VII.

Quando il cavaliere Codicini seppe il resultato della mia visita,

non si scoraggiò molto; egli sapeva bene, che, dopo le sue antiche

gesta, l’innamorata doveva essersi staccata da lui. Si sarebbe fatto

un mediocre concetto di una ragazza, la quale, in condizioni simili,

fosse ricascata nella stessa trappola. Era contento di essere odiato

un poco, perchè l’odio è ancora un sentimento, diceva lui, non tanto

lontano dall’amore come sembra volgarmente. «Solo che è l’opposto,»

osservai melanconicamente. «È il rovescio della medaglia, mi

rispose; ma è ancora la medaglia. Ah! se Tizia fosse arrivata davvero

all’indifferenza, la cosa sarebbe quasi perduta!» E io, per carità di

prossimo, non gli dissi che vi era proprio arrivata.

Ma vi era proprio arrivata? Mi sarei aspettata che, dopo una notte

d’insonnia, l’amica mia mi piombasse in casa all’alba, se non pentita

del rifiuto, se non mansuefatta all’idea di ripigliare la croce d’una

volta, almeno almeno inpensierita della pessima nottata che le avevo

fatto passare. Invece, aspettò due giorni prima di venirmi a trovare;

e, quando si lasciò vedere, se non dicevo io che Codicini era stato a

prendere la risposta, essa non avrebbe fiatato di lui.

Ancor che non volesse sapere nulla, io le dissi tutto. Essa rimase

silenziosa per un poco, poi mandò un sospiro, non a lui nè ad altri,

ma solamente all’etere, come si dice; poi rise, senza voglia, per

abitudine, poi si fece seria per annunziarmi una nuova moda che le era

piaciuta immensamente.

Per pagare il tributo alla moda, io non mi feci pregare: ma tanto,

prima che Tizia se ne andasse, mi provai a dire guardandola ben bene in

faccia.

— A me puoi dire tutto; è quasi un tuo debito, perchè, se così non

fosse, a che servirebbe essere tu l’amica mia migliore? Quella notte

(sottolineavo «quella») non hai potuto dormire perchè pensavi all’uomo

che doveva essere lo sposo tuo, e non volle, e ora sarebbe pronto se tu

volessi. Ma tu non vuoi.

Verissimo. Tizia confessò francamente chè quella notte era stata

bianca per lei; ma non ammirò la mia perspicacia. Non l’avevo io vista

piangere alle mie parole?

Aveva poi preso sonno all’alba, e quando Diego Corona era venuto a

darle il buon giorno, poi ch’essa non era andata come il solito da lui,

gli aveva svelato tutto quanto le capitava.

E Diego Corona?

Diego Corona si era taciuto per intendere meglio il caso difficile

della sua figliuola. Ma non era un caso difficile, per fortuna. Essa

non sarebbe mai stata fidanzata un’altra volta all’uomo che l’aveva

quasi condotta fino all’altare, per piantarla.

— Benissimo! diceva Diego Corona.

— Meglio sposa al primo venuto che a lui, aveva dichiarato Tizia.

— Meglio! aveva confermato Diego Corona. Non le mancherebbero partiti,

ancorchè essa non avesse una grossa dote, e le fosse toccata la

sventura di perdere lo sposo sulla porta della chiesa. Tutto stava

a non pretendere il marito giovane. Vi sono degli uomini maturi,

ma solidi, anche vedovi, anzi meglio vedovi... con i quali la vita

coniugale è una festa....

Tizia aveva osservato ridendo che, in ogni caso, essa si

accontenterebbe di uno solo di questi uomini maturi, anche vedovi...

senza volerne un reggimento.

Diego Corona aveva risposto che infatti, se egli aveva parlato di molti

mariti, è perchè già ne aveva quasi pronto uno... ma non disse altro.

Dunque Codicini, cioè il cavalier Codicini, ero proprio condannato?

