
decidere, prese una mia mano, poi si decise; ma innanzi di spingere
l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora.
La risposta nel gran silenzio fu la medesima; allora Diego Corona
scomparve.
Sentii che diceva:
— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se lei ha da confessare qualche
cosa che, detta a me, possa modificare....
Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire la necessità orrenda, o
forse necessità orrende non ve ne erano; il certo è che non fiatò.
— No, no, no, disse forte, per fare arrivare la voce fino a noi, è un
segreto che non mi appartiene. Sappia la signorina ch’io sono molto
infelice.
Qualche parola sommessa di Diego, un affrettato rumore di passi nel
corridoio, e il cavaliere Codicini lasciò la casa.
Sicuramente il cavaliere non sarebbe tornato mai più.
Finalmente lo sguardo di Tizia si staccò dalla parete per fissarsi nel
mio.
Ancora una volta la sentii ripetere:
— Commediante!
Poi rise nuovamente e mi abbracciò.
Diego Corona, tornato in gran fretta, dopo aver accompagnato fino
sull’uscio il genero perduto, ci annunziò ch’egli aveva dovuto farsi
una gran forza per non piangere prima di lui.
— Egli ha pianto? domandai.
— Almeno ne ha avuto una gran voglia... ne sono sicuro.
Tizia crollò le spalle, sembrando dire che se gli fosse piaciuto di
piangere, lo avrebbe fatto senza molta fatica. È tanto facile piangere
e ridere.
Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo.
— Bimba, che hai? domandò il padre.
— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo di cose cattive: dispetto,
collera, odio.... Mi fa tanto bene.