Non era vero che il rimescolìo di tutte quelle cose cattive facesse del
bene alla mia Tizia; quella notte essa ebbe la febbre, e la mattina,
sentendosi tanto stroncata da non si reggere stando a sedere sul
letticciolo, mi mandò a chiamare. Mandò a chiamare me, la sua amica
migliore, non mandò a chiamare il dottor Demetrio. Ma il medico venne
lo stesso chiamato da Diego Corona, che, nell’andare all’uffizio, non
aveva fatto fatica a scendere due scale, perchè il dottore, uscendo di
casa, avesse la bontà di venire a vedere che diavol mai fosse entrato
in corpo a sua figlia nella notte, perchè essa non aveva chiuso occhio,
cianciando molto senza dire una frase di costrutto.
Dunque, verso le nove, il dottor Demetrio entrò in camera di Tizia,
preceduto dalla fantesca; la sua ammalata era calma al paragone della
nottata; diceva d’avere una gran sonnolenza e di non poter dormire;
mi stringeva una mano, lasciandomi fare coll’altra, e io le lisciavo
la fronte, il nasino affilato, chiudevo le sue palpebre leggermente,
le scoprivo un orecchio costringendo un riccio dei magnifici capelli a
starsene a suo posto, e senza dir mai altro che così:
— Tizia cara, cara Tizia!
A questa domanda discreta, perchè queste due parole erano una domanda
discreta, anzi un mucchio di domande discrete, la mia buona amica non
aveva risposto ancora.
Le toccò invece rispondere al dottor Demetrio, il quale, toccandole
il polso e la fronte, facendosi mostrare la lingua, minacciava di
ascoltarla tutta, se essa non dichiarasse ogni cosa.
Tizia confessò che prima d’andare a letto non aveva avuto punto sonno.
Si era messa alla finestra e quella sera di maggio tirava un vento
perfido che forse le aveva raffreddato il sangue; ecco doveva esser
così; ma ora stava meglio e sicuramente le medicine erano inutili; essa
prima di sera sarebbe guarita.
Il dottor Demetrio non essendo del suo parere, volle ascoltare il petto
e la schiena; ciò fatto, scrisse una medicina e non raccomandò nulla.
— Mi posso alzare? domandò Tizia.
Il medico sorrise melanconicamente.
— Provi se può.
Tizia non provò nemmeno, perchè troppa era stata la fatica di tirarsi a
sedere sul letto per essere ascoltata.
— Se avrà voglia di mangiare una minestrina, non le farà male.
L’ammalata non chiedendo che minestrina, lo domandai io. — Riso? zuppa?
— Quello che vuole, ma forse oggi non mangerà nulla; badi a pigliare la
medicina; tornerò stasera.
La medicina del dottor Demetrio era una pozione calmante, in cui
entrava il papavero, e Tizia, un po’ per virtù della pianta, un po’
per la mala nottata della vigilia, tutto quel giorno non fece che
sonnecchiare.
La calma, fatta padrona del suo bel corpicciuolo di faterella, un po’
ci consolava e ci impauriva anche un poco.
Il medico, venuto la sera, disse chiaro che questa seconda visita
non gli serviva se non a riconoscere quali passi faceva il male per
giudicare quanta strada avesse deciso di percorrere.
Fortunatamente non vi era ancora nulla di troppo grave; avrebbe potuto
essere una pneumonite, o una pleurisia acuta, o una febbre d’infezione,
ed invece si era accontentato di essere _forse_ una pleurisia falsa,
che _forse_, con pochi giorni di letto, ci leverebbe l’incomodo.
— Forse; però....
— Però?
— Però, in questo stadio della malattia, il medico non è mai abbastanza
prudente; può sempre sbagliare e se anche egli non ha sbagliato, il
male può aggravarsi in seguito ad una complicazione... Ma... Ma?...
Ma avendo egli ascoltato Tizia, poteva quasi assicurare che tutti gli
organi funzionavan bene.
Insomma la pleurisia falsa di Tizia non mi inquietò troppo.
Quel poveraccio di Diego Corona era la sola vittima.
Avesse egli potuto piantare l’ufficio delle Mediterranee finchè durava
il male della figliuola, non si sarebbe lamentato di nulla; pareva a
lui che potendo essere sempre accanto al letto della sua bimba avrebbe
fatto una paura da non si dire al malannaccio per costringerlo a darsi
vinto.