Condannato proprio.

Tizia però era contenta di non poter odiare il suo antico innamorato,

perchè ora, sapendo che egli si vantava di avere dovuto cedere ad una

_necessità orrenda_ nel momento di piantarla col suo fardelletto di

nozze, quando questa necessità le fosse stata messa davanti ed essa

l’avesse riconosciuta legittima per quanto orrenda, l’odio suo sarebbe

cessato ed allora era facile tornare a un po’ d’amore. Ma così, no; se

anche la _necessità orrenda_ le fosse dimostrata, l’avrebbe lasciata

quella di prima, cioè _indifferente_.

Ma Tizia avrebbe pianto anche più di _quella sera_, per pietà di lui e

della miserabile sorte che aveva condotto lei da un grande amore alla

perfetta calma.

Il cavaliere Codicini era venuto tutti i giorni e sempre nelle ore

che il babbo era all’uffizio, tanto che non essendosi ancora trovato

con lui, mi aveva dovuto pregare di non dir nulla delle sue visite. E

perchè le visite potessero continuare e perchè egli aveva una gran fede

in questa continuazione, che a me sembrava invece non dovesse approdare

a nulla di buono, un giorno venne poco dopo l’ora della colazione e

non tardò a entrare in materia. Dopo di aver visto il trionfo soltanto

nella mia complicità segreta, quel giorno lo vide meglio in una

complicità più larga. Si fece complice anche il babbo.

*

* *

Il cavaliere Codicini, convinto d’essere un po’ odiato dalla sua antica

innamorata e perciò a un pelo di innamorarla un’altra volta, un giorno

della stessa settimana, visto uscire dal portone di casa Diego Corona

per correre al telonio, si fece un gran coraggio; invocò tutti i santi,

salì le scale lentamente e dopo essere rimasto un pezzo a contemplare

il bottone del campanello senza sapersi risolvere ad approfittarne,

ne approfittò tanto poco che la fantesca non si mosse di cucina. Ma

un eroismo fa come le ciliege, ne tira un altro; e il cavaliere toccò

lungamente il bottone, e dopo un breve intervallo di silenzio già si

preparava a ripetere la dose, quando la fantesca venuta sull’uscio,

domandò: chi è?

E prima ancora che il cavaliere si precipitasse dal pianerottolo, o

si annunziasse per quel che era, la porta della sua felicità gli si

spalancò tutta quanta.

— La signorina è in casa?

— Non so, rispose la fantesca, perchè le avevano insegnato a dire così;

e lasciando il visitatore nell’anticamera, ma più vicino all’uscio

d’entrata che ad ogni altro uscio, se ne andò a _vedere_.

E poco dopo tornò a dire che la signorina era uscita.

— Le ha detto il mio nome? domandò ingenuamente il cavaliere.

Sì, ma non era in casa.

Senza manco avvedersene, l’innamorato si trovò dietro l’uscio e poi

sulle scale e poi in istrada, dove soltanto si arrestò per riflettere.

Che la signorina fosse in casa, non ne poteva dubitare, ma essa

sicuramente, al punto d’incontrarsi col suo innamorato d’un tempo, non

se ne era sentita il coraggio.

Perchè mai le donne dovrebbero essere più forti degli uomini? Non è

forse vero che il cavaliere Codicini, se fosse stato introdotto in

salotto, non era ben sicuro di arrivarvi vivo e sano? E che al momento

di andarsene, se una cosa l’aveva consolato della sconfitta, era il

ritardo al colloquio tanto desiderato. Dunque?

Per poco non cercò anche l’alleanza di mio cugino, arrivato in quel

punto; ma questo chimico benedetto si mostrò così ribelle al primo

incontro, manifestando una svogliatezza, un languore, un mal di capo,

da scoraggiare il meglio intenzionato.

Quel giorno il cavaliere se ne andò sconfortato e il cugino dottore

rimase peggio.

