VI.

Il giorno dopo, senza perdere tempo, me ne andai a trovare la mia buona

Tizia.

Me ne andai sola (qualche volta, nelle grandi occasioni, ho questo

coraggio da leone); ma non fui molto fortunata. Avevo immaginato di

trovare il babbo ancora all’uffizio e l’amica sola: invece tutto il

contrario. Diego Corona era tornato prima dell’ora e sua figlia era

uscita appena con la fantesca per fare una scelta sapiente.

Diego Corona sorrideva.

— Allora chi sa quanto tarderà!

— Sarà qui a momenti: la scelta sapiente non è altro che di un buon

cappone, che sia giovine e grasso, e non ci costi troppo, per domani

che è festa. Lei si accomodi qui un momentino, qui accanto a me. Oh!

che miracolo veder qui lei tutta sola! Quale fortuna è la mia!

— E si può sapere, continuava, la ragione che l’ha fatta uscire di

casa, sola, all’ora che il babbo sta per tornare dall’uffizio?...

Non si può sapere. Bisogna sempre rispettare i bei segretuzzi delle

fanciulle belle. Piuttosto le posso domandare se ha ricevuto una

visita...

— Che visita? esclamai prontamente.

— Il signor Egidio Merula non è venuto da lei?

— Oh! Dio! Ma, caro signore, non le pare che basti?

Il signor Diego Corona rimase perplesso.

— Sì, continuai, il babbo mi ha detto tutto; io le sono riconoscente,

ma non stia a mandarmi più altri candidati.

Ripetei: — Non le pare che basti?

— Eh! eh! se pare a lei... balbettò.

— Sì, sì, a me pare. Quel suo Prudenziano Barbotti, dove lo è andato a

stanare? E quell’altro? Non ricordo più il nome.

— Sono eccellenti partiti, non troppo giovani veramente, perchè nel

matrimonio la troppa gioventù è un pericolo. L’uomo (queste cose lei

non le può sapere, e perciò se le lasci dire da me), l’uomo fino a

trent’anni è un fringuello; dopo i quaranta, quando non è una volpe, è

un cane fedele.

— E dopo i cinquanta? domandai ingenuamente.

— È un bue, spesso, ma in ogni caso è una buona bestia da fatica, un

animale di casa e può fare un buon marito. Ma è sempre meglio, per fare

un buon marito, che non abbia passato i cinquanta.

— Credo anch’io.

Vedevo venire la dichiarazione minacciata dal babbo e non avevo paura.

Avremmo riso volentieri insieme.

Diego Corona era benissimo avviato; parve distrarsi un momento, si

toccò i capelli che aveva abbondanti, appena appena brizzolati, si

lisciò la barba, e non trovando parole per quello che mi voleva dire,

finalmente rise molto senza dir nulla.

— Perchè ride così?

— Rido perchè or ora faccio ridere anche lei; il babbo non le ha detto

nulla?... Ma sì, deve averle detto, e se le ha detto tutto...

— Mi ha detto tutto, risposi ridendo.

— E?...

— E?...

Diego Corona rise un’altra volta con abbondanza. Forse perchè l’idea,

guardata ora da vicino, pareva buffa anche a lui?

No, tutt’altro.

— Gli uomini pigliano moglie a tutte le età, e ho visto sempre che i

più vecchi scelgono le spose giovanissime; la natura vuole così; se non

fosse, tante ragazze non si presterebbero.

Non mi guardava in faccia per non leggere un sorriso canzonatorio, che,

come se lo vedessi, si era messo da sè fra le mie labbra.

— Quanti anni mi dà lei? Cioè, rettifico; io non ho bisogno che lei

me ne dia nemmeno uno, perchè quelli che ho sul groppone mi pesano

assai... Ma dica un po’ quanti?

Volli consolarlo.

— Quarantasette, quarantotto... dico così, perchè Tizia ne ha

ventiquattro... ma lei non li dimostrerebbe nemmeno, tanto si è saputo

conservare....

— Questo sì, rispose con entusiasmo, io mi sono conservato bene; ho

preso moglie giovanissimo per non fare le solite pazzie; e se da otto

anni non fossi vedovo, e afflitto... e solo, mi sarei conservato anche

meglio.

Gli parve venuto il momento di sparare la pistolettata.

— Io ho quarantanove anni... a cinquanta non sono arrivato... e

perciò....

— Perciò... non stia a mandarmi altri candidati; quando il babbo mio

sposerà Tizia, io sposerò lei, se mi vuole. È contento?

Il Numero 13: Racconto Prefazione: Come si scrive un romanzo? · 第 14 / 20 题