Ma così, ahi, ma così!
Ve lo potete immaginare voi altri che profitto dava lui alla
Mediterranea aprendo il cassetto della scrivania e buttando un’occhiata
disattenta alle carte d’ufficio? Almeno nei giorni di buon umore
qualche cosa di pratico faceva; una lavata di capo a un subalterno, un
giorno sì, un giorno no, la sapeva dare; ed era sempre un toccasana;
ma oggi che autorità poteva avere sentendosi così tutto stroncato nella
sua figliuola?
Ma, dopo alcuni giorni patiti, senza mormorare troppo contro il
Signore, il quale poteva vendicarsi, Tizia mia annunziò a tutti quanti
che si sarebbe levata a ogni costo.
— Ti senti proprio bene? domandammo.
— Benone.
— Non ti farà poi male alzarti? aggiunse Diego Corona; il medico che
cosa ha detto?
Il dottor Demetrio da due giorni non vedeva nulla di male che Tizia
si levasse qualche ora; essa invece, presa da un prepotente bisogno di
fantasticare, stando a letto (e, m’immagino io, d’essere desta fingendo
di dormire), si era sempre sentita debole tanto da rimanere sotto le
coltri. Quel giorno ci annunciò che dopo il mezzodì, certo per l’ora
del desinare, sarebbe apparsa alla mensa del babbo, il quale da una
settimana faceva pietà alle belve, non che alla fantesca, quando si
metteva a tavola come un orso spaiato.
E, in questo tempo trascorso, che n’era stato del cavalier Codicini?
Il primo giorno dopo lo scacco solenne mi era aspettata non so che.
Il cavaliere era ammalato, il cavaliere era moribondo, il cavaliere
era morto, già chiuso al manicomio, almeno almeno impazzito a casa.
Invece quell’istesso giorno del risanamento di Tizia, quando io, per
la necessaria reazione del farneticamento umano, era quasi arrivata a
credere che quel commediante avesse proprio fatto la commedia, e già si
fosse rassegnato al suo destino, e già in agguato per un’altra sottana,
il povero cavaliere Codicini venne a trovarci nell’ora del babbo, e
ci domandò con le lagrime agli occhi che malattia avesse la sua sposa
perduta.
Ma dunque sapeva?
Eh! altro! quando si ama davvero, si sa tutto; sapeva della malattia,
dei rimedi somministrati dal medico, e solo gli rimaneva il dubbio
sulle cause del malanno.
Era stato veramente un colpo d’aria buscato per essersi messa alla
finestra in quella notte di plenilunio (sapeva anche che in quella
notte era il plenilunio), oppure la ragione era un’altra, un turbamento
nervoso... ovvero... Ovvero? Non volle spiegare meglio il suo concetto.
Ma come aveva saputo? Dal dottore. Possibile mai! Certissimo.
Il dottor Demetrio lo stesso giorno della prima visita a Tizia era
stato chiamato in casa del cavalier Codicini, il quale si era ammalato
in buon punto di una cefalea indemoniata. Guarito della cefalea
per virtù di non so quali medicine eroiche, aveva chiesto un’altra
medicina, e il dottor Demetrio, il quale non è uomo da negare la
virtù dei calmanti, aveva offerto il necessario. Così il cavaliere era
guarito prima di Tizia.
Io per accelerare la sua guarigione, a costo di dire una bugia
lusingandolo troppo, mi arrischiai a dirgli che, a parer mio, quella
doppia malattia dimostrava una crisi di un identico male.
— Dio lo voglia! mormorò lui.
— Dio lo vorrà, assicurai.
Invece Tizia aveva tutt’altro per il capo.
E quel giorno medesimo, trovatami con lei dopo il desinare, appena
Diego Corona se ne fu andato all’ufficio, essa mi dichiarò, sorridendo
ancora per placarmi, ma senza punto voglia di celiare, che aveva
proprio deciso di entrare nel convento delle Marcelline in Quadronno.
Era sempre stata una sua vecchia idea, che per essere messa in atto non
altro aspettava che il buon momento. E le pareva giunto!
— Ah! sì! ti pare proprio giunto?