Quando il babbo andò a pigliare il cappello, per correre all’uffizio,

Augusto scattò come una molla.

— Ma questo cavaliere che incontro ogni volta quando vengo da te... che

significa?

— Significa probabilmente che tu vieni qui di rado, e che egli viene

più spesso di te.

— Non altro?

— Nient’altro, mi pare.

— E ha egli confessato che il suo nome vero è Ramelli, che aveva

promesso di sposare la tua amica Tizia.

— Sì! l’ha confessato.

— E ora che vuole?

— Vuole....

Veramente non avevo il diritto di servirmi di una confidenza, ma potevo

io lasciar sospettare cose diverse dal vero?

— Vuole... una cosa impossibile.

— La tua mano?

Ah! Ah! che bella e buona risata fu allora!

— E ti pare che per domandare la mia mano fosse necessario,

assolutamente, essere stato il fidanzato di un’altra e che quest’altra

fosse proprio la mia amica migliore? Lo comprendi anche tu... manco

male.

Sì, ora comprendeva anche lui.

— Ma allora che vuole?

— Vuole che la mia Tizia lo sposi; sei contento?

Egli era proprio contento; io no.

Avevo fatto male a svelare un arcano che non mi apparteneva, e glielo

dissi.

— Sono una stupida, dovevo tacere; questa confidenza non era cosa mia,

ho fatto male.

— Un giorno saprai tutto, mi disse.

Io sapevo tutto da un pezzo, ma mi piacque non intendere.

Il cavaliere, pensando meglio al caso suo, capì che piombando come un

fulmine accanto alla fanciulla amata, avrebbe commesso un’imprudenza

grave; ma perchè bisognava pure spiegare la _necessità orrenda_, senza

di che non era possibile ricuperare la posizione d’una volta, decise

d’aspettare il padre all’uscita dall’uffizio, fermarlo in istrada e

spiegarsi bene.

Senonchè quel giorno Diego Corona aveva tardato ad uscire e il

cavaliere Codicini aveva temuto invece d’essere lui in ritardo; dunque

risalì le scale di Tizia un’altra volta.

E ci trovò insieme, perchè io avevo passato due ore con la mia buona

amica, e stavo per andarmene, quando il campanello ci annunziò una

visita.

Saputo che era Codicini, il quale domandava del babbo, fu una titubanza

lunga.

Dovevamo lasciare il salotto per farvi andare lui?

Sì, era il meglio; ma allora Tizia pretendeva che io mi fermassi,

e intanto Brigida mi guastava il risotto e mi dava un saporino di

casseruola al tonno in salsa di pomidoro. Ma il cavaliere poteva

aspettare in anticamera, e allora a me non sarebbe stato possibile

passargli sotto il naso senza farmi scorgere.

Fortunatamente, mentre durava l’incertezza crudele, il campanello sonò

un’altra volta.

— È il babbo! disse Tizia riconoscendo il suo modo speciale.

E subito, mentre la fantesca correva in anticamera e noi di corsa nella

vicina stanza e il babbo e il cavaliere si avviavano in silenzio al

salotto, Tizia, escita da ogni perplessità, mi disse in gran collera:

— È una persecuzione. Che cosa crede di guadagnare in questa sua

miserabile commedia? Io non lo so proprio. Guadagnerà sicuramente ch’io

lo ripiglierò ad odiare, a quest’ora mi ha seccata assai.

Per tacito accordo rimanemmo un poco in silenzio ad ascoltare quel che

diceva il cavaliere a Diego Corona. Egli non disse nulla per un po’, il

tempo di penetrare bene in salotto fino ai piedi del divano.

— S’accomodi, consigliò bruscamente il signor Corona.

E il cavaliere s’accomodò senza dir nulla; poi fu ancora il babbo di

Tizia a interrogare, e la sua parola fu meno brusca di prima, forse per

lo spettacolo miserando che aveva sott’occhi.

