Entrò in salotto la mia buona amica, alla quale, dopo un gran numero di
baci, chiesi notizie del cappone. — Bellissimo, ma un po’ caro.
Diego Corona non diceva nulla; gli era rimasta una piccola traccia di
melanconia sorridente, come un’aureola, come un alone pallido intorno
alla faccia buona; si dondolò pochi momenti; e, mentre noi parlavamo di
tante inezie, gli venne fatto di svanire, senza che ci accorgessimo.
Vistami sola con Tizia, subito mi composi un viso serio, le presi le
mani, come il babbo suo le aveva prese a me, e lisciandole con le mie,
le mormorai all’orecchio:
— Ho una cosa da dirti.
— Dimmela, rispose senza titubanza; cercò di leggermi in viso e
lesse male, perchè battè le mani nell’esclamare: «Indovino, tu sei
fidanzata.» Visto che sbagliava, balbettò: «allora dimmela.»
— Ma tu mi devi promettere d’essere forte.
Non promise nulla, con un filo di voce ripetè: dimmela.
Allora, accarezzando la bella testina, l’appoggiai al mio petto per
modo che, curvandomi un poco, potessi mormorare ogni cosa.
Essa mi lasciò dire lungamente e io dissi tutto: come il cavaliere
Codicini l’amasse sempre, e per una necessità orrenda, che egli non
poteva spiegare a me, ma che alla sua compagna forse spiegherebbe un
giorno o l’altro, lo sposo impaziente della sua felicità vi avesse
rinunziato a un tratto, dandosi a credere persino sleale, mentre egli
era semplicemente una vittima della... _necessità orrenda_.
Quando tacqui per non sapere che dire, avendo ripetuto tre volte in tre
modi differenti le mie dimostrazioni, essa lasciava ancora la testina
bella appoggiata al mio seno; misi una mano sotto al visino nascosto e
sentii piovere lagrime calde e frequenti.
— Ah! non fare così! esclamai, presa dalla voglia di piangere anch’io.
Lo vedi bene, le mormorai all’orecchio dopo un poco di silenzio,
lo vedi bene: egli è ritornato, anzi puoi quasi dire che non ti ha
lasciato mai; è il momento di essere felice, pare a me; dunque perchè
continui a piangere?.... Fammi vedere la tua faccetta bella, che sa
ridere così bene.
Perchè non smetteva, la incoraggiai: «Ebbene sì, piangi, chè ne hai
bisogno; sono lagrime buone che medicano l’anima ferita.»
Tizia non mi dava retta; le mie parole carezzevoli, i baci ch’io
metteva sui suoi capelli ogni volta che sentivo sulla mia mano il
caldo di una lagrima, tutto era vano. Allora aspettai in silenzio che
la cosa finisse da sè, pensando che forse con le mie parole ottenevo
il risultato contrario. E il babbo doveva essere a casa da un pezzo, e
Brigida sicuramente dava allo stufato un saporino di bruciato, che è il
terrore della nostra mensa.
Finalmente Tizia rialzò il capo, asciugò gli occhi con la pezzuola e mi
disse melanconicamente:
— Non avrei voluto piangere, ma è stato più forte di me.
— Erano lagrime di consolazione.
— No, no; non mi hanno consolato; ho pianto per dolore vero e profondo.
Che musichetta mi stava facendo la mia buona Tizia!
— Che vuole egli da me, ora?... proseguì. È tardi. Quando tu mi parlavi
con tanta bontà, io non facevo altro che frugare nel mio cuore per
vedere se vi trovassi ancora una scintilla dell’amore svanito; ma no,
cenere, cenere, e lagrime.
— Possibile! esclamai: ma egli ti ha sempre amato....
— Può essere, ma, nei sei anni trascorsi, che ho dovuto fare io? Ho
fatto questo: ho imparato prima con una fatica orrenda — orrenda sì,
almeno almeno quanto la sua _necessità_ — a odiare l’uomo che amavo
tanto; e poi, quando quest’odio fu mio per molti mesi, me lo tenni
caro, aumentandolo ogni giorno; da ultimo, e sono già due anni almeno,
credevo d’aver buttato via ogni cosa, amore e odio, perchè ero arrivata
all’indifferenza, che è la vera pace.
Tizia non mi aveva mai parlato così, e la credevo persino incapace
di sentire fortemente; ma è perchè io la conobbi quando era arrivata
all’indifferenza, che è la vera pace, come dice lei.
— Non vi è più rimedio, disse; e vedendo che l’occhio mio correva ogni
tanto all’orologio a pendolo: — Ma io ti lascio andare a casa, chè è
quasi l’ora del vostro pranzo.
E, in un attimo, mutando voce, viso e maniere, tornò la mia buona Tizia
allegra come l’ho sempre conosciuta.
— Dunque?
— Dunque dammi un bacio e non se ne parli più.
— E, se egli torna?... che cosa gli devo dire?
— Digli quello che ti pare.... Però mi spiacerebbe fargli credere che
mi voglia vendicare; e mi piacerebbe fargli intendere chiaro che sono
indifferente a tutto.... Come potrei dargli questa dimostrazione? forse
andando a nozze col primo venuto....
— E allora, dissi io, fa’ conto che sia lui il primo venuto e te lo
sposi con la massima indifferenza. Chissà? questa sorta di matrimoni
riescono come tutti gli altri.
— Col primo venuto sì, ma non con lui! Dopo essere stata tutta sua, non
potrei essere per lui mezza, o anche meno. Meglio niente.... Ma perchè,
aggiunse ridendo, tuo padre non mi manda un candidato, come ha fatto
il babbo mio con te? perchè non mi chiede la mano egli stesso? Forse
accetterei.
— Per carità, non dire questo nemmen per celia; io ho promesso al
padre tuo, che se tu sposi il mio, io sposo lui, e pensa che orrore, io
matrigna tua, tu matrigna mia!.... Ora vado proprio... sento di qui il
bruciaticcio dello stufato.
— Pensaci ancora, le mormorai prima di andarmene.
In anticamera Diego Corona mi strinse la mano appena appena, e mi
sorrise rassegnato.