A lei pareva. Comprendendo di dare una grande afflizione al babbo, il
quale non aveva altri che lei, aveva sempre differito, ma ora era quasi
sicura che se essa si facesse educanda e poi monaca, Diego Corona si
consolerebbe, sposandosi un’altra volta. Essa non vedeva niente di male
in questo; se le fosse stato possibile, avrebbe lavorato con le proprie
mani alla seconda felicità del babbo.
— Tuo padre ti vuol bene; soffrirà fino a morirne! dissi.
Non dubitava che il babbo le volesse bene; era sicura che dovesse
soffrire della determinazione di sua figlia; era certa, certissima,
che la sua sofferenza non andrebbe fino alla morte, ma si fermerebbe al
matrimonio.
Anche in questo Tizia sbagliava, e forse io che ero quasi incline ad
acconsentire nell’idea che le seconde nozze di Diego Corona sarebbero
in ogni caso state un toccasana, forse io pure sbagliavo.
Quando il padre già addolorato venne in cognizione della pensata di
sua figlia, del suo sangue, fece una cosa non fatta mai in venticinque
anni passati nell’Alta Italia prima e poi nella Mediterranea; mancò
all’ufficio. Vederlo andare su e giù per le stanze, fermarsi ogni tanto
a contemplare attentamente una zanzara attaccata a un vetro, era una
pena; sentirlo esclamare con voce ingrossata dai singhiozzi repressi
che, tutto mancandogli a un tempo, per lui non rimaneva altro se non
andare all’altro mondo, era uno strazio.
Per consolarlo, Tizia sorrideva, e anche quel sorriso faceva male al
cuore.
Gli diceva:
— Babbo mio, non ti affliggere tanto, bisognava pur che te lo dicessi,
lo sai, non è la prima volta che penso a questa... cosa; ora te l’ho
detta e mi basta; non stare a credere ch’io voglia andarmene subito
per lasciarti solo; ma col tempo, quando tu pure abbia visto che è il
partito più conveniente per me, che non ho la dote...
— Ah!, Diego Corona si picchiò il capo disperatamente mormorando: — La
dote! la dote!
— E che colpa hai tu, se non me la puoi dare? sei stato un padre
amoroso, mi hai tirato su amandomi tanto, mi hai educata con le tue
carezze, quante cose buone non mi hai insegnato tu, babbo mio, con le
carezze soltanto?
Diego Corona avendo resistito sempre a queste parole che lusingavano il
suo cuore di padre amoroso, s’intenerì troppo e per non piangere alla
nostra presenza, scappò nella stanza vicina.
E subito Tizia cessò il sorriso buono per ascoltare.
Diego Corona non si fermò nella vicina stanza, tirò dritto fino alla
sua camera.
— Bisognava pure che glielo dicessi, mi pare; assicurò melanconicamente.
— Se ti pare, sarà... ma non tutte le cose che si dicono si fanno, e
questa non la farai... proprio.
Tizia mi guardò senza rispondere.
— Ti dico io che non la farai.
Allora Tizia mi prese una mano con le sue.
— Una volta avevo pensato che tu potessi essere la mia compagna nel
convento delle Marcelline; saremmo state tanto bene insieme; era un
sogno troppo bello; ma comprendo che tu non saresti felice; tu pensi
ancora a trovare marito.
— Sicuro che vi penso, confessai, non siamo noi giovani tanto... e
belle un poco? E perchè non dovrei pensare a diventare la compagna di
un uomo piacente e la mamma dei miei figli? Quando mi sarà venuto il
primo sospetto di rimanere zitellona, saprò io come fare per evitare la
catastrofe...
Almeno avevo richiamato il sorriso sulle labbra pallide di Tizia.
— Non ne parliamo più, disse.
Essa non parlò più; mi prese per mano e mi condusse fino all’uscio
della camera del suo babbo.
— Babbo, chiamò.
Nessuno rispondeva.
— Babbo... siamo qua, ci vuoi, ci lasci entrare?
Diego Corona si affacciò all’uscio, interrogò i nostri volti e si
lasciò baciare da sua figlia.
— La pace è fatta? vuoi?
Sì, Diego Corona voleva, ma non si parlasse mai più di conventi.
— Non se ne parlerà... sei contento?
Il babbo non era contento ancora; metteva gli occhi in volto a sua
figlia, guardando il fondo del suo pensiero.
— Che cosa vuoi ancora?
— Mai più, non è vero?
Tizia lisciò la barba di suo padre.