— Mi vuol dire che cosa l’ha condotto da me?

Allora il cavaliere sospirò forte, e quel sospiro passando per la porta

socchiusa, arrivò alla mia pietà, ma non al cuore di Tizia.

Essa mormorò dispettosa: «Commediante!» senza batter ciglio, guardando

la parete di fondo.

Ora il cavalier Codicini parlava sottovoce e il suo mormorio lungo non

fu mai interrotto da Diego Corona, ma disgraziatamente non arrivò fino

a noi.

Diego Corona, con voce mansuefatta, domandò che cosa potesse fare per

contentare quell’ombra di genero ormai svanita per sempre.

Dopo un lungo silenzio la voce di Diego Corona empì la casa, come mi

parve, dichiarando che quanto a lui non avrebbe visto nulla di male

che _la cosa_ si accomodasse, ma aveva un forte sospetto che la sua

figliuola non volesse più.

— Ma quando ella saprà ogni cosa; perchè ad essa dirò tutto tutto... se

vorrà....

Guardai il viso impassibile dell’amica mia; essa guardava sempre la

parete e non battè ciglio.

— Vuole che io le vada a dire?...

Non udii la risposta, ma, subito dopo, Diego Corona si affacciò nel

vano dell’uscio; stette un poco a guardarci e, siccome Tizia non mutava

positura e teneva sempre lo sguardo inchiodato sulla parete, egli

chiuse l’uscio alle sue spalle e si avvicinò in punta di piedi fino

alla figliuola. Le prese la testina pallida con le due mani e le lisciò

lungamente la fronte.

— Vuoi? interrogò.

Tizia fece di no.

— Che cosa vuol confessare a me, se non poteva confessarla a mio padre?

E che vuol confessare a me, se prima ha bisogno ch’io stessa _voglia

sapere_? Vagli a dire ch’io non voglio sapere nulla.

Diego Corona lisciò ancora il visino pallido, e non sapendo che

decidere, prese una mia mano, poi si decise; ma innanzi di spingere

l’uscio del salotto, si fermò a interrogare ancora.

La risposta nel gran silenzio fu la medesima; allora Diego Corona

scomparve.

Sentii che diceva:

— Mia figlia non vuol sapere nulla; ma se lei ha da confessare qualche

cosa che, detta a me, possa modificare....

Forse il cavaliere Codicini fu tentato di dire la necessità orrenda, o

forse necessità orrende non ve ne erano; il certo è che non fiatò.

— No, no, no, disse forte, per fare arrivare la voce fino a noi, è un

segreto che non mi appartiene. Sappia la signorina ch’io sono molto

infelice.

Qualche parola sommessa di Diego, un affrettato rumore di passi nel

corridoio, e il cavaliere Codicini lasciò la casa.

Sicuramente il cavaliere non sarebbe tornato mai più.

Finalmente lo sguardo di Tizia si staccò dalla parete per fissarsi nel

mio.

Ancora una volta la sentii ripetere:

— Commediante!

Poi rise nuovamente e mi abbracciò.

Diego Corona, tornato in gran fretta, dopo aver accompagnato fino

sull’uscio il genero perduto, ci annunziò ch’egli aveva dovuto farsi

una gran forza per non piangere prima di lui.

— Egli ha pianto? domandai.

— Almeno ne ha avuto una gran voglia... ne sono sicuro.

Tizia crollò le spalle, sembrando dire che se gli fosse piaciuto di

piangere, lo avrebbe fatto senza molta fatica. È tanto facile piangere

e ridere.

Infatti ella volle ridere e ruppe in un singhiozzo.

— Bimba, che hai? domandò il padre.

— Io? che vuoi che abbia? un rimescolìo di cose cattive: dispetto,

collera, odio.... Mi fa tanto bene.

Il Numero 13: Racconto Prefazione: Come si scrive un romanzo? · 第 16 / 